ROBERT McCAMMON.
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L'INVASIONE.
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Titolo originale: Stinger. 1987.
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Parte 1.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Prologo.
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Con un rombo la moto lasci le vie di Bordertown e port lontano dal-
l'orrore il giovanotto biondo e la ragazza bruna.
Fumo e polvere turbinarono contro il viso del giovane e si mischiarono
al puzzo di sangue e di sudore impregnato di paura, mentre la ragazza tre-
mava e si teneva aggrappata al compagno. Pi avanti c'era il ponte, ma il
faro della moto si era fracassato e il ragazzo guidava sfruttando il fioco ba-
gliore violaceo che filtrava fra le nubi di fumo. L'aria, calda e soffocante,
puzzava di bruciato: l'odore d'un campo di battaglia.
Le ruote sobbalzarono. Il ragazzo cap che si trovavano sul ponte. Im-
boccata la strettoia, rallent un poco e sterz per evitare un coprimozzo
saltato senza dubbio da una delle auto che l'avevano appena preceduto a
tutta velocit, dirette a Inferno. N lui n la ragazza riuscivano a togliersi
di mente l'orrenda creatura vista poco prima. La ragazza si gir a guardare:
aveva gli occhi pieni di lacrime e sulle labbra il nome del fratello.
Siamo quasi dall'altra parte, pens il ragazzo; ce la faremo! Ce la...
Proprio davanti a loro, tra il fumo spunt una figura umana.
D'istinto il ragazzo fren e cerc di sterzare, ma non c'era tempo. La mo-
to urt la figura e slitt, priva di controllo. Il ragazzo si lasci sfuggire il
manubrio e sent che l'urto sbalzava dal sellino la ragazza; dopo un capi-
tombolo a mezz'aria, ricadde e scivol sul cemento, scorticandosi per l'attrito.
Rimase rannicchiato per terra, senza fiato. Di sicuro era il Brontolone,
pens. Il Brontolone... era salito sul ponte... li aveva urtati.
Cerc di alzarsi a sedere. Ancora non ne aveva la forza. Sentiva un gran
male al braccio sinistro, ma riusciva a muovere le dita e questo era buon
segno. Le costole gli parevano schegge di rasoio. Aveva voglia di dormire,
di chiudere gli occhi e lasciarsi andare... ma se l'avesse fatto, non si sareb-
be pi risvegliato, ne era sicuro.
Sent puzzo di benzina: il serbatoio della moto si era squarciato. Due se-
condi dopo, ci furono una vampata e un bagliore arancione. Pezzi di metal-
lo ricaddero rumorosamente tutt'intorno. Il ragazzo si alz sulle ginocchia,
con i polmoni che funzionavano a scatti; alla luce delle fiamme vide la ra-
gazza: giaceva, supina, a meno di due metri da lui, con le gambe e le brac-
cia allargate; sembrava una bambola rotta. Strisci verso di lei. La ragazza
aveva la bocca sporca di sangue per un taglio al labbro inferiore e un livido
sulla guancia, ma respirava; quando la chiam, mosse le palpebre. Lui
prov a sollevarle la testa, ma sotto le dita sent un bernoccolo e ritenne
meglio non spostarla.
Allora ud un rumore di passi... due stivali, uno che pestava e uno che
strisciava.
Col cuore in tumulto alz lo sguardo. Dal lato di Bordertown, una figura
umana avanzava barcollando verso di loro. Sul ponte bruciavano rivoli di
benzina e la figura procedeva tra le fiamme, con i risvolti dei jeans che
prendevano fuoco. Era ingobbita, l'imitazione grottesca d'un essere umano;
mentre si avvicinava, il ragazzo vide il ghigno tutto denti sottili come aghi.
Si acquatt per proteggere la ragazza. I due stivali, quello che pestava e
quello che strisciava, vennero pi vicino. Il ragazzo si alz per affrontare
la creatura, ma sent al torace fitte di dolore che gli tolsero il fiato e lo
bloccarono. Ricadde sul fianco, ansimando.
L'essere ingobbito e ghignante li raggiunse e si ferm a guardarli. Poi si
chin: una mano munita di unghie metalliche, seghettate, scivol sul viso
della ragazza.
Il ragazzo non aveva pi forze. Le punte metalliche stavano per fra-
cassare la testa della ragazza, per strapparle dal cranio la carne. Bastava
ancora un attimo. Il ragazzo cap che, in quella lunga notte d'orrore, c'era
un solo modo per salvarle la vita...
...
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...
1.
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Alba.
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Il sole sorgeva. L'aria tremolava di calore e le creature della notte se ne
tornavano strisciando nella tana.
La luce assunse una sfumatura arancione. Grigio scuro e marrone opaco
lasciarono posto a scarlatto intenso e ambra bruciata. Cactus a tubo di stufa
e artemisie alte al ginocchio proiettarono ombre violacee; lastre di pietra
dai bordi frastagliati si accesero d'un rosso vivo come i colori di guerra de-
gli Apache. I colori del mattino si mischiarono e corsero lungo i burroni e
crepacci del terreno accidentato, facendo scintillare di bronzo e di rossiccio
il rivolo sinuoso dello Snake River.
Mentre la luce diventava pi viva e l'odore alcalino del calore si levava
dal deserto, il ragazzo che aveva dormito sotto le stelle apr gli occhi. Si
sentiva tutto indolenzito; per un paio di minuti rimase disteso a guardare il
cielo sereno che s'indorava. Ricord un sogno... il padre che con voce da
ubriaco continuava a chiamarlo, distorcendo ogni volta il nome fin quasi a
farlo sembrare una bestemmia... ma non ne era sicuro. In genere i suoi so-
gni non erano mai belli, soprattutto se vi comparivano le stravaganze e i
sogghigni del suo vecchio.
Si mise a sedere e pos il mento aguzzo sulle ginocchia strette al petto;
guard il sole accendersi sopra la serie di creste frastagliate che si estende-
va a est, al di l di Inferno e di Bordertown. Il sorgere del sole gli ricorda-
va sempre la musica e quel giorno vi ud la furia di un assolo di chitarra
degli Iron Maiden, acuto, a tutto volume. Gli piaceva dormire l all'aperto,
anche se si risvegliava con i muscoli legati, perch amava la solitudine e i
colori mattutini del deserto. Fra un paio d'ore, il sole sarebbe diventato
davvero caldo; il deserto avrebbe assunto la colorazione della cenere e l'a-
ria avrebbe dato quasi l'impressione di sfrigolare. A mezzogiorno, l'Arden-
te Gabbia di Matti avrebbe ridotto a scorie tremolanti le cervella di chi non
si trovasse all'ombra.
Ma a quell'ora del mattino l'aria era ancora tiepida e ogni cosa, per un
poco, conservava l'illusione della bellezza. In un momento come quello, il
ragazzo poteva fingere d'essersi risvegliato molto, molto lontano da Infer-
no.
Sedeva sulla sommit piatta di un masso grosso come un camioncino, si-
tuato tra un mucchio di enormi rocce saldate insieme, che la gente del po-
sto chiamava la Sedia a Dondolo, a causa del profilo ricurvo. La Sedia a
Dondolo era deturpata da graffiti tracciati con vernice a spruzzo, bestem-
mie volgari e proclami tipo I RATTLERS MORDONO L'UCCELLO A
JURADO, che coprivano i resti di pittogrammi tracciati dagli indiani tre
secoli prima; si trovava in cima a una cresta irta di cactus, di mesquite e di
artemisia, e si alzava di trenta metri sopra il deserto. Era il giaciglio abitua-
le del ragazzo, quando quest'ultimo dormiva all'aperto: da l vedeva i con-
fini del suo mondo.
A nord c'era la linea nera e dritta della Statale 67, che veniva dalle piane
del Texas, per tre chilometri diventava Republica Road tagliando in due
Inferno, attraversava il ponte sullo Snake River e passava di lato alla
squallida Bordertown; allora diventava di nuovo la Statale 67 e scompariva
a sud, verso le Chinati Mountains e l'Ardente Gabbia di Matti. Fin dove il
ragazzo giungeva con lo sguardo, a nord e a sud, sulla Statale 67 non si
muovevano veicoli, ma alcuni avvoltoi giravano in tondo sopra una car-
cassa - un armadillo, una lepre, un serpente - che giaceva a lato della car-
reggiata. Il ragazzo augur loro buon appetito, mentre quelli planavano a
banchettare.
A est della Sedia a Dondolo c'era la monotona scacchiera delle vie di In-
ferno. I tozzi edifici in mattoni del "quartiere commerciale" circondavano
il piccolo rettangolo del Preston Park, che comprendeva un palco per la
banda, dipinto di bianco, una serie di cactus piantati dal Comitato per
l'Abbellimento Civico e la statua di un asino, in marmo bianco, a grandez-
za naturale. Il ragazzo scosse la testa; dalla tasca interna del giubbotto di
denim sbiadito prese un pacchetto di Winston e con lo zippo si accese la
prima sigaretta della giornata. Era proprio un bell'esempio della sua fortu-
naccia, riflett, avere passato la vita in una citt che prendeva il nome da
un asino. Ma probabilmente la statua era anche un'immagine assai somi-
gliante della madre dello sceriffo Vance...
Le case di legno e di pietra, lungo le vie di Inferno, gettavano ombre
violacee sui cortili ghiaiosi e sul cemento screpolato dal calore. Bandierine
multicolori di plastica pendevano sopra il deposito d'auto usate di Mack
Cade, in Celeste Street. Il deposito era circondato da una recinzione di rete
metallica, alta due metri e mezzo, sormontata di filo spinato; la grossa in-
segna rossa proclamava: FAI AFFARI CON CADE, L'AMICO DEL LA-
VORATORE. Le auto erano dei veri catorci, la migliore non avrebbe resi-
stito cinquanta chilometri; ma con i messicani Cade faceva buoni affari.
Comunque, per lui il commercio d'auto usate era soltanto il modo per pro-
curarsi gli spiccioli: la sua vera attivit riguardava altri campi.
Pi a est, dove Celeste Street incrociava Brazos Street lungo il perimetro
del Preston Park, le finestre della First Texas Bank di Inferno riflettevano
la palla di fuoco del sole e mandavano bagliori arancione. Con i suoi tre
piani, la banca era la costruzione pi alta di Inferno, se non si contava il
torreggiante schermo grigio del drive-in StarLite, pi a nordest. Una volta,
se te ne stavi seduto in cima alla Sedia a Dondolo, guardavi gratis i film,
t'inventavi i dialoghi e te la spassavi alla grande.
Ma i tempi cambiano, si disse il ragazzo. Trasse una boccata e soffi un
paio d'anelli di fumo. L'estate precedente il drive-in aveva cessato l'attivit
e lo spiazzo era diventato un covo di serpenti e di scorpioni. Circa due chi-
lometri a nord dello StarLite c'era un piccolo edificio di pannelli prefabbri-
cati, col tetto simile a una crosta marrone. In quel momento il parcheggio
dell'edificio era vuoto, ma verso l'ora di pranzo si sarebbe riempito. Il Bob
Wire Club era l'unico locale che riusciva ancora a fare soldi: birra e
whisky sono analgesici potenti.
Il tabellone elettronico sulla facciata della banca segnava le 5 e 57; al-
l'improvviso cambi per indicare la temperatura, 25 gradi. I quattro se-
mafori d'avvertimento di Inferno entrarono in funzione col giallo inter-
mittente, non uno in sincronia con gli altri.
Il ragazzo era indeciso se andare o no a scuola. Forse era meglio fare una
corsa in moto nel deserto e continuare fino al termine della strada, oppure
andare in sala giochi a migliorare il record a Gunfighter e Galaxian. Guar-
d verso est, al di l di Republica Road, verso la scuola superiore W.T.
Preston e la scuola elementare civica di Inferno, due lunghi e bassi edifici
di mattoni, separati da un'area di parcheggio, che gli ricordavano le prigio-
ni dei film. Dietro la scuola superiore c'era un campo da football, la cui
scarsa erba autunnale era seccata da tempo. Non avrebbero pi piantato al-
tra erba, in quel campo, e non ci sarebbero state pi partite. Comunque,
pens il ragazzo, nel corso della stagione i Preston High Patriots avevano
vinto solo due partite e nella classifica della Presidio County erano ultimi
staccati; perci, chi se ne fregava?
Il giorno prima lui aveva marinato; l'indomani, venerd 25 maggio, era
l'ultimo giorno. La gran rottura delle prove finali era terminata e lui sareb-
be stato promosso, col resto della classe, se avesse finito il compito di tec-
nica manuale. Quindi per oggi poteva anche fare il bravo e andare a scuola
come ci si aspettava che facesse, o quanto meno farvi una capatina per ve-
dere che aria tirava. Forse Tank, Bobby Clay Clemmons o un altro aveva-
no in programma un giro di "prelievi"; o forse uno di quei messicani ba-
stardi aveva bisogno di una bella spazzolata. In questo caso, sarebbe stato
ben lieto di provvedere.
Socchiuse gli occhi, grigio chiaro, dietro un velo di fumo. Guardare cos
Inferno lo infastidiva, gli dava la spiacevole sensazione di chi ha il prurito
e non pu grattarsi. Il motivo, si disse, era che le vie di Inferno erano tutte
un vicolo cieco. Anche Cobre Road, che tagliava Republica Road, correva
a ovest lungo la gola dello Snake River e proseguiva per altri dodici chi-
lometri, portava solo ad altri fallimenti: la miniera di rame, il Preston
Ranch e alcune fattorie vecchie e stente. La luce, ravvivandosi, non mi-
gliorava certo l'aspetto di Inferno: si limitava a metterne in mostra le cica-
trici. La cittadina era bruciata dal sole, polverosa, moribonda; Cody Lo-
ckett, il ragazzo, cap che l'anno seguente, in quel periodo, non ci sarebbe
stato pi nessuno. Inferno si sarebbe rinsecchita e sarebbe stata soffiata
via; gi gran parte delle case era disabitata e molta gente aveva fatto i ba-
gagli ed era andata a cercare pascoli pi verdi.
Travis Street correva da nord a sud e tagliava in due Inferno. La zona est
consisteva per la maggior parte in case di legno che non reggevano la ver-
nice e nel cuore dell'estate diventavano forni insopportabili. La zona ovest,
dove abitavano i proprietari di negozi e la "gente bene", comprendeva so-
prattutto case di pietra bianca e di mattoni cotti al sole, e nei giardinetti c'e-
ra qualche cespuglio di fiori selvatici. Ma anche quella si svuotava in fret-
ta: ogni settimana qualche negozio chiudeva; tra i fiori selvatici sbocciava-
no cartelli con la scritta: VENDESI. In fondo a Travis Street, a nord, al di
l di un parcheggio disseminato di erba mobile, c'era un condominio di
mattoni rossi, a due piani, le cui finestre del pianterreno erano chiuse da
fogli di lamiera. L'edificio era stato costruito alla fine degli anni Cinquanta
- gli anni della fioritura della citt - ma adesso era una conigliera di stanze
vuote e di corridoi; i Renegades, la banda di cui Cody Lockett era presi-
dente, se n'erano appropriati e l'avevano trasformato nella loro roccaforte. I
membri di el Culebra de Cascabel - i Rattlesnakes, Serpenti a Sonagli, una
banda di ragazzi messicani di Bordertown - erano fottuti, se sorpresi di
notte nel territorio dei 'Gades. E il territorio dei 'Gades era tutta la zona a
nord del ponte sullo Snake River.
Non poteva essere diversamente. I messicani ti mettevano sotto i piedi,
se glielo permettevi. Ti toglievano denaro e lavoro, e intanto ti sputavano
in faccia. Perci bisognava tenerli al loro posto e sbatterli di nuovo in riga,
se ne uscivano. Il padre di Cody non faceva che ripeterlo, giorno dopo
giorno, anno dopo anno. Gli immigrati illegali, diceva il vecchio Lockett,
erano come cani, da prendere a calci di tanto in tanto perch non dimenti-
cassero chi erano i padroni.
Ma a volte, se ci pensava a mente fredda, Cody non riusciva a capire che
male facessero, i messicani. Erano disoccupati, come chiunque altro. Ep-
pure il padre di Cody diceva che i messicani avevano rovinato la miniera
di rame. Che rovinavano qualsiasi cosa toccassero. Che avevano mandato
in rovina il Texas e che avrebbero rovinato la citt, prima della fine. Fra
non molto avrebbero scopato per la strada le donne bianche, l'aveva avvi-
sato il vecchio Lockett. Bisognava prenderli a calci, fargli mordere la po-
vere.
A volte Cody ci credeva; a volte, no. Dipendeva dall'umore. Andava tut-
to storto, a Inferno, e andava tutto storto anche dentro di lui, lo capiva.
Forse era pi facile prendere a calci in culo un messicano che mettersi a ri-
flettere troppo. Comunque, la faccenda si riduceva a tenere i Rattlers lon-
tano da Inferno dopo il tramonto: responsabilit che Cody aveva ereditato
dai sei presidenti dei 'Gades che l'avevano preceduto.
Cody si alz e si stiracchi. Il sole gli illumin i capelli ricci, color sab-
bia, tagliati corti ai lati e arruffati in cima. Un piccolo teschio d'argento gli
pendeva dal lobo sinistro. Cody era alto uno e ottanta, magro, snello, rapi-
do di movimenti: pareva pericoloso quanto un pezzo di fil di ferro arruggi-
nito. Aveva viso tutto spigoli, naso affilato, mento aguzzo; perfino le so-
pracciglia bionde e folte erano ispide e rabbiose. Cody poteva far abbassa-
re lo sguardo a una vipera e gareggiare con una lepre; camminando, proce-
deva a passi lunghi, come se cercasse di liberare le gambe dalle pastoie di
Inferno.
Il cinque marzo aveva compiuto diciotto anni e non aveva la minima i-
dea di che cosa avrebbe fatto nella vita. Il futuro era un argomento al quale
evitava di pensare; fra una settimana, a partire da domenica, si sarebbe di-
plomato con gli altri sessantatre ragazzi, ma il mondo era un mosaico
d'ombra. I titoli scolastici non gli bastavano per iscriversi a un college e in
casa non c'era denaro per frequentare una scuola tecnica. Il vecchio si be-
veva tutti i soldi che guadagnava al forno e buona parte di quelli che Cody
portava a casa lavorando alla stazione di servizio della Texaco. Ma Cody
sapeva di poter mantenere finch voleva il lavoro da benzinaio e meccani-
co. Il signor Mendoza, proprietario della stazione di servizio, era l'unico
messicano buono che conoscesse... o che avesse voglia di conoscere.
Cody spost lo sguardo verso sud, al di l del fiume, sulle casette e sui
bassi edifici di Bordertown, la zona messicana. Laggi le quattro vie stret-
te e polverose non avevano nome, solo numeri; e tutte, a parte Fourth
Street, erano vicoli ciechi. Il campanile della chiesa cattolica Sacrificio di
Cristo, con la croce che mandava bagliori arancione sotto il sole appena
sorto, era il punto pi alto di Bordertown.
Verso ovest, Fourth Street finiva nel deposito d'auto usate di Mack Ca-
de: due acri di labirinto di carrozzerie, mucchi di ricambi e di pneumatici
vecchi, officine cintate e pozzi di cemento, il tutto circondato da rete me-
tallica alta due metri e settanta, con in cima altri trenta centimetri di filo
spinato. Dalle finestre di un'officina provenivano il bagliore della fiamma
ossidrica e i colpi di una pistola sparabulloni. Nel deposito c'erano tre au-
toarticolati in attesa del carico. Cade faceva lavorare i dipendenti giorno e
notte; con i guadagni si era costruito un'ampia palazzina d'aspetto moder-
no, in mattoni cotti al sole, con piscina e campo da tennis, situata a circa
tre chilometri a sud di Bordertown e a met strada dalla frontiera col Mes-
sico. Aveva offerto a Cody un lavoro da meccanico, ma il ragazzo sapeva
quale genere d'affari Mack Cade trattava e non era ancora pronto per que-
sto tipo di vicolo cieco.
Si gir verso ovest e con lo sguardo segu la linea scura di Cobre Road.
Cinque chilometri pi avanti c'era il gigantesco cratere rosso della Preston
Copper Mining Company, orlato di grigio come una ferita infetta. Intorno
al cratere c'erano uffici vuoti, tettoie di deposito, la raffineria dal tetto di
lamiera e macchinari abbandonati. A Cody parevano resti di dinosauri dis-
seccati dal sole del deserto. Cobre Road continuava al di l del cratere, in
direzione del Preston Ranch, e seguiva verso ovest i pali della linea elettri-
ca.
Cody guard di nuovo la cittadina silenziosa - novemila anime, in rapida
diminuzione - e immagin di udire gli orologi che ticchettavano nelle case.
Ormai la luce del sole strisciava intorno alle tendine e s'infilava tra le tap-
parelle per striare di fuoco le pareti. Presto le sveglie avrebbero richiamato
di colpo i dormienti a un nuovo giorno; chi aveva un'occupazione, si sa-
rebbe vestito e avrebbe lasciato la casa, di corsa davanti al pungolo elettri-
co del tempo, per andare al lavoro nei restanti negozi di Inferno o pi a
nord, a Fort Stockton e a Pecos. E a fine giornata tutti sarebbero tornati in
quelle casette, avrebbero guardato la TV e riempito meglio che potevano
gli spazi vuoti, finch gli orologi bastardi non avessero sussurrato che era
l'ora di dormire. Sarebbe stato sempre cos, giorno dopo giorno, finch l'ul-
tima porta non si fosse chiusa e l'ultima auto non fosse partita... e poi sa-
rebbe rimasto solo il deserto, che si sarebbe esteso e avrebbe invaso le vie.
- E io me ne sbatto - disse Cody ad alta voce, soffiando dalle narici il
fumo della sigaretta. L non c'era mai stato niente, per lui; n prima, n ora.
Quel mortorio di paese poteva trovarsi a mille miglia dalla civilt, se non
fosse stato per i pali del telefono, per gli stupidi spettacoli televisivi ameri-
cani e gli ancora pi stupidi programmi messicani, per le voci bilingui che
scaturivano dalle radio. Cody guard a nord, lungo Brazos Street, al di l
di altre case e della bianca Chiesa Battista di Inferno. Proprio un attimo
prima che Brazos Street terminasse, c'era un recinto con un cancello di fer-
ro battuto, che circondava Joshua Tree Hill, il camposanto di Inferno. Il
terreno, nel rispetto del nome, era ombreggiato da snelli alberi di yucca
scolpiti dal vento, ma era pi una gobba che una collina. Cody fiss per un
momento le lapidi e i vecchi monumenti funerari, poi riport l'attenzione
sulle case; non ci vedeva grande differenza.
- Ehi, zombie fottuti! - grid d'impulso. - Sveglia! - La voce ro-
tol sopra Inferno e si lasci una scia di latrati di cani.
- Non far la stessa fine - continu Cody, con la sigaretta incollata al-
l'angolo della bocca. - Lo giuro su Dio.
Sapeva a chi si rivolgeva, perch nel dire queste parole fissava in basso
la casa grigia nei pressi dell'incrocio fra Sombra e Brazos Street. Il suo
vecchio, immaginava, non si era nemmeno accorto che lui non era tornato
a casa per la notte; ma, tanto, se ne sarebbe fregato. A suo padre bastava
una bottiglia e un posto dove dormire per farsi passare la sbronza.
Cody lanci un'occhiata alla scuola Preston. Se per quel giorno non a-
vesse terminato il lavoro di tecnica manuale, forse Odeale gli avrebbe dato
un dispiacere e rovinato il diploma. Ma lui non sopportava che un figlio di
puttana col farfallino lo guardasse da sopra la spalla e gli dicesse che cosa
fare: proprio per questo aveva tirato il lavoro per le lunghe. Oggi, per,
doveva terminarlo; avrebbe potuto fabbricare tanti mobili da riempire una
stanza, nelle sei settimane che aveva impiegato per un solo, pidocchioso
portacravatte.
Ora il sole aveva un bagliore feroce. Le vivide tonalit del deserto gi
impallidivano. Un camion, con i fari ancora accesi, giungeva dalla Statale
67: portava da Odessa i giornali del mattino. Una Chevy blu scuro usc a
retromarcia da un vialetto in Bowden Street e sulla veranda una donna in
vestaglia salut con la mano il marito. Qualcuno apr la porta posteriore
della casa e lasci uscire un gatto soriano che subito diede la caccia a un
coniglio in un cespuglio di cactus. Sul lato di Republica Road, le poiane
beccavano la colazione; pi in alto nell'aria fosca altri uccelli da preda gi-
ravano lentamente in cerchio.
Cody trasse dalla sigaretta un'ultima boccata e tir il mozzicone gi dal-
la Sedia a Dondolo. Aveva voglia di mangiare un boccone, prima di andare
a scuoia. Di solito a casa c'erano frittelle stantie, ma andavano bene u-
gualmente.
Gir le spalle a Inferno e scese cautamente dalle rocce alla cresta in bas-
so. L vicino aveva lasciato la Honda 250 rossa, messa insieme utilizzando
parti di ricambio comprate due anni prima nel deposito di Cade. Aveva ot-
tenuto un prezzo di favore ed era abbastanza furbo da non fare domande. Il
numero di serie del motore della Honda era stato limato, proprio come ac-
cadeva per gran parte dei motori e dei ricambi che Mack Cade vendeva.
Mentre si accostava alla moto, Cody colse un movimento accanto al suo
stivale destro da cowboy. Si ferm.
La sua ombra aveva colpito un piccolo scorpione scuro che si crogiolava
sopra una pietra piatta. L'animale inarc il pungiglione segmentato e colp
l'aria, ma non fugg via. Cody alz il piede per schiacciare il piccolo ba-
stardo.
Ma esit un istante. L'animale era lungo solo otto centimetri, dalla testa
al pungiglione; Cody avrebbe potuto schiacciarlo in un amen, ma ammira-
va il coraggio della creatura, ferma l a combattere un'ombra gigantesca
per il possesso d'un pezzo di pietra nel deserto ardente. Decisione insensa-
ta, riflett Cody, ma coraggiosa. Comunque, nell'aria c'era gi troppa pre-
senza di morte, quel giorno. Cody decise di non accrescerla.
-  tutta tua, amigo - disse; pass accanto allo scorpione, che cerc
ancora di conficcare l'aculeo nell'ombra che s'allontanava.
Cody sal sulla moto e si accomod sul sellino di pelle, tutto rattoppato.
Le doppie marmitte cromate avevano una patina di sporcizia, la vernice
rossa era scrostata e sbiadita, il motore a volte bruciava olio e faceva i ca-
pricci, ma la moto portava Cody dove voleva. Sulla Statale 67, a una certa
distanza da Inferno, Cody costringeva il motore a toccare i centodieci; po-
che cose gli piacevano pi del rombo rauco e del vento che gli sibilava
contro le orecchie. In occasioni come questa, quando era da solo e dipen-
deva esclusivamente da se stesso, Cody si sentiva davvero libero. Perch
dipendere dalla gente ti sballa in testa, e lui lo sapeva. In questa vita si  da
soli, meglio convincersi e apprezzarlo.
Inforc gli occhialoni appesi al manubrio, infil la chiavetta dell'ac-
censione e premette con tutto il peso sul pedale dello starter. Il motore eb-
be un ritorno di fiamma, mand uno sbuffo di fumo oleoso e vibr come se
non volesse svegliarsi... poi venne alla vita come un mustang fedele anche
se a volte riottoso. Code spinse la moto gi dal ripido pendio, verso Aurora
Street, lasciandosi alle spalle una scia di polvere giallastra. Non sapeva in
quali condizioni fosse oggi suo padre e si prepar all'incontro. Ma forse ce
l'avrebbe fatta, a entrare e a uscire senza che il vecchio se ne accorgesse.
Lanci un'occhiata alla linea retta della Statale 67 e giur che molto pre-
sto, forse addirittura dopo la festa del diploma, avrebbe imboccato la ma-
ledetta strada e continuato a correre, seguendo i pali telegrafici verso nord,
senza mai girarsi a guardare quel che abbandonava.
Non far la stessa fine, giur a se stesso.
Ma nell'intimo temeva che, con il passare dei giorni, guardandosi allo
specchio avrebbe visto in s tracce sempre pi evidenti del viso del suo
vecchio.
Diede gas; mentre imboccava a gran velocit Aurora Street, la gomma
posteriore lasci una striatura nera.
A est il sole splendeva, caldo e rosso; a Inferno era iniziato un altro
giorno.
2
L'Ardente Gabbia di Matti
Jessie Hammond si svegli, come d'abitudine, tre secondi prima che la
sveglia sul comodino suonasse. Quando la suoneria entr in funzione, lei
allung la mano e, ancora a occhi chiusi, premette col palmo il pulsante e
la spense. Sent nell'aria il profumo invitante di bacon e di caff appena
fatto.
- La colazione  pronta, Jess! - annunci Tom, dalla cucina.
- Solo due minuti - rispose Jessie. Affond la testa nel guanciale.
- Minuti lunghi o minuti brevi?
- Brevi. Brevissimi. - Si gir per trovare una posizione pi comoda e
sull'altro guanciale colse il profumo di lui, piacevolmente acre. - Hai l'o-
dore d'un cucciolo - borbott, assonnata.
- Prego?
- Come? - Apr gli occhi alle vivide strisce di sole che dalle persiane
colpivano la parete opposta e immediatamente li richiuse.
- Vuoi un po' di occhi di lucertola nelle uova fritte, oggi? - domand
Tom. Era rimasto alzato fino all'una di notte, a parlare e dividere con Jes-
sie una bottiglia di Blue Nun. Ma era abituato a svegliarsi di buon'ora e si
divertiva a preparare la colazione; Jessie invece aveva bisogno d'un certo
tempo per mettersi in moto, anche nei giorni migliori.
- Per me, solo una spruzzatina - rispose Jessie. Si sforz di riaprire
gli occhi. La prima luce, gi vivida, prometteva un'altra giornata caldis-
sima. La settimana precedente c'erano stati 32 gradi un giorno dopo l'altro
e le previsioni del tempo da Odessa, sul canale 19, avevano annunciato che
oggi forse si arrivava a superare i 37. Tutto questo caldo in anticipo signi-
ficava guai. Gli animali non si erano ancora abituati. I cavalli si sarebbero
impigriti e avrebbero mangiato meno; i cani sarebbero diventati scontrosi e
avrebbero morsicato senza motivo; i gatti si sarebbero scatenati a usare le
unghie. Anche il bestiame d'allevamento diventava inquieto e i tori erano
di sicuro pericolosi. Ma questa era anche la stagione della rabbia: la paura
maggiore era che qualche cucciolo desse la caccia a una lepre o a un cane
della prateria infetti, ne fosse morsicato e portasse nella comunit la malat-
tia. Tutti gli animali domestici noti a Jessie avevano gi fatto l'antirabbica,
ma c' sempre qualcuno che non porta a vaccinare il proprio cane o gatto.
Sarebbe stata una buona idea, si disse Jessie, prendere il camioncino e fare
il giro delle piccole comunit nei pressi di Inferno, come Klyman, No Tre-
es e Notch Fork, per diffondere il vangelo del vaccino antirabbico.
- Buongiorno. - Tom era accanto al letto e le offriva il caff, in una
tazza di ceramica azzurra. - Questo ti metter in moto.
Jessie si alz a sedere e prese la tazza. Il caff - come sempre, quando a
farlo era Tom - aveva colore d'ebano e gusto orribile. La prima sorsata le
fece storcere le labbra; la seconda le rimase a covare sulla lingua per un
poco; la terza le mand la caffeina a svegliare il sistema nervoso. E Jessie
ne aveva bisogno: faceva sempre fatica a svegliarsi. Ma, in qualit di unico
veterinario nel raggio di sessanta chilometri, gi da un pezzo aveva impa-
rato che allevatori e contadini si alzavano molto prima che il sole schiaris-
se il cielo.
- Va gi che  un piacere - disse.
- Come sempre. - Tom sorrise, and alla finestra e spalanc le per-
siane. Fuoco rosso lo colp in faccia e trasse riflessi dalle lenti degli oc-
chiali. Tom guard a est, lungo Celeste Street, verso Republica Road e la
scuola Preston... "il Forno", la chiamava, perch l'impianto di con-
dizionamento si guastava con frequenza degna di miglior causa. Cominci
a perdere il sorriso.
Jessie cap che cosa pensava. Ne avevano discusso la sera precedente e
tante altre sere prima di quella. La Blue Nun leniva, ma non guariva.
- Vieni qui - disse, chiamandolo accanto al letto.
- Il bacon si raffredda - rispose lui, con la cadenza strascicata del Te-
xas orientale; Jessie invece aveva la pronuncia nasale e rauca del Texas
dell'ovest.
- Lascia che si raffreddi.
Tom gir le spalle alla finestra e sent sulla schiena nuda il calore del so-
le. Indossava i calzoni cachi, sbiaditi e comodi, ma non si era ancora mes-
so calzini e scarpe. Pass sotto il pigro ventilatore della camera; Jessie,
nella camicia celeste e troppo grande, si sporse e batt sull'orlo del letto.
Quando Tom si sedette, cominci a massaggiargli le spalle, con mani ro-
buste e scure. I muscoli di Tom erano gi tesi come corde di pianoforte
- La faccenda si risolver - disse Jessie, calma e decisa. - Non  la
fine del mondo.
Tom annu senza parlare. Il cenno non fu molto convincente. Tom
Hammond aveva trentasette anni, superava di poco il metro e ottanta, era
snello e in buona forma, a parte un accenno di pancetta che resisteva a
flessioni e jogging. I capelli castani cominciavano a lasciare scoperta quel-
la che Jessie definiva "una fronte nobile"; gli occhiali cerchiati di tartaruga
davano al viso un'aria da professore intelligente anche se un po' svanito. E
non sbagliavano di molto: da undici anni Tom insegnava scienze sociali al-
la Preston High e ora, con l'incombente morte di Inferno, era arrivato alla
conclusione. Undici anni di Forno. Undici anni trascorsi a guardare le fac-
ce cambiare. Undici anni: e Tom non aveva ancora sconfitto il suo peggio-
re nemico. Era ancora l, sarebbe stato sempre l: ogni giorno, per undici
anni, l'aveva visto adoprarsi contro di lui.
- Hai fatto tutto il possibile - disse Jessie. - E lo sai.
- Forse. - Pieg le labbra in un sorriso amaro e negli occhi ebbe un
lampo di frustrazione. Fra una settimana, alla chiusura delle scuole, lui e
gli altri insegnanti non avrebbero avuto pi lavoro. Col suo curriculum,
aveva avuto una sola offerta dallo stato del Texas: un lavoro dedicato a e-
sami di alfabetismo agli immigranti stagionali per la raccolta di meloni.
Anche gli altri insegnanti non avevano ancora trovato lavoro, ma questa
considerazione non rendeva meno amara la pillola. Aveva ricevuto una
bella lettera con l'intestazione dello stato del Texas, nella quale si diceva
che per il secondo anno consecutivo il budget per la pubblica istruzione era
stato tagliato e che c'era un congelamento nell'assunzione di insegnanti.
Naturalmente, visto che lui era da tanto nel giro, sarebbe stato inserito nel-
la lista d'attesa, grazie e tieni questa lettera per il tuo archivio. Lo stesso
genere di lettera che molti suoi colleghi avevano ricevuto e l'archivio in cui
finiva era il cestino.
Ma Tom sapeva che alla fine gli si sarebbe presentata un'altra oppor-
tunit. Esaminare i lavoranti stagionali non sarebbe stata poi una brutta co-
sa, ma avrebbe richiesto un mucchio di tempo in viaggi. Quello che l'aveva
tormentato giorno e notte nell'ultimo anno era il ricordo di tutti gli studenti
passati dal suo corso di scienze sociali... centinaia, dai figli americani rossi
di capelli ai messicani dalla pelle color rame e ai ragazzi Apache con occhi
come fori di proiettile. Centinaia di allievi: carico predestinato a una brutta
fine, che passava fra le maleterre su sentieri gi rovinati. Aveva controlla-
to: in un periodo di undici anni, con una classe che comprendeva media-
mente da settanta a ottanta ragazzi, solo trecentosei si erano iscritti al
college di stato o a istituti tecnici. Il resto si era semplicemente disperso o
aveva messo radici a Inferno, per lavorare alla miniera, bersi il salario e al-
levare una nidiata di bambini che probabilmente avrebbero ripetuto lo stes-
so schema. Ma ora non c'era pi miniera e il richiamo delle droghe e del
crimine nelle grandi citt era pi forte. Lo si sentiva perfino a Inferno. E
per undici anni lui aveva visto le facce venire e andarsene: ragazzi con ci-
catrici di coltello e tatuaggi e risa sforzate, ragazze con occhi impauriti e
unghie rosicchiate e doglie segrete di figli gi in grembo.
Undici anni: e l'indomani era il suo ultimo giorno. Usciti gli alunni del-
l'ultima classe, sarebbe finita. E quello che lo tormentava, giorno dopo
giorno, era il sapere che ricordava forse quindici ragazzi sfuggiti all'Arden-
te Gabbia di Matti. Chiamavano cos il deserto tra Inferno e la frontiera col
Messico, ma il nome si riferiva anche a uno stato mentale. L'Ardente Gab-
bia di Matti poteva risucchiare il cervello di un ragazzo e sostituirlo con
fumo drogato, incenerire l'ambizione e inaridire la speranza; Tom cercava
di combatterla da undici anni, ma l'Ardente Gabbia di Matti vinceva sem-
pre e lui non lo sopportava.
Jessie continu a fargli massaggi, ma Tom aveva irrigidito i muscoli. Lei
sapeva che cosa gli passava per la mente: la stessa idea che piano piano le
aveva fatto avvizzire lo spirito.
Tom fiss le strisce di sole sulla parete. - Vorrei avere ancora tre mesi
- disse. - Solo altri tre mesi. - All'improvviso ricord il giorno in cui
lui e Jessie si erano laureati insieme all'Universit del Texas ed erano usciti
in un diluvio di luce, pronti a conquistare il mondo. Gli parve che dal quel
giorno fosse passato un secolo. Negli ultimi tempi Tom aveva pensato
moltissimo a Roberto Perez: non riusciva a togliersi di mente il viso di
quel ragazzo e sapeva bene per quale motivo. - Roberto Perez - disse
ora. - Te ne ho parlato, ricordi?
- Mi pare di s.
- Sei anni fa era nella mia classe. Abitava a Bordertown. Non aveva
grandi voti, ma faceva domande. Voleva sapere. Ma evitava di ottenere
buoni risultati nelle prove scritte, perch non sarebbe stato bello. - Gli
riaffior il sorriso amaro. - Il giorno in cui si diplom, Mack Cade lo a-
spettava. L'ho visto salire sulla Mercedes di Cade. Andarono via insieme.
In seguito il fratello di Roberto mi disse che Cade aveva trovato al ragazzo
un lavoro su a Houston. Fruttava bene, ma non era chiaro in che cosa esat-
tamente consistesse. Poi un giorno il fratello di Roberto mi venne a dire
che dovevo saperlo... Roberto era stato ucciso in un motel di Houston. I
traffici di coca erano andati storti. Roberto si era preso nello stomaco due
colpi di fucile a pallettoni. Ma la famiglia di Perez non biasimava Cade.
Oh, no. Roberto mandava a casa un mucchio di soldi. Cade diede al signor
Perez una Buick nuova. A volte, dopo le lezioni, passo davanti alla casa
dei Perez; la Buick  ferma su quattro blocchi di cemento, nel cortile da-
vanti casa.
Si alz di colpo, and alla finestra e apr le persiane. Sentiva il calore e-
sterno che acquistava forza e si rifletteva sulla sabbia e sul cemento. -
Nella mia ultima classe ci sono due ragazzi che mi ricordano Perez. Nei
compiti nessuno dei due ha mai preso pi della sufficienza risicata, ma
glielo leggo in viso. Ascoltano... e qualcosa rimane. Per fanno solo il mi-
nimo per essere promossi, niente di pi. Probabilmente li conosci: Lockett
e Jurado. - Le diede un'occhiata.
Jessie aveva gi udito Tom fare quei nomi e annu.
- Nessuno dei due ha fatto gli esami d'ammissione al college - conti-
nu Tom. - Jurado mi ha riso in faccia, quando gli ho suggerito di pro-
varci. Lockett mi ha guardato come se fossi uno stronzo. Ma domani  il
loro ultimo giorno di scuola; fra una settimana avranno il diploma e ciao.
Cade sar l ad aspettarli. Lo so.
- Hai fatto il possibile - disse Jessie. - Ora tocca a loro.
- Gi. - Per un momento fu incorniciato di luce scarlatta, come se
fosse davanti a un altoforno acceso. - Questo paese - disse sottovoce.
- Questo paese maledetto e dimenticato da Dio. Niente ci pu crescere.
Te lo giuro, comincio a convincermi che qui c' pi bisogno di un veterina-
rio che di un professore.
Jessie cerc di sorridergli, senza grande successo. - Tu ti prendi cura
dei tuoi animali, io mi prendo cura dei miei.
- Gi. - Tom trov un sorriso spento. Si accost al letto e con la mano
a coppa strinse la nuca di Jessie. Le dita scomparvero nei capelli castano
scuro, tagliati corti. Tom le baci la fronte. - Ti amo, dottoressa. - Pos
la testa contro quella di lei. - Grazie perch mi stai a sentire.
- Io amo te, non un altro - rispose lei, abbracciandolo. Rimasero stret-
ti per un minuto, finch Jessie disse: - Occhi di lucertola?
- Ohi! - Tom si raddrizz. Era meno teso, adesso, ma aveva ancora
uno sguardo preoccupato. Anche se come insegnante era in gamba, cap
Jessie, si considerava un fallimento. - Ormai saranno freddi. Andiamo a
mangiarli.
Jessie scese dal letto e segu il marito nel breve corridoio e in cucina.
Anche in quella stanza era in funzione un ventilatore appeso al soffitto e
Tom aveva aperto le persiane delle finestre rivolte a ovest. Da quella parte
la luce aveva ancora sfumature viola, ma gi il cielo diventava azzurro vi-
vo, sopra la Sedia a Dondolo. Tom aveva riempito i quattro piatti della co-
lazione - in ciascuno, bacon, uova strapazzate (niente occhi di lucertola,
oggi) e pane tostato - che attendevano sopra il piccolo tavolo rotondo nel-
l'angolo.
- Sveglia, addormentati! - chiam Tom, rivolto alla stanza dei ra-
gazzi. Ray rispose con un borbottio privo d'entusiasmo.
Jessie and al frigo e vers nel caff nero e forte una generosa dose di
latte, mentre Tom accendeva la radio per sentire il notiziario delle sei e
mezzo, trasmesso dalla KOAX di Fort Stockton. Stevie irruppe in cucina
-  il giorno dei cavallini, mamma! - disse la piccola. - Dobbiamo an-
dare a vedere Sweetpea!
- Certo, certo. - Jessie era sorpresa che ci fosse chi sprizzava tanta
energia al mattino, anche se era una bimba di sei anni. Vers a Stevie un
bicchiere di succo d'arancia, mentre la figlioletta, con la camicia da notte
University of Texas, si arrampicava sulla seggiola e si appollaiava sul bor-
do, lasciando dondolare le gambe e masticando un pezzo di pane tostato.
- Dormito bene?
- Benissimo. Posso fare un giro su Sweetpea oggi?
- Chiss. Vedremo cosa ne dice il signor Lucas. - Quel mattino Jessie
aveva in programma di andare dai Lucas, una decina di chilometri a ovest
di Inferno, per fare una visita completa al loro palomino. Sweetpea era un
cavallo tranquillo, allevato da Tyler Lucas e sua moglie Bess, e Jessie sa-
peva che Stevie non vedeva l'ora di andarlo a trovare.
- Mangia la colazione, piccola cowboy - disse Tom. - Servono i
muscoli, per stare in sella a un bronco.
Dal soggiorno provenne il rumore del televisore acceso e il clic di canali
cambiati. La stazione MTV rivers dagli altoparlanti musica rock. L'an-
tenna parabolica sul retro della casa captava circa trecento stazioni e porta-
va via etere a Inferno tutte le parti del mondo. - Spegni la tele! - grid
Tom, irritato dal fracasso. - Vieni a fare colazione!
- Un minuto solo! - si lament Ray, come sempre. Era un fanatico
della tele, con una passione particolare per le modelle poco vestite dei vi-
deo MTV.
- Subito!
Ray Hammond spense il televisore ed entr in cucina. A quattordici an-
ni, era magro come un chiodo, goffo (come me, alla sua et, si disse Tom)
e portava occhiali che gli ingrandivano un poco gli occhi; non molto, ma
quanto bastava perch i compagni di scuola lo chiamassero X-Ray. Desi-
derava un paio di lenti a contatto e un fisico alla Arnold Schwarzenegger;
le lenti gli erano state promesse per il sedicesimo compleanno e il fisico
era un sogno che nessun numero di esercizi ginnici poteva realizzare. Ave-
va capelli castano chiaro, tagliati corti ma con una cresta arancione che n
il padre n la madre riuscivano a fargli togliere, ed era l'orgoglioso pro-
prietario di un guardaroba di camicie a disegni astratti e di jeans scoloriti
che induceva Tom e Jessie a pensare che gli anni Sessanta fossero tornati
in un ciclo vendicatore. In quel momento per indossava solo i calzoni del
pigiama, rosso vivo, e mostrava il torace magro e infossato.
- Buongiorno, alieno - lo salut Jessie.
- Buongiorno, 'lieno - la imit Stevie.
- 'Giorno. - Con un grande sbadiglio Ray si lasci cadere sulla sedia.
- Succo d'arancia. - Tese la mano.
- Per favore e grazie. - Jessie gliene vers un bicchiere e lo guard
bere come un pozzo senza fondo. Per essere un ragazzo che pesava solo
cinquanta chili vestito e bagnato, mangiava e beveva con rapidit maggiore
d'un branco di lupi famelici. Si mise subito a divorare bacon e uova.
C'era un motivo, per quell'assalto alla colazione. Ray aveva sognato Be-
linda Sonyers, la pivella bionda che sedeva nella fila accanto a lui durante
le lezioni d'inglese, e non riusciva a togliersela di mente. Se avesse avuto
un'erezione proprio l a tavola con i suoi, si sarebbe sentito assai imbaraz-
zato; cos si concentr sulla colazione, che gli pareva la seconda miglior
cosa dopo il sesso. Di quest'ultimo non aveva esperienza diretta, natural-
mente. E da come gli spuntavano i brufoli, poteva scordarsi le ragazze per i
prossimi mille anni. Si riemp la bocca di pane tostato.
- Paura di perdere il treno? - gli domand Tom.
Ray rischi di soffocare, ma ingurgit il boccone di pane tostato e at tac-
co le uova, perch il ricordo del sogno porno gli faceva di nuovo fremere
l'arnese. Tra una settimana, per, si sarebbe dimenticato di Belinda Son-
yers e di tutte le altre pivelle che si mettevano in mostra nei corridoi della
Preston High; la scuola avrebbe chiuso, le porte sbarrate e i sogni sarebbe-
ro diventati solo polvere arroventata. Ma almeno sarebbe stata estate e an-
che questo era okay. Per, con la chiusura dell'intera citt, l'estate sarebbe
stata divertente quanto fare pulizia in soffitta.
Jessie e Tom si sedettero a tavola e Ray riprese controllo dei propri pen-
sieri. Stevie, con le mches rosse nei capelli biondo rame che ri-
splendevano al sole, mangiava sapendo che le piccole cowboy dovevano
davvero avere muscoli per cavalcare i cavalli selvaggi... ma Sweetpea era
un bravo cavallo, che non si sarebbe mai sognato di sgroppare e disarcio-
narla. Jessie diede un'occhiata all'orologio a parete... uno di quegli stupidi
aggeggi di plastica a forma di testa di gatto, con gli occhi che si muoveva-
no avanti e indietro per segnare il trascorrere dei secondi; mancava un
quarto alle sette: Tyler Lucas era mattiniero e a quest'ora era gi l ad a-
spettare che lei si facesse vedere. Certo, lei non pensava di scoprire che
Sweetpea avesse qualche malattia, ma il cavallo invecchiava e i Lucas lo
trattavano come un cucciolo domestico.
Dopo colazione, mentre Tom e Ray sparecchiavano, Jessie aiut Stevie a
mettersi un paio di jeans e una maglietta bianca di cotone con il ritratto dei
Jetson sul davanti. Poi torn in camera da letto e si tolse la camicia da not-
te, mettendo in mostra il corpo compatto e snello di una donna a cui piac-
cia lavorare all'aperto; aveva una "abbronzatura texana": braccia scure fino
alla spalla e viso d'un deciso color bronzo, mentre il resto era quasi ebur-
neo per contrasto. Il televisore si accese: Ray ne approfittava, prima di an-
dare col padre a scuola... ma non c'era niente di male, perch il ragazzo era
anche un avido lettore e aveva un cervello simile alle spugne, per imma-
gazzinare dati. L'acconciatura dei capelli e il gusto in fatto d'abbigliamento
non erano segnale d'allarme: era un bravo figliolo, molto pi timido di
quanto non lasciasse trasparire, che faceva il possibile per ingranare con i
coetanei. Jessie sapeva come l'avevano soprannominato e ricordava che a
volte  duro essere giovani.
L'aspro sole del deserto aveva aggiunto qualche ruga al viso di Jessie,
ma la donna aveva una forte bellezza naturale che non richiedeva l'aiuto di
creme e di trucco. E poi, i veterinari non devono vincere concorsi di bel-
lezza: devono essere disponibili a qualsiasi ora e lavorare duro, cosa in cui
Jessie non deludeva nessuno. Aveva mani scure e robuste; e le cose da lei
toccate in tredici anni d'attivit avrebbero fatto svenire molte donne. Ca-
strare un cavallo ribelle, estrarre il feto d'un vitellino abortito, togliere un
chiodo dalla trachea a un verro di quattro quintali... tutte operazioni ese-
guite con successo, come centinaia d'altri interventi, dal curare il becco
rotto d'un canarino a ripulire gli alveoli dentali infiammati di un dober-
mann. Ma lei era all'altezza del compito; aveva sempre voluto curare gli
animali, anche da bambina, quando soleva portare a casa ogni cane randa-
gio e ogni gatto sperso che circolavano per le vie del suo quartiere, a Fort
Worth. Era sempre stata un maschiaccio; crescere con tre fratelli le aveva
insegnato a menare pugni... ne dava quante ne prendeva e ricordava benis-
simo quando, a nove anni, col pallone da rugby aveva fatto saltare un inci-
sivo al fratello maggiore. Adesso lui ne rideva, quando si parlavano al tele-
fono, e scherzando diceva che il pallone si sarebbe perso nel Golfo, se lui
non l'avesse addentato.
And in bagno a mettersi un po' di talco e a togliersi di bocca il sapore
del caff e della Blue Nun. Si pass in fretta le dita fra i capelli. Alle tem-
pie cominciava a spuntare qualche filo grigio. La marcia del tempo, si dis-
se. Certo, meno traumatica del guardare come crescevano i figli; le pareva
solo ieri, quando Stevie era appena nata e Ray andava alla terza. Gli anni
volavano, non c'era dubbio. Tolse dall'armadio un paio di comodi jeans as-
sai usati e una T-shirt rossa; si vest e si mise un paio di calzini bianchi e le
scarpe da tennis; poi, gli occhiali da sole e un berretto da baseball. Si fer-
m in cucina a riempire due borracce, perch non si sa mai che cosa pu
accadere nel deserto, e dallo scaffale superiore dell'armadio nel corridoio
prese la borsa da veterinario. Stevie saltellava da tutte le parti come un
chicco di granturco nella padella del popcorn e non vedeva l'ora di partire.
- Noi andiamo - disse Jessie a Tom. - Torneremo verso le quattro.
Si chin a baciarlo e Tom diede un bacione sulla guancia a Stevie. - Fai
attenzione, cowboy! - le disse. - E bada alla mamma.
- Certo! - Stevie strinse la mano della madre; Jessie si ferm a pren-
dere dall'attaccapanni accanto alla porta d'ingresso un berrettino da base-
ball e lo mise in testa alla bambina. - Arrivederci, Ray - grid. Dalla
sua stanza il figlio rispose: - Ci si vede! - "Ci si vede?" pens lei, men-
tre uscivano nel sole gi ardente. Che fine aveva fatto, un semplice: Ciao,
mamma? A trentaquattro anni, niente le dava la sensazione d'essere un
fossile come l'incapacit di capire il linguaggio di suo figlio.
Percorsero a piedi il vialetto lastricato che portava dalla casa al piccolo
edifcio contiguo, di pietra grezza bianca, con una targhetta posta sul ciglio
della strada: CLINICA VETERINARIA DI INFERNO e, pi in basso:
Dott. Vet. Jessica Hammond. Parcheggiato lungo il marciapiede, dietro la
Civic bianca di Tom, c'era l'impolverato camioncino Ford color verdema-
re; nella rastrelliera contro il finestrino posteriore, dove quasi chiunque te-
neva il fucile, c'era un cappio metallico allungabile che per fortuna Jessie
aveva dovuto usare solo un paio di volte.
In breve Jessie si diresse verso ovest lungo Celeste Street; Stevie, bloc-
cata dalla cintura di sicurezza, non stava pi nella pelle. Fragile in appa-
renza, con lineamenti delicati come quelli d'una bambola di porcellana, era
dotata di grande curiosit e, quando voleva qualcosa, non si lasciava inti-
midire; capiva gi gli animali e si divertiva ad andare con la madre nelle
fattorie e nei ranch, anche se a volte erano viaggi massacranti. Stevie -
Stephanie Marie, dal nome della nonna di Tom, come Ray portava il nome
del nonno di Jessie - di solito era una bambina tranquilla e pareva assorbire
il mondo, con quei suoi occhioni verdi, appena appena pi chiari di quelli
della madre. A Jessie piaceva averla intorno a fare piccoli lavoretti nella
clinica veterinaria, ma a settembre Stevie avrebbe iniziato la scuola... do-
vunque si trovasse la famiglia. Infatti, dopo la chiusura delle scuole e la
continuazione dell'esodo, anche gli ultimi negozi di Inferno avrebbero
chiuso i battenti e le poche altre comunit si sarebbero inaridite; non ci sa-
rebbe stato lavoro per Jessie, come non ce ne sarebbe stato per Tom; l'uni-
ca scelta era quella di togliere le radici e trasferirsi da un'altra parte.
Jessie super il Preston Park alla sua sinistra, il Ringwald Drug Store, la
Quik-Check Grocery e l'Ice House a destra. Attravers Travis Street, ri-
schi di travolgere uno dei gatti della signora Stellenberg, schizzato all'im-
provviso davanti al camioncino, e segu la stretta Circle Back Road, che
correva intorno alla base della Sedia a Dondolo e poi, come diceva il no-
me, faceva il giro per riunirsi a Cobre Road. Si ferm al semaforo col gial-
lo intermittente, poi svolt a ovest e premette l'acceleratore.
L'odore agrodolce del deserto entr sulle ali benedette della brezza. I ca-
pelli di Stevie danzarono intorno alle spalle della bambina. Jessie pens
che quello sarebbe stato il momento pi fresco di tutta la giornata e avreb-
bero fatto bene a goderselo. Cobre Road li port al di l della recinzione a
maglia e dei cancelli metallici della Preston Copper Mine. I cancelli erano
chiusi a catenaccio, ma la recinzione era in un tale stato di rovina che un
vecchio artitrico l'avrebbe scavalcata senza difficolt. Cartelli rozzamente
tracciati dicevano: PERICOLO! PROPRIET PRIVATA! Al di l dei
cancelli c'era l'enorme cratere dove un tempo gettava l'ombra una monta-
gna rossiccia, ricca di minerale di rame. Negli ultimi mesi della miniera, in
quel punto le esplosioni di dinamite si susseguivano come un meccanismo
a orologeria; Jessie aveva saputo dallo sceriffo Vance che nel cratere c'e-
rano ancora alcune cariche inesplose e abbandonate, per nessuno era tanto
pazzo da scendere a tirarle via. Certo, la miniera era destinata a esaurirsi
prima o poi, ma nessuno s'aspettava che la vena di minerale venisse a
mancare in maniera totale e definitiva. Nel momento in cui perforatori e
bulldozer avevano incontrato solo inutile roccia, la sorte di Inferno si era
decisa.
Con un contraccolpo e un tremito, le gomme del camioncino passarono
sopra i binari che correvano a nord e a sud del complesso minerario. Ste-
vie, con la schiena gi umida di sudore, si sporse verso il finestrino. Vide
un gruppetto di cani della prateria in cima al monticello in cui avevano la
tana, immobili, ritti sulle zampe posteriori. Una lepre sbuc all'improvviso
dal nascondiglio fra i cactus e attravers in un lampo la strada; in alto un
avvoltoio continu a girare lentamente.
- Come va? - le disse Jessie.
- Bene. - Stevie premette contro la cintura di sicurezza; il vento le
soffi in viso. Il cielo, azzurro come un Puffo, pareva voler continuare al-
l'infinito... forse perfino centocinquanta chilometri. La bambina ricord
che voleva fare alla mamma una domanda. - Come mai pap  cos tri-
ste? - disse.
Naturalmente, pens Jessie, anche Stevie se n'era accorta: non poteva
farne a meno. - Triste non direi - rispose. - Ma la scuola sta per chiu-
dere. Ricordi che ne abbiamo parlato?
- S. Ma chiude ogni anno.
- Be', stavolta non riaprir. Per questo motivo, altre persone si tra-
sferiranno.
- Come Jenny?
- Esatto. - Jenny Galwin era una bimba che abitava qualche casa pi
avanti della loro ed era andata via con i genitori subito dopo Natale. - In
agosto la signora Bonner chiuder la Quik-Check. Per allora, quasi tutti se
ne saranno gi andati.
- Oh. - Stevie riflett un momento. La Quik-Check era il negozio do-
ve tutti compravano da mangiare. - E noi pure - disse alla fine.
- S, anche noi.
Allora, cap Stevie, se ne sarebbero andati anche il signore e la signora
Lucas. E Sweetpea. Che fine avrebbe fatto, Sweetpea? L'avrebbero lasciato
libero d'inselvatichirsi o l'avrebbero chiuso in un van oppure gli sarebbero
montati in groppa e sarebbero andati via? Era un enigma sul quale valeva
la pena riflettere; ma lei aveva visto il termine di un periodo di vita e pro-
vava un senso di tristezza l nel cuore... lo stesso che di certo provava suo
padre.
Il territorio era interrotto da canaloni e disseminato di macchie d'artemi-
sia selvatica e di cactus a tubo di stufa. Uno stradone d'asfalto nero si stac-
cava da Cobre Road circa tre chilometri dopo la miniera e si perdeva a
nordovest passando sotto un arco di granito bianco su cui era intarsiato in
lettere di rame brunito il nome PRESTON. Sulla destra Jessie vide la gros-
sa hacienda in fondo al nastro d'asfalto che scintillava nelle ondate di calo-
re sempre pi intenso. Buona fortuna anche a te, pens, immaginando la
donna che probabilmente a quell'ora dormiva tra fresche lenzuola di seta.
Le lenzuola e la casa erano forse tutto quello che rimaneva a Celeste Pre-
ston, ma non sarebbero durate a lungo.
Il camioncino continu per la strada che tagliava il deserto. Stevie guar-
dava dal finestrino, col viso composto e assorto sotto la visiera del berret-
to. Jessie cambi posizione per scollare dal sedile la T-shirt. Il bivio per la
casa dei Lucas distava ottocento metri.
Stevie ud un ronzio penetrante e pens che una zanzara le sfiorasse l'o-
recchio. Agit la mano come per scacciarla, ma il ronzio rimase e co-
minci a farsi pi forte e pi acuto. Nel giro di qualche secondo divenne
doloroso come la puntura d'un ago. - Mamma? - disse Stevie, con una
smorfia. - Le orecchie mi fanno male!
Un dolore acuto e formicolante aveva colpito anche i timpani di Jessie.
Non solo: si ripercuoteva anche nelle otturazioni dei denti posteriori. La
donna apr la bocca e mosse le mascelle.
- Ahia! - disse Stevie. - Mamma, che cos'?
- Non lo so, tesoro.
Il motore del camioncino si spense di colpo. Cos, all'improvviso, senza
un borbottio n un ansito. Il veicolo prosegu per forza d'inerzia. Jessie
diede gas: solo il giorno prima aveva fatto il pieno, quindi non si trattava
di mancanza di carburante. Ora i timpani le dolevano davvero... pulsavano
per un suono alto e doloroso, simile a un lontanissimo lamento. Stevie si
copr le orecchie; le spuntarono le lacrime. - Mamma, cos'? - domand
di nuovo, con voce tremante per il panico. - Cos'?
Jessie scosse la testa. Il rumore aumentava. Lei gir la chiavetta del-
l'accensione e premette pi volte il pedale dell'acceleratore, ma il motore
rifiut d'accendersi. Sent nei capelli un crepitio di statica e diede un'oc-
chiata all'orologio da polso: il display numerico era impazzito, segnava
numeri che cambiavano con velocit folle. Ecco una bella storia da raccon-
tare a Tom, pens, trasalendo in un bozzolo di rumore penetrante, e allun-
g la mano per stringere quella di Stevie.
La bambina mosse di scatto la testa verso destra; spalanc gli occhi e
strill: - Mamma!
Aveva visto l'oggetto che sopraggiungeva. Anche Jessie lo vide. Schiac-
ci il pedale del freno e lott per non perdere il controllo del volante.
Nell'aria saettava un affare che pareva una locomotiva fiammeggiante e
che lasciava una scia turbinosa di pezzi ardenti. Pass sopra Cobre Road, a
una quindicina di metri dal deserto e forse quaranta metri davanti al ca-
mioncino; Jessie scorse una sagoma cilindrica che brillava di calor rosso
ed era circondata da fiamme. Mentre il camioncino usciva di strada, l'og-
getto pass con un sibilo che assord Jessie e le imped di udire il suo stes-
so urlo di terrore. La coda dell'oggetto esplose in una fiammata gialla e
viola, scagli frammenti in ogni direzione. Un pezzo indefinibile saett
contro il camioncino. Ci fu il fragore dell'urto contro il metallo; il camion-
cino vibr da cima a fondo.
Una gomma anteriore scoppi. Il camioncino continu a procedere sui
sassi e in mezzo a cespugli di cactus, prima che Jessie riuscisse a fermarlo,
reggendo a stento il volante, con mani rese scivolose dal sudore. Il rombo
nelle orecchie le impediva ancora di udire, ma Jessie vide l'espressione at-
territa e il viso rigato di lacrime di Stevie; con tutta la calma possibile le
disse: - Buona, adesso.  tutto finito.  tutto finito. Buona, adesso.
Un getto di vapore usciva dal cofano accartocciato. Sulla sinistra, l'og-
getto fiammeggiante sorvol una bassa cresta e scomparve. Dio mio, pens
Jessie, istupidita. Che cos'era?
L'attimo dopo ci fu un ruggito che super perfino la temporanea sordit
di Jessie. La cabina si riemp di turbini di polvere. Jessie afferr la mano di
Stevie.
Aveva polvere nella bocca e negli occhi; il berretto le era volato via dal
finestrino. Quando riusc a schiarirsi la vista, scorse tre elicotteri grigio-
verde, in stretta formazione a V: volavano a una decina di metri di quota e
seguivano verso sudovest l'oggetto fiammeggiante. In breve sorvolarono la
cresta e scomparvero. In alto c'erano le scie di condensazione di alcuni jet,
anch'essi diretti a sudovest.
La polvere si pos. Jessie cominci a riacquistare l'udito; Stevie piange-
va, stringendo con tutte le sue forze la mano della madre. -  finito -
disse Jessie, con voce rauca. -  tutto finito. - Avrebbe pianto volentieri
anche lei, ma le mamme non fanno certe cose. Il motore ticchett come un
cuore rugginoso e Jessie si trov a fissare il getto di vapore che sgorgava
da un piccolo foro rotondo proprio nel centro del cofano.
3
Regina di Inferno
- Cristo santissimo, che bordello! - esclam la donna, alzandosi a se-
dere sul letto a baldacchino; aveva capelli candidi e portava sul viso una
maschera da letto, in seta rosa. L'intero edificio parve vibrare a causa del
frastuono. La donna tir via con rabbia la maschera e mise in mostra occhi
color del ghiaccio artico. - Tania! Miguel! - grid, con voce arrochita
dalle troppe sigarette senza filtro. - Venite qui! - Tir con forza il cor-
done posto accanto al letto: nella grande casa padronale dei Preston una
campana rintocc per richiamare l'attenzione della servit.
Ormai il tremendo rombo era svanito; era durato solo un paio di secondi,
sufficienti a svegliarla di soprassalto. La donna tir via le lenzuola, scese
dal letto e, come un tornado su due gambe, si diresse alla porta del terraz-
zino. La spalanc e rimase senza fiato per il caldo. Usc, si scherm gli oc-
chi, scrut dalle parti di Cobre Road. A cinquantatr anni, anche senza oc-
chiali aveva ancora vista acuta: tre elicotteri erano passati pericolosamente
vicino alla casa e ora correvano verso sudovest, sollevando una tempesta
di polvere. Nel giro di qualche secondo furono nascosti dal polverone; Ce-
leste Preston era cos furibonda da mandare fiamme dagli occhi.
Tania, tozza e dal viso tondo come luna piena, comparve nel vano della
porta: era gi pronta a resistere all'assalto. - S, seora Preston?
- Dov'eri? Credevo che ci bombardassero! Che diavolo succede?
- Non so, seora. Penso...
- Oh, lascia perdere e portami da bere! - la interruppe lei, brusca.
- Ho i nervi scossi!
Tania rientr in casa a prendere alla padrona il primo drink della giorna-
ta. Celeste rimase sull'alta veranda pavimentata a piastrelle di maiolica
rossa messicana e strinse la ringhiera di ferro battuto. Da l vedeva le stalle
della tenuta, il recinto dei cavalli e la pista da corsa... ormai inutile, ovvia-
mente, perch tutti i purosangue erano stati venduti all'asta. Il vialetto nero
girava intorno a quella che era stata un'ampia aiuola di peonie e di marghe-
rite, ora inaridita dopo il guasto all'impianto d'innaffiatura. La vestaglia
giallo limone le si appiccicava alla schiena: caldo e sudore riattizzarono la
furia. Celeste torn al fresco della camera da letto, prese il telefono rosa e
con l'unghia ben curata compose un numero.
- Ufficio dello sceriffo - rispose una voce strascicata, da ragazzo. -
Parla Chaffin, vicesceri...
- Voglio Vance all'apparecchio - lo interruppe Celeste.
- Ah... lo sceriffo Vance al momento  fuori, in servizio. Chi...
- Sono Celeste Preston. Voglio sapere chi manda elicotteri a svolazzare
sulla mia propriet, alle... - guard l'orologio sul comodino - alle sette e
dieci del mattino! Quei bastardi mi hanno quasi scoperchiato il tetto!
- Elicotteri?
- Togliti il cerume dalle orecchie, ragazzo! Hai sentito benissimo. Tre
elicotteri! Se fossero passati un po' pi vicino, m'avrebbero portato via le
lenzuola. Cosa succede?
- Ah... non so, signora Preston. - Ora la voce del vice pareva pi at-
tenta e Celeste immagin che si fosse drizzato a sedere, dietro la scrivania.
- Posso chiamarle per radio lo sceriffo Vance, se vuole.
- Voglio. Digli di venire qui subito. - Riattacc prima che l'altro po-
tesse rispondere. Tania era entrata portando un Bloody Mary, sopra uno
degli ultimi vassoi d'argento sterling. Celeste prese il bicchiere, mescol
con un gambo di sedano la mistura piccante e la mand gi quasi tutta in
un paio di sorsate. Quel giorno Tania aveva messo nel cocktail pi Taba-
sco del solito, ma Celeste non trasal. - Oggi con chi devo vedermela? -
domand, passandosi sulla fronte, alta e segnata di rughe, il bordo del bic-
chiere ghiacciato.
- Con nessuno. Non ha impegni.
- Grazie a Dio e a tutti i santi! Quella maledetta manica di sanguisughe
mi lascia un attimo di respiro, eh?
- Luned mattina ha appuntamento col signor Weitz e col signor O-
'Connor - le ricord Tania.
- Luned potrei anche essere morta. - Termin il cocktail e pos sul
vassoio il bicchiere. Pens di rimettersi a letto, ma ormai era troppo sve-
glia. Gli ultimi sei mesi erano stati un mal di testa legale dopo l'altro, per
non parlare dei danni morali. A volte si sentiva il punching-ball di Dio pa-
dre: in vita sua aveva fatto un bel po' di cose poco pulite, ma ora pagava a
carrettate tutti i suoi peccati.
- C' altro? - domand Tania, con sguardo fermo e impassibile.
- No, niente. - Ma cambi idea prima che Tania arrivasse alla mas-
siccia e lucida porta di legno rosso della California. - Aspetta un momen-
to. Ferma l.
- S, seora.
- Non volevo assalirti, poco fa. Solo che... sai anche tu come vanno le
cose.
- Capisco, seora.
- Bene. Senti, quando tu e Miguel volete farvi un goccio, non state a
pensarci due volte. - Si strinse nelle spalle. - Non ha senso, lasciare che
il liquore finisca nella spazzatura.
- Terr presente, signora Preston.
Ma Celeste sapeva che non l'avrebbero fatto. Tania e suo marito non be-
vevano; e poi, qualcuno doveva pur mantenersi lucido, anche solo per te-
nere lontano gli avvoltoi umani. Fiss negli occhi la donna. - Sai, in tren-
taquattro anni mi hai sempre chiamato "Signora Preston" o "seora". Non
t' mai venuta voglia, almeno una volta, di chiamarmi "Celeste"?
Tania esit. Scosse la testa. - Neanche una volta, seora.
Celeste scoppi a ridere: la risata cordiale di una donna che ha cono-
sciuto la vita dura, che un tempo era orgogliosa delle unghie listate di nero
per lo sporco del rodeo e sapeva che vittoria e sconfitta sono due facce del-
la stessa moneta. - Sei un bel tipo, Tania! Lo so, ti sono sempre stata
simpatica quanto una cacata d'avvoltoio, ma sei una brava persona. - Il
sorriso svan. - Apprezzo in particolare che tu sia rimasta, in questi ultimi
mesi. Non eri obbligata.
- Il signor Preston  sempre stato gentile con noi. Volevamo ripagare il
debito.
- L'avete ripagato. - Socchiuse un poco gli occhi. - Ma dimmi una
cosa, e che sia la verit: la prima signora Preston se la sarebbe cavata me-
glio di me, in questo casino?
Tania non cambi espressione. - No - rispose alla fine. - La prima
signora Preston era una donna bella, gentile... ma non aveva il suo corag-
gio.
- Gi - brontol Celeste. - E non era neppure scema. Per questo se
l' svignata da questo cesso, quarant'anni fa!
Tania cambi bruscamente argomento. - Desidera altro, seora?
- No. Ma fra poco arriva lo sceriffo, perci tieni aperte le orecchie.
A schiena dritta e rigida, Tania usc dalla camera da letto. I passi ri-
suonarono sul pavimento di quercia del lungo corridoio esterno.
Celeste li ascolt svanire, pensando a quanto suonava vuota una casa
senza mobili. Qualcuno era rimasto, certo, come il letto e la toeletta e il ta-
volo del soggiorno al pianterreno, ma non molto. Attravers la stanza e
prese da un astuccio in filigrana d'argento un sottile sigaro nero. L'accen-
dino di cristallo francese era gi finito alla casa d'aste, perci Celeste acce-
se il sigaro con un fiammifero preso da una bustina che faceva pubblicit
al Bob Wire Club sulla Statale 67. Poi usc di nuovo sul terrazzo; soffi
una boccata di fumo aromatico e alz il viso verso il sole brutale.
Sarebbe stata un'altra giornata caldissima, si disse. Ma ne aveva sop-
portate anche di peggiori. E ne avrebbe sopportate ancora. Tutto quel casi-
no con avvocati, lo stato del Texas e l'ufficio delle tasse sarebbe passato
come nuvola sotto un forte vento e lei avrebbe continuato con la sua vita.
- La mia vita - disse e le rughe intorno alla bocca divennero pi mar-
cate. Aveva fatto un mucchio di strada, dalla baracca in riva al mare a Gal-
veston. Ora se ne stava sul terrazzo di una hacienda in stile spagnolo, con
trentasei stanze, in una tenuta di cento acri... anche se la casa era priva di
mobilio e la tenuta era deserto pietroso. In garage c'era una Cadillac giallo
canarino, l'ultima di sei automobili. Alle pareti della villa c'erano spazi
vuoti dove un tempo erano appesi quadri di Mir, di Rockwell, di Dal. E-
rano stati i primi a finire all'asta, insieme con il mobilio antico francese e
la collezione di Wint, che comprendeva quasi mille serpenti a sonagli im-
pagliati.
Il suo conto in banca era pi congelato delle palle d'un esquimese, ma un
reggimento d'avvocati di Dallas era impegnato a risolvere il problema e da
un giorno all'altro lei avrebbe ricevuto una telefonata dall'ufficio legale con
sette nomi sulla targa; le avrebbero detto: "Signora Preston? Buone notizie,
carissima. Abbiamo rintracciato i titoli di stato scomparsi e l'ufficio esatto-
riale ha acconsentito al pagamento mensile delle tasse arretrate. Finalmen-
te si  tolta dalle secche! S, signora, il vecchio Wint ha pensato a lei, do-
potutto!"
Il vecchio Wint, Celeste lo sapeva, era stato pi viscido della merda di
gufo. Aveva ballato come un mulinello texano intorno ai regolamenti di si-
curezza governativi e ai codici delle tasse, alle leggi sulle aziende e ai pre-
sidenti di banca; e il colpo che l'aveva sbattuto via da questo mondo, il due
di dicembre, a ottantasette anni, aveva lasciato lei a pagare la banda.
Celeste guard a est, verso Inferno e la miniera. Pi di sessanta anni
prima, da Odessa Winter Thedford Preston era venuto a sud, con un mulo
chiamato Inferno, in cerca d'oro nelle terre semidesertiche. Non aveva tro-
vato l'oro, ma una montagna rossastra che, secondo gli indiani Mexicali,
era fatta di polvere sacra, dotata di propriet terapeutiche. Wint aveva il
pallino della metallurgia - anche se a scuola non era andato pi in l delle
medie - e aveva annusato non l'odore di polvere sacra, ma il profumo di
minerale ricco di rame. Aveva fondato la compagnia mineraria: una barac-
ca di legno, una cinquantina di messicani e d'indiani, un paio di camion e
un mucchio di vanghe. La prima giornata di scavi aveva portato alla luce
una decina di scheletri; solo allora Wint aveva capito che in quella monta-
gna i Mexicali seppellivano da pi di cent'anni i loro morti.
E poi un giorno un messicano port alla luce una scintillante vena di mi-
nerale assai ricco, larga trenta metri. Fu la prima di molte altre. Le nuove
aziende texane che disseminavano per lo stato cavi telefonici, linee elettri-
che e tubature d'acqua vennero a bussare alla porta di Wint. Proprio dietro
la montagna di minerale sorsero alcune tende, poi case di assi e di mattoni
cotti al sole, seguite da edifici di pietra, chiese e scuole. Le strade di terra
battuta furono coperte di ghiaia, poi d'asfalto. Un giorno Wint, come ebbe
a dire a Celeste, si guard alle spalle e vide un paese dove un tempo c'era
solo erba mobile. Gli abitanti, per la maggior parte operai della miniera, lo
dessero sindaco; sotto l'effetto della tequila, Wint diede al paese il nome di
Inferno e giur di erigervi al centro la statua del suo fedele mulo.
Per, per quanto ci fossero stati alti e bassi in quantit, Inferno non ave-
va mai superato di molto lo stadio di paese. Era troppo caldo e polveroso,
troppo lontano dalle grandi citt; e quando l'acquedotto si ruppe, in men
che non si dica la gente scopr che cosa vuol dire sete. La miniera di rame
era rimasta l'unica vera attivit industriale. Ma la gente continuava a venire
in paese, l'Ice House si colleg all'acquedotto e produsse blocchi di ghiac-
cio, le campane della chiesa suonarono la domenica mattina, i negozianti
fecero soldi, l'azienda telefonica pose linee e addestr operatori, la scuola
superiore fond una squadra di football e una di basket, un ponte di ce-
mento armato sostitu il traballante ponte di legno sullo Snake River. Fu-
rono piantati i primi chiodi nelle assi di Bordertown. Walt Travis fu eletto
sceriffo e al terzo mese fu ucciso a colpi di fucile nella via che da allora
prese il suo nome. Il successore conserv la carica finch non si becc tan-
te di quelle botte da ritrovarsi a un pelo dallo stringere la mano a San Pie-
tro e si risvegli sopra un treno diretto a nord. A poco a poco, anno dopo
anno, Inferno mise radici. Ma con lo stesso ritmo la Preston Copper Mi-
ning Company rosicchiava la montagna dove indiani defunti dormivano da
cento anni.
A quel tempo Celeste Street si chiamava Pearl Street, dal nome della
prima moglie di Wint. Nel periodo fra la prima e la seconda, fu chiamata
Nameless Street, via Senzanome. A questo punto arrivava l'influenza di
Wint Preston.
Celeste tir l'ultima boccata, schiacci il sigaro contro la parte esterna
della ringhiera e lo gett di sotto. - Abbiamo avuto giorni belli, no? -
disse piano. Ma avevano anche lottato come cani e gatti, fin da quando Ce-
leste l'aveva conosciuto, ai tempi in cui cantava con un complessino co-
wboy in una piccola bettola di Galveston. Celeste non gli aveva badato:
aveva una voce da svegliare i morti e a furia d'imprecazioni poteva co-
stringere Satana ad andare in chiesa. A dire il vero, col passare degli anni
si era innamorata di Wint, anche se lui andava a donne, beveva e giocava
d'azzardo. Anche se lui, per pi di trent'anni, l'aveva tenuta all'oscuro dei
propri affari. E quando, meno di tre anni prima, i macchinari avevano co-
minciato a raschiare il fondo e frenetici tentativi con la dinamite non ave-
vano portato alla luce nuove vene di minerale, Wint Preston aveva visto
morire il suo sogno. Solo ora Celeste capiva che Wint era saltato di testa:
aveva cominciato a prelevare denaro dai suoi conti, a vendere azioni e tito-
li di stato, a ramazzare contante con frenesia maniacale. Ma quel che aveva
fatto con quasi otto milioni di dollari rimaneva un mistero. Forse aveva
aperto nuovi conti sotto nomi fasulli; forse aveva messo tutto il contante in
scatole di latta e l'aveva sotterrato nel deserto. In ogni caso, il denaro gua-
dagnato in una vita intera era sparito; e quando l'ufficio imposte era sceso
in picchiata a chiedere un bel malloppo in tasse arretrate e penali, non c'era
niente con cui pagare.
Adesso era tutto in mano agli avvocati. Celeste sapeva benissimo d'esse-
re una semplice portinaia in procinto di tornare alle bettole di Galveston.
Vide la macchina azzurra e grigia dello sceriffo svoltare da Cobre Road
e procedere lentamente sul viale asfaltato. Strinse la ringhiera e attese: una
dura donnetta di cinquanta chili sullo sfondo di una casa vuota da tremila
tonnellate. Rimase immobile, mentre l'auto percorreva il viale circolare e si
fermava.
La portiera si apr e dall'auto scese un uomo che pesava pi del doppio
di Celeste e si muoveva con lentezza per sudare meno. La schiena della
camicia azzurrina era madida, come la fascia antisudore del cappello da
cowboy beige. La pancia debordava sui jeans. L'uomo portava il cinturone
e stivali di lucertola.
- Te la sei presa comoda, eh? - attacc bruscamente Celeste. - Se la
casa fosse andata a fuoco, a quest'ora sarei tra le ceneri!
Lo sceriffo Ed Vance si ferm e guard verso il terrazzo. Portava oc-
chiali con lenti a specchio, proprio come il suo cattivo preferito nel film
Luke Manofredda. La cena della sera prima, a base di enchiladas e di fa-
gioli riscaldati, gli borbott nella pancia sporgente. Vance mostr i denti in
un ghigno teso. - Se la casa fosse stata in fiamme, 'gnora Preston - dis-
se, con cadenza dolce e appiccicosa come melassa calda - avrebbe avuto
il buon senso, mi auguro, di chiamare i vigili del fuoco. - Celeste non re-
plic, si limit a fissarlo intensamente. - Il vicesceriffo Chaffin mi ha
chiamato via radio - continu Vance. - Ha detto che degli elicotteri sor-
volavano a bassa quota la casa. - Finse teatralmente di scrutare il cielo
sereno. - Non ce n' traccia, qui intorno.
- Ce n'erano tre. Hanno sorvolato la mia propriet e in vita mia non ho
mai sentito un casino del genere. Voglio sapere da dove venivano e cosa
c' in ballo.
Lo sceriffo alz le spalle. - Non mi pare che ci sia niente in ballo da
nessuna parte. Ha tutta l'aria d'una giornata tranquilla. - Allarg il sog-
ghigno, che divenne quasi una smorfia. - Finora, voglio dire.
- Sono andati da quella parte. - Celeste indic sudovest.
- Be', se corro, li arresto gi al passo. Ma cosa si aspetta che faccia,
'gnora Preston?
- Mi aspetto che ti guadagni lo stipendio, sceriffo Vance! - replic
lei, gelida. - Devi essere informato di quel che accade! Ti dico che tre e-
licotteri mi hanno quasi sbattuta gi dal letto e voglio sapere a chi ap-
partengono. Mi sono spiegata chiaramente?
- Un briciolo. - Sul viso quadrato, dalla mascella robusta, rimase in-
collata la smorfia. - Certo, ormai saranno gi in Messico.
- Me ne frego anche se sono a Timbuct! Quei maledetti affari po-
tevano schiantarsi contro casa mia! - Era infuriata per l'ostinazione e la
lentezza dello sceriffo; fosse dipeso da lei, Vance non sarebbe mai stato
rieletto; ma, nel corso degli anni, lui aveva saputo ingraziarsi Wint e aveva
sconfitto facilmente il candidato latino americano. Per Celeste l'aveva in-
quadrato bene e sapeva che era Mack Cade a tirarne i fili. Le piacesse o
meno, ora Mack Cade era il potere che governava Inferno.
- Meglio che si calmi. Prenda una pillola di tranquillante. La mia ex
moglie lo faceva, quando...
- Quando ti vedeva? - lo interruppe Celeste.
Vance rise, ma a denti stretti. - Non c' bisogno di battute cattive, 'gno-
ra Preston. Non si adattano a una signora come lei. - "Mostri la tua vera
natura, eh, baldracca?" pens, ma soggiunse: - Allora, cosa vorrebbe?
Sporgere denuncia per disturbo della quiete, contro ignoti a bordo di tre e-
licotteri di cui si ignora punto di partenza e destinazione?
- Esatto. Lo trovi un lavoro gravoso?
Vance brontol. Non vedeva l'ora che la sbattessero col culo per terra;
allora avrebbe cominciato a scavare, per ricuperare le scatole piene di soldi
che il vecchio Wint aveva certo nascosto da qualche parte. - Penso di po-
termela cavare.
- Me lo auguro. Ti pagano per questo.
Non  certo lei a tenermi sul libro paga, pens Vance. - Signora Pre-
ston - disse piano, come se parlasse a un bambino ritardato - ora fareb-
be meglio a rientrare. Il sole  caldo, non vorr farsi cuocere il cervello,
eh? Non vogliamo che le venga un colpo proprio ora. - Le rivolse il suo
migliore e pi innocente sorriso.
- Pensa a fare il tuo lavoro! - replic lei, brusca. Gir le spalle alla
ringhiera e rientr in casa.
- S, signora! - Vance le rivolse un saluto beffardo e prese posto al
volante; subito la camicia si incoll al sedile. Vance mise in moto, si al-
lontan dalla hacienda e svolt di nuovo in Cobre Road. Stringeva il vo-
lante al punto da farsi sbiancare le nocche delle manone irsute. Gir a sini-
stra, verso Inferno; mentre prendeva velocit, grid dal finestrino aperto:
- Non sono la tua maledetta scimmia ammaestrata!
4
Il visitatore
Mentre, sul terrazzo della propria villa, Celeste Preston aspettava l'arrivo
dello sceriffo Vance, Jessie Hammond diceva: - Significa che dovremo
camminare. - Si era un po' calmata e anche Stevie aveva smesso di pian-
gere. Jessie aveva aperto il cofano e aveva capito subito che la ruota a terra
era il minore dei loro guai.
Il motore era stato trapassato dallo stesso oggetto che aveva forato il co-
fano; il metallo si era arricciato come un fiore e l'oggetto si era conficcato
in profondit. Non si capiva cosa fosse, ma c'era un puzzo di ferro surri-
scaldato e di gomma bruciata e il motore emetteva dalla ferita un sibilante
getto di vapore. Per un bel pezzo il camioncino non sarebbe andato in gi-
ro... forse era perfino pronto per il cimitero d'auto di Cade.
- Maledizione! - sbott Jessie, fissando il motore; subito rimpianse
d'avere usato quella parola, perch Stevie l'avrebbe ricordata e tirata fuori
quando meno se l'aspettava.
La bambina guardava nella direzione in cui erano scomparsi l'oggetto
fiammeggiante e i tre elicotteri. Aveva il viso impolverato, a parte due stri-
sce lasciate dalle lacrime. - Mamma, che cos'era? - domand, a occhi
sgranati e attenti.
- Non so. Roba grossa, di sicuro. - Come un camion a rimorchio che
volasse a mezz'aria e avesse preso fuoco, pens. La cosa pi sconvolgente
che avesse mai visto. Forse era un aereo sul punto di schiantarsi, ma non
aveva ali; forse una meteorite, ma metallica. In ogni caso, gli elicotteri lo
inseguivano come segugi sulle tracce della volpe.
- L ce n' un pezzo - disse Stevie, segnando a dito.
Per terra, a una decina di metri, fra i cactus abbattuti, qualcosa sporgeva
dalla sabbia. Con Stevie alle calcagna, Jessie si accost. Il frammento,
grande quanto un coperchio di tombino, aveva un'insolita sfumatura ver-
dazzurra. I bordi fumavano e gi a cinque metri Jessie sent il calore che ne
proveniva. C'era un odore dolciastro che ricordava quello di plastica bru-
ciata, ma il frammento aveva lucentezza metallica. Subito a destra ce n'era
un secondo, a forma di tubo, e altri pi piccoli, sparsi l intorno; da tutti si
alzava fumo.
- Stai ferma qui! - disse Jessie a Stevie e si avvicin un poco al primo
frammento; ma il calore era intenso e fu costretta a fermarsi. La superficie
dell'oggetto era coperta di piccoli segni disposti secondo uno schema cir-
colare, una serie di simboli dall'aria giapponese e di trattini ondulati.
-  caldo - disse Stevie, ferma a fianco della madre.
Alla faccia dell'ubbidienza, pens Jessie; ma non era il momento di mo-
strarsi severi. Prese per mano la figlia. L'oggetto, qualsiasi cosa fosse, pas-
sato da quella parte seminando frammenti, era lontanissimo dalle sue espe-
rienze e lei sentiva ancora la statica che le aveva elettrizzato i capelli.
Guard l'orologio: le cifre erano tutti zeri e lampeggiavano irregolarmente.
Nel cielo, le scie di condensazione dei jet puntavano a sudovest. Il sole
cominciava a battere e Jessie, a testa scoperta, cerc il berretto: soffiato via
dai rotori degli elicotteri, era una macchia rossa a settanta metri dall'altra
parte di Cobre Road. Troppo lontano, visto che lei andava nella direzione
opposta, a casa dei Lucas. Ma aveva le borracce, grazie a Dio, e almeno il
sole era ancora basso. Inutile stare l a guardare a bocca aperta, meglio
muoversi.
- Andiamo - disse. Stevie le resistette qualche attimo, guardando an-
cora il pezzo metallico pi grosso, poi si lasci tirare via. Jessie torn al
camioncino a prendere la borsa, che conteneva portafoglio e patente, oltre
a qualche strumento da veterinario. Stevie rimase a guardare le scie dei jet.
- Gli aerei sono davvero alti - disse, pi a se stessa che alla madre. -
Cento chilometri...
S'interruppe, come se avesse udito qualcosa.
Musica, pens. Ma non proprio musica. Sparita. Stevie tese l'orecchio,
ma ud solo gli sbuffi di vapore del motore rotto.
Poi il suono si ripet: Stevie credette di sapere che cosa fosse, ma non
riusciva a ricordarlo esattamente. Musica ma non musica. Non certo quella
che ascoltava Ray.
Svanita di nuovo.
E ora tornava, tornava piano.
- Dobbiamo fare un bel pezzo di strada - disse Jessie. - Sei pronta?
- La bambina annu con aria assente.
Aveva capito che cos'era, in un lampo d'illuminazione. Sulla veranda di
casa Galvin, prima che Jenny se ne andasse, era appeso un affanno grazio-
so che, mosso dal vento, risuonava come un mucchio di campanelli. Cam-
panelle a vento, aveva risposto la mamma di Jenny, quando Stevie le aveva
chiesto che cos'era. E ora lei sentiva la stessa musica; ma non soffiava ven-
to e poi non c'erano di quegli affari.
- Stevie? - disse Jessie. La bambina aveva lo sguardo perso nel vuoto.
- Cosa c'?
- Non la senti, mamma?
- Sento cosa? - Solo i maledetti sbuffi del motore.
- Questa! - disse Stevie, con insistenza. Il suono svaniva e ripren-
deva, ma pareva giungere da una direzione precisa. - La senti?
- No - rispose Jessie, attenta a non turbarla. Che avesse battuto la te-
sta? Santo Dio, se aveva una commozione cerebrale...
Stevie percorse qualche passo verso l'oggetto verdazzurro che fumava
tra i cactus. La musica di campanelle si ridusse immediatamente a un bi-
sbiglio. Non  da questa parte, pens, e si ferm.
- Stevie? Stai bene, tesoro?
- Sissignora. - Si guard intorno, avanz in un'altra direzione. Il suo-
no era sempre debolissimo. Neanche da quella parte.
Jessie cominciava a preoccuparsi. - Fa troppo caldo per giocare. Dob-
biamo avviarci. Su, vieni!
Stevie torn verso la madre. Si ferm di colpo. Mosse ancora un passo,
poi altri due.
Jessie si accost alla figlia, le tolse il berretto, le pass le dita fra i ca-
pelli. Non trov bernoccoli n lividi, neanche sulla fronte. Stevie aveva gli
occhi un po' lucidi e le guance rosse, probabilmente per il caldo e l'entusia-
smo. Non presentava segni di ferite. Ma la fissava come se non la vedesse.
- Cosa c'? - disse Jessie. - Cosa senti?
- La musica - spieg Stevie, paziente. Aveva individuato da dove
proveniva, anche se una cosa del genere era impossibile. - Canta - dis-
se, mentre le note forti e chiare la sommergevano di nuovo. - Viene da l.
Indic il camioncino, col motore rotto e il cofano ancora aperto. Forse il
sibilo del vapore e il ribollire dei liquidi usciti dai tubi squarciati formava
una sorta di musica, ma...
- Canta - ripet Stevie.
Jessie si chin a controllarle gli occhi: non erano iniettati di sangue e le
pupille parevano normali. Le controll anche il polso: appena pi rapido
della norma. - Ti senti bene?
La voce da medico, pens Stevie. Annu. Lo scampanellio proveniva dal
camion, ne era sicura. Ma perch la mamma non lo udiva? E lei si sentiva
attirata da quella fragile musica, voleva tornare al camioncino e cercare
finch non avesse trovato dove erano nascoste le campanelle; ma Jessie l'a-
veva presa per mano e la tirava via. A ogni passo, la musica s'indeboliva.
- No! Voglio stare qui! - protest.
- Piantala con queste storie. Dobbiamo arrivare dai Lucas prima che
faccia troppo caldo. Smettila di farti trascinare. - Jessie tremava. Gli e-
venti degli ultimi minuti l'avevano turbata. L'oggetto, qualsiasi cosa fosse,
avrebbe potuto ridurli in atomi. Stevie aveva gi avuto voli di fantasia, ma
quello non era sicuramente il momento n il luogo. - Smettila di striscia-
re i piedi - ordin; e finalmente la bambina cammin da sola.
Dieci passi, e la musica di campanelle fu un bisbiglio. Altri cinque, e di-
venne un ricordo.
Ma era penetrata a fondo nella mente di Stevie e lei non poteva libe-
rarsene.
Si allontanarono lungo la pista di terra battuta che portava alla casa dei
Lucas. Stevie continu a girarsi per dare occhiate al camioncino, finch il
veicolo non divenne un punto confuso; e solo quando fu fuori vista, la
bambina ricord che andavano a trovare Sweetpea.
5
Bordertown
- Il giorno della resa dei conti! - disse Vance, percorrendo a gran ve-
locit Cobre Road. Emise un rutto rumoroso come tuono. - Sissignore, la
resa dei conti arriver presto! - Tra non molto Celeste Preston sarebbe fi-
nita col culo per terra. Fosse dipeso da lui, madame Boria si sarebbe augu-
rata di trovare lavoro a pulire sputacchiere nel Bob Wire Club.
L'auto passava davanti alla miniera abbandonata. Il marzo precedente
due ragazzi avevano scavalcato il recinto, erano scesi nel cratere ed erano
stati fatti a pezzettini da candelotti di dinamite trovati nei fori di carotag-
gio. Negli ultimi giorni della miniera, le esplosioni si erano susseguite con
la costanza dell'orologio del destino: Vance era sicuro che laggi ci fossero
altri candelotti inesplosi, ma nessuno era tanto scemo da andare a ricupe-
rarli. A che scopo, poi?
Prese il microfono della radio inserita nel cruscotto. - Ehi, Danny boy!
Ci sei?
Dall'altoparlante giunse la risposta di Danny Chaffin. - S, signore!
- Prendi il telefono e chiama... ah, un minuto che guardo. - Vance ab-
bass lo schermo parasole, prese la cartina della contea e l'allarg sul sedi-
le accanto. Per qualche secondo trascur la guida e l'auto sband sulla de-
stra spaventando a morte un armadillo. - Chiama le piste di Rimrock e di
Presidio. Chiedi se stamattina hanno in volo degli elicotteri. La Preston 
sconvolta perch le hanno rovinato la messa in piega.
- Ricevuto.
- Un momento. Prova anche a sentire fuori contea. Chiama gli ae-
roporti di Midland e di Big Spring. Al diavolo, chiama anche la Base del-
l'Aviazione di Webb. Dovrebbe bastare.
- Sissignore.
- Faccio un giro a Bordertown e poi rientro. Chiamate?
- Nossignore. Tutto tranquillo come una puttana in chiesa.
- Hai sempre in mente la Balena, ragazzo? Se non la smetti di ronzarle
attorno, va a finire che ci resti appiccicato! - rise Vance. L'idea di Danny
che se l'intendesse con Sue Mullinax, "la Balena", lo mise di buonumore.
La Balena era almeno il doppio di Danny; faceva la cameriera al Brandin'
Iron Cafe, in Celeste Street. Lui conosceva almeno dieci uomini che ave-
vano tuffato lo stoppino nella fiamma di Sue. Perch non poteva provarci
anche il ragazzo?
Danny non rispose. Quando parlavano a quel modo della Balena, usciva
dai gangheri: era un sempliciotto ancora da svezzare e non si rendeva con-
to che la Balena lo menava per il naso. Avrebbe imparato.
- Ti richiamo dopo, Danny boy - disse Vance, posando il microfono
nell'apposita forcella. Sulla sinistra si profilava la Sedia a Dondolo e lungo
Cobre Road le case e gli edifici di Inferno tremolavano nella luce violenta.
Era troppo presto perch a Bordertown ci fossero gi casini e Vance lo
sapeva. Ma quei messicani erano imprevedibili. - Latini! - borbott
Vance, scuotendo la testa. Avevano pelle scura, occhi e capelli neri, vive-
vano di tortillas e di enchiladas, parlavano la lingua che si parla a sud del
confine; per Vance, ce n'era a sufficienza per considerarli messicani, senza
badare al luogo di nascita, n al termine elegante con cui li si definiva.
Messicani, punto e basta.
Annidato nell'apposito alloggiamento sotto il cruscotto, c'era un Remin-
gton a pompa, e sotto il sedile a fianco del posto di guida c'era una Loui-
sville Slugger. Quella vecchia mazza da baseball, si disse Vance, era fatta
apposta per rompere la testa agli immigrati illegali. Soprattutto a quel punk
troppo furbo che credeva d'essere il capo, l. Prima o poi, la Louisville a-
vrebbe fatto la conoscenza di Rick Jurado, e poi... bum!... Jurado sarebbe
stato il primo illegale ad andare nello spazio.
Vance oltrepass il Preston Park, percorse Republica Road, svolt a de-
stra alla stazione Texaco di Xavier Mendoza, attravers il ponte sullo Sna-
ke River e si trov nelle vie polverose di Bordertown. Decise di andare fi-
no alla casa di Jurado, in Second Street, e fermarsi un poco l davanti, per
vedere se c'era da dare qualche lezione.
In fin dei conti, dare lezioni era lavoro dello sceriffo. L'anno venturo, di
questi tempi, lui non sarebbe stato pi sceriffo: quindi, tanto valeva appro-
fittare per dare ancora qualche lezione. Con una smorfia Vance pens a
Celeste Preston che gli dava ordini come se fosse un lustrascarpe; schiac-
ci l'acceleratore.
Ferm l'auto davanti a una casa d'assi, in Second Street. Accanto al mar-
ciapiede c'era l'ammaccata Camaro nera del '78 di Jurado; lungo la via si
vedevano altri mucchi di ferraglia che neppure Mack Cade avrebbe preso.
Panni stesi sui fili penzolavano nei cortili e galline raspavano nei giardi-
netti senz'erba. Il terreno e le case appartenevano a un comitato civico di
americani d'origine messicana e l'affitto irrisorio tornava nelle casse di In-
ferno; ma Vance era la legge anche l, non solo al di qua del ponte. Le ca-
se, che per la maggior parte risalivano ai primi anni Cinquanta, erano edi-
fici d'assicelle e di stucco, bisognosi di tinteggiatura e di riparazioni, ma i
fondi di Bordertown non bastavano alla manutenzione. Bordertown era
una baraccopoli con viuzze coperte di polvere giallastra dove carrozzerie
di vecchie auto, macchine per lavare e altra paccottiglia sparsa in giro si
alzavano come monumenti perpetui alla povert. In gran parte, i quasi mil-
le residenti di Bordertown avevano lavorato alla miniera di rame; alla
chiusura di quest'ultima, i pi abili si erano trasferiti altrove. Gli altri erano
rimasti aggrappati al poco che avevano.
Quindici giorni prima, due case disabitate in fondo a Third Street aveva-
no preso fuoco, ma i pompieri volontari di Inferno erano riusciti a impedi-
re che le fiamme si propagassero. Fra le macerie fumanti erano stati trovati
stracci imbevuti di benzina. Solo la settimana prima, Vance aveva interrot-
to uno scontro fra una decina di Renegades e di Rattlesnakes, nel Preston
Park.
Gli animi tornavano a scaldarsi, proprio come l'estate scorsa; ma stavolta
Vance era deciso a intervenire in anticipo, prima che qualche cittadino di
Inferno facesse una brutta fine.
Guard un galletto rosso attraversare la via davanti all'auto. Suon il
clacson e il galletto schizz in aria perdendo tre piume. - Piccolo ba-
stardo! - disse Vance, cercando nel taschino il pacchetto di Lucky.
Prima di estrarre una sigaretta, con la coda dell'occhio colse un mo-
vimento. Alla sua destra, Jurado era comparso sulla porta di casa. Vance e
il ragazzo si fissarono. Il tempo pass. Poi la mano di Vance, come dotata
di vita propria, si mosse a premere di nuovo il clacson. Il gemito echeggi
lungo Second Street e provoc i ringhi e i latrati dei cani del quartiere.
Il ragazzo non si mosse. Portava jeans neri e una camicia a righe blu e
maniche corte. Con il braccio teneva aperta la porta a rete; l'altra mano,
stretta a pugno, gli pendeva lungo il fianco.
Vance premette ancora il clacson, lo lasci gemere per sei secondi. Ora i
cani facevano un vero putiferio. Tre case pi in l, un tizio scrut dal vano
della porta. Due bambini uscirono sulla veranda di un'altra casa e rimasero
a guardare finch una donna non li tir dentro. Mentre l'eco moriva, Vance
ud imprecazioni in spagnolo - per lui, lo spagnolo era tutto un'imprecazio-
ne - urlate in una casa dall'altra parte della via. E poi il ragazzo lasci che
la porta a rete si chiudesse e scese i traballanti gradini della veranda. Vieni
avanti, galletto, pens Vance; vieni, prova solo a piantare qualche casino!
Il ragazzo si ferm proprio davanti all'auto della polizia.
Arrivava quasi al metro e ottanta, aveva braccia scure e muscolose, ca-
pelli nerissimi pettinati all'indietro. Nel viso color bronzo, gli occhi risalta-
vano come ebano... ed erano occhi di vecchio, occhi che avevano visto
troppe cose, non occhi d'un diciottenne. Mandavano lampi di gelida rabbia,
come quelli d'un animale selvatico che avesse fiutato il cacciatore. Ai polsi
Jurado portava bracciali di cuoio rinforzati da quadratini di metallo; anche
la cintura era di cuoio e borchie. Attraverso il parabrezza il ragazzo fiss lo
sceriffo. Nessuno dei due si mosse.
Alla fine il ragazzo gir lentamente intorno all'auto e si ferm a qualche
metro dal finestrino aperto. - Guai, amico? - domand, con un tono di
voce che era un misto fra la solenna cadenza del Messico e il ringhio rusti-
cano del Texas occidentale.
- Sono di pattuglia - rispose Vance.
- Davanti a casa mia? Nella mia via?
Con un lieve sorriso Vance si tolse gli occhiali da sole. Aveva occhi in-
fossati, castano chiaro, forse troppo piccoli in confronto al viso.
- Avevo voglia di vederti, Ricky. Dirti buongiorno.
- Buenos das. C' altro? Sto andando a scuola.
Vance annu. - Ti diplomi, eh? Hai gi il futuro scritto, giusto?
- Me la caver.
- Ah, ci credo. Finirai per spacciare droga nelle vie,  pi facile. Hai la
fortuna d'essere un hombre duro davvero. Forse imparerai perfino a goderti
la vita di galera.
- Se ci finisco prima io, far sapere ai rompiculo che sei in arrivo.
Vance perdette il sorriso. - Che vuoi dire, furbone?
Il ragazzo si strinse nelle spalle, senza guardare niente in particolare. -
Cadrai anche tu, amico. Presto o tardi gli sbirri di stato beccheranno Cade
e tu verrai subito dopo. Ma sarai quello che regge il sacco di merda, men-
tre lui gi da un pezzo avr passato la frontiera. - Fiss Vance. - Cade
non ha bisogno di un numero due. Non l'hai ancora capito?
Vance rimase immobile. Il cuore gli batteva come impazzito e fram-
menti di ricordi gli si agitavano in fondo al cervello. Non poteva soffrire
Rick Jurado... non solo perch era il capo dei Rattlesnakes, ma a livello pi
profondo, pi istintivo. Quando, da bambino, Vance viveva con la madre a
El Paso, per tornare a casa da scuola doveva attraversare un cesso polvero-
so chiamato Cortez Park. Di pomeriggio sua madre lavorava in una lavan-
deria e la loro casa era solo a quattro isolati dalla scuola, ma per il piccolo
Vance quel percorso era un viaggio interminabile in una brutale terra di
nessuno. I ragazzini messicani infestavano il Cortez Park e c'era un quat-
tordicenne grande e grosso, un certo Luis, che aveva gli stessi occhi neri e
insondabili di Rick Jurado. A quel tempo Eddie Vance era ciccione e lento
di riflessi, mentre i ragazzini messicani correvano con la velocit delle
pantere; un terribile giorno l'avevano circondato schiamazzando a gran vo-
ce; e quando lui si era messo a piangere, la situazione era peggiorata. L'a-
vevano gettato a terra e gli avevano sparpagliato i libri, mentre altri ragaz-
zini gringos guardavano la scena, troppo spaventati per intervenire; Luis
gli aveva tolto i calzoni e, mentre gli altri lo tenevano fermo, gli aveva tol-
to anche la Fruit-of-the-Loom; gli aveva avvolto le mutande intorno al vi-
so, come se fossero una musetta per cavalli; e quando lui, seminudo, era
scappato a casa, i ragazzini messicani si erano messi a ridere e l'avevano
sbeffeggiato: Burro! Burro! Burro!
Da quella volta, ogni giorno Eddie Vance aveva fatto a piedi quasi due
chilometri per evitare il Cortez Park; in cuor suo, aveva ucciso mille volte
quel ragazzo messicano di nome Luis. E ora se lo ritrovava davanti, anche
se il nome era Rick Jurado. Stavolta era pi anziano, parlava meglio l'in-
glese e senza dubbio era molto pi furbo... ma, per quanto Vance si avvi-
cinasse ai cinquantaquattro, il bambino ciccione che era in lui avrebbe ri-
conosciuto da qualsiasi parte quegli occhi astuti. Era sempre Luis, con un
viso diverso.
A dire la verit, Vance non aveva mai incontrato un messicano che non
gli ricordasse in un modo o nell'altro i ragazzi che l'avevano sbeffeggiato
nel Cortez Park, quasi quarant'anni prima.
- Cos'hai da guardare, amico? - lo sfid Rick. - Mi  cresciuta un'al-
tra testa?
Lo sceriffo si ridest di colpo da quel momento di trance. Fu invaso dal-
l'ira. - Adesso scendo e ti rompo il collo, piccolo merdoso troppo furbo.
- Non rompi un bel niente. - Ma irrigid i muscoli, o per darsela a
gambe o per a fare a pugni.
Calma, si ammon Vance. Non poteva permettersi guai del genere, pro-
prio l a Bordertown. Si rimise gli occhiali e fece crocchiare le nocche. -
Alcuni tuoi amici girano a Inferno dopo il tramonto. Non sta bene, Ricky.
- Siamo in un paese libero, se non sbaglio.
- Libero per gli americani. - Jurado era nato l a Inferno, nella clinica
di Celeste Street, ma i genitori erano immigrati illegali. - Se la tua banda
di punk oltrepassa...
- I Rattlers non sono una banda, amico. Sono un club.
- Gi, giusto. Se i punk del tuo club passano il ponte di notte, ci sa-
ranno casini. E io non li sopporto. Non voglio che un solo Rattler passi il
ponte, di notte. Mi sono spie...
- Stronzate - lo interruppe Rick. Con un gesto rabbioso indic In-
ferno. - E i 'Gades, amico? Sono i padroni del fottuto paese?
- No. Ma i tuoi vanno in cerca di botte, facendosi vedere dove non do-
vrebbero. Voglio farla finita.
- Finir da sola, quando i 'Gades la pianteranno di fare scorrerie da
queste parti, a rompere finestre e sporcare con vernice a spruzzo le auto.
Loro piantano casino nelle mie strade e noi non possiamo neppure attra-
versare il ponte senza che ce le suonino. E l'incendio? Come mai Lockett
non  in galera?
- Perch non ci sono prove che l'abbia appiccato lui o uno dei Re-
negades. Abbiamo trovato solo brandelli di stracci bruciati.
- Sai benissimo che sono stati loro! - grid Rick. - Hanno rischiato
di bruciare l'intero paese! - Scosse la testa, con aria nauseata. - Non vali
una merda, Vance. Grande sceriffo, eh? Bene, stammi a sentire. I miei di
notte sorvegliano le vie e ti giuro che taglieremo le palle a tutti i 'Gades
che prenderemo. Chiaro?
Vance arross di rabbia. Rivedeva il viso di Luis nel campo di battaglia
del Cortez Park. E sentiva allo stomaco la morsa di paura di quella volta.
- Non mi piace il tuo tono, ragazzo! Penser io ai Renegades. Tu bada
solo a tenere i tuoi punk da questa parte del ponte, di notte. Capito?
All'improvviso Rick Jurado si spost di qualche passo e si chin. Aveva
afferrato il galletto rosso. Si accost all'auto, tenne il galletto sopra il para-
brezza, gli diede una strizzata decisa e rapida. Il galletto protest e batt le
ali. Lasci cadere un grumo grigiastro che col sul vetro.
- Ecco la mia risposta - disse il ragazzo, in tono di sfida. - Merda
per una merda.
In un attimo Vance scese di macchina. Rick arretr di due passi, lasci
cadere il galletto e s'irrigid per affrontare la tempesta in arrivo. Il galletto
mand un verso soffocato e schizz al riparo d'un cespuglio di yucca.
Pur sapendo di accostare alla dinamite un fiammifero acceso, Vance al-
lung la mano con l'intenzione di afferrare per il colletto il ragazzo; ma
Rick era molto pi veloce e lo schiv con facilit. Vance strinse l'aria e di
nuovo si trov con Luis nel Cortez Park. Rugg di rabbia e alz il pugno
per colpire il tormentatore.
Prima che il colpo andasse a segno, una porta sbatt e una voce gio-
vanile grid in spagnolo: - Ehi, Ricardo, ti serve aiuto? - La voce fu su-
bito seguita da un forte schiocco che blocc a mezz'aria il pugno dello sce-
riffo.
Vance guard dall'altra parte della via: un ragazzo messicano magro
come un chiodo, con calzoni di saia grigioverde, stivali militari e T-shirt
nera, era fermo sui gradini d'una casa diroccata. - Ti serve aiuto, amico?
- ripet il ragazzo; port indietro la destra e la spost in avanti, con mo-
vimento fluido e rapidissimo.
La lunga frusta di pelle intrecciata schiocc con rumore di petardo; la
punta colp un mozzicone di sigaretta nel canale di scolo e sollev in aria
frammenti di tabacco.
La situazione perdur. Sul viso di Vance Rick lesse lo scontro fra la rab-
bia e la vigliaccheria; poi lo sceriffo batt le palpebre e Rick cap quale
delle due aveva vinto. Vance abbass il braccio.
- No, Zorro - disse Rick, ora con voce calma. - Tutto a posto, ami-
co.
- Chiedevo solo. - Carlos Alhambra, detto Zorro, avvolse la frusta sul
braccio destro, si sedette sui gradini della veranda e allung le gambe ma-
gre.
Vance vide altri due ragazzi messicani dirigersi dalla sua parte, lungo
Second Street. In fondo, dove la via terminava contro un cumulo di rocce e
di cespugli d'artemisia, un altro ragazzo, fermo sul marciapiede, teneva
d'occhio lo sceriffo. Stringeva in mano una leva per smontare pneumatici.
- Hai altro da dire? - Rick punzecchi lo sceriffo.
Vance si sent osservato da parecchie paia d'occhi dietro le finestre delle
case cadenti. L non poteva vincere: Bordertown era un Cortez Park pi e-
steso. A disagio, diede un'occhiata al punk con la frusta: Zorro Alhambra
era capace di cavare gli occhi alle lucertole, con quel maledetto arnese.
Agit il dito, sotto il naso di Rick. - Ti avverto! Niente Rattlers a Inferno,
dopo il tramonto. Hai sentito?
- Eh? - Rick accost all'orecchio la mano a coppa.
Dall'altra parte della via, Zorro si mise a ridere. - Ricordalo! - disse
Vance ed entr in macchina. - Ricordalo, furbastro! - grid ancora, ap-
pena chiusa la portiera. Nel vedere lo sporco sul parabrezza s'infuri; mise
in funzione il tergicristallo, col risultato di allargare la macchia. Divenne
rosso fuoco, mentre gli arrivavano le risate dei ragazzi. In retromarcia per-
corse Second Street fino a Republica Road, sterz e con un rombo pass
sul ponte, diretto a Inferno.
- Grand'uomo di legge! - rise Zorro. Si alz. - Dovevo lisciargli
quel culo grasso e merdoso, eh?
- Stavolta no. - Rick aveva avuto il batticuore, durante il confronto
con Vance, ma ora cominciava a calmarsi. Comunque, non aveva osato
mostrare nemmeno un'ombra di paura. - La prossima volta puoi dargliene
quante ne vuoi. Puoi fargli scoppiare le palle.
- Beeene! Distruzione, amico! - Zorro alz il pugno sinistro nel saluto
di potere, simbolo dei Rattlesnakes.
- Distruzione - rispose Rick e restitu il saluto senza molto entu-
siasmo. Vide avvicinarsi Chico Magellas e Petey Gomez, briosi e impettiti
come se camminassero sull'oro, anzich sul cemento tutto crepe; erano di-
retti all'angolo per prendere il bus della scuola. - Ci vediamo - disse a
Zorro e rientr in casa.
Le tapparelle tagliavano la luce del sole. La carta da parati grigia si era
sbiadita in beige dove il sole l'aveva bruciata; alle pareti erano appese in
cornice immagini di Ges su sfondo di velluto nero. La casa puzzava di ci-
polle, tortillas e fagioli. Sotto i passi di Rick, le assi del pavimento scric-
chiolarono come se soffrissero. Il ragazzo percorse il breve corridoio e
buss piano alla porta di fianco alla cucina. Non ebbe risposta. Attese
qualche istante e buss di nuovo, pi forte.
- Sono sveglia, Ricardo - rispose debolmente in spagnolo una donna
anziana.
Rick aveva trattenuto il fiato. Un brutto giorno, lo sapeva, avrebbe bus-
sato e non avrebbe avuto risposta. Apr la porta della piccola camera da
letto con le imposte chiuse e un ventilatore elettrico che smuoveva l'aria
soffocante. Nella stanza c'era un odore simile a quello di viole in decom-
posizione.
Sotto le lenzuola si vedeva la figura smagrita di una donna anziana, con i
capelli bianchi sparsi sul guanciale come un ventaglio di trina e col viso
scuro una massa di profonde rughe.
- Vado a scuola, Paloma - disse Rick; aveva ora un tono gentile e raf-
finato, molto diverso dal linguaggio della strada di poco prima. - Hai bi-
sogno di qualcosa?
- No, gracias. - Lentamente la donna si tir a sedere e con la mano
pelle e ossa cerc di aggiustarsi il guanciale; ma Rick fu pronto a venirle in
aiuto. - Oggi lavori? - domand lei.
- S. Sar a casa verso le sei. - Rick lavorava tre pomeriggi alla setti-
mana nel negozio di ferramenta di Inferno e avrebbe lavorato di pi, se il
signor Luttrell gliel'avesse permesso. Ma non era facile trovare lavoro e
sua nonna aveva bisogno d'assistenza. Qualcuno del comitato volontario
della chiesa le portava ogni giorno una scatola col pranzo. Di tanto in tanto
la signora Ramirez, della porta accanto, veniva a darle un'occhiata e padre
LaPrado spesso si fermava a farle visita, ma a Rick non piaceva lasciarla
da sola a lungo. A scuola, era tormentato dal timore che cadesse e si rom-
pesse il bacino o la schiena e restasse l distesa a soffrire, in quell'orribile
casa, fino al suo ritorno. Per avevano bisogno del denaro che lui guada-
gnava col lavoro da magazziniere e non ci si poteva fare niente.
- Cos'era quel fracasso? - domand lei. - Un clacson. Mi ha sve-
gliato.
- Niente. Un'auto di passaggio.
- Ho udito delle grida. C' troppo frastuono, nella via. Troppa con-
fusione. Un giorno andremo ad abitare in una via silenziosa, vero?
- Certo. - Rick le accarezz i capelli, con la stessa mano con cui ave-
va fatto il saluto a pugno chiuso.
Lei gli prese la mano. - Fai il bravo, oggi, Ricardo. A scuola vai bene,
s?
- Ci provo. - La guard in viso. Gli occhi velati dalla cataratta erano
grigio chiaro, quasi ciechi. La donna aveva settantuno anni, si era ripresa
da due lievi infarti e aveva ancora quasi tutti i denti. Era incanutita preco-
cemente e dai capelli bianchi le derivava il soprannome, Paloma. Il suo ve-
ro nome, da contadinaccia messicana, era quasi impronunciabile anche per
lui. - Voglio che tu stia brava, oggi - disse. - Apro le persiane?
Lei scosse la testa. - Troppa luce. Ma star bene, una volta operata. Al-
lora vedr tutto... anche meglio di te!
- Ci vedi gi meglio di me - rispose lui. Si chin a baciarle la fronte.
Sent di nuovo l'odore di viole marce.
Le dita della donna trovarono i bracciali di cuoio. - Porti di nuovo que-
sta robaccia? Perch li metti?
- Sono di moda, tutto qui. - Ritrasse la mano.
- La moda. S. - Paloma sorrise debolmente. - E chi decide la moda,
Ricardo? Forse qualcuno che non conosci e che non ti andrebbe a genio.
- Si diede un colpetto alla tempia. - Usa il cervello. Segui la moda tua
personale, non quella di altri.
- Non  facile.
- Lo so. Ma cos diventi un vero uomo, non un'eco. - Paloma gir la
testa verso la finestra. I raggi di luce aspra che filtravano dagli scuri le fa-
cevano dolere la testa. - Tua madre... adesso  lei, quella alla moda -
disse piano.
Rick rest spiazzato. Da molto tempo Paloma non aveva pi nominato
sua madre. Rimase in attesa, ma la donna non aggiunse altro.
- Sono quasi le otto - disse. - Devo andare.
- S, vai pure. Meglio non arrivare in ritardo, signor diplomando.
- Torno alle sei - ripet Rick. And alla porta; prima d'uscire, lanci
ancora un'occhiata alla fragile figura distesa nel letto e disse, come ogni
mattina: - Ti voglio bene.
E, come ogni mattina, lei rispose: - E io te ne voglio il doppio.
Rick si chiuse alle spalle la porta della camera da letto. Nel ripercorrere
il corridoio, cap che l'augurio della nonna bastava, quando lui era bambi-
no; ma ora, fuori di quella casa, nel mondo dove il sole batteva come un
maglio e piet era parola da vigliacchi, l'augurio di una moribonda non l'a-
vrebbe protetto.
A ogni passo, la sua espressione cambi un poco. Gli occhi perdettero
dolcezza e assunsero un bagliore freddo e duro. La linea della bocca si ser-
r, divenne una smorfia amara. Prima di arrivare alla porta d'ingresso, Rick
si ferm a prendere da un gancio alla parete il cappello di feltro bianco col
nastro di pelle di serpente. Lo calz e davanti a uno specchio scolorito ne
aggiust l'inclinazione. Infil la mano nella tasca dei jeans e tast il coltel-
lo a scatto: il manico era di giada verde, con un intarsio raffigurante Ges
Cristo; Rick ricord il giorno in cui aveva afferrato quel coltello - la Zanna
di Ges - infilando la mano in una scatola dov'era avvoltolato un serpente
a sonagli.
Ora aveva negli occhi uno sguardo cattivo e pericoloso; era pronto a u-
scire.
Varcata la porta, il Rick Jurado che si prendeva cura di Paloma sarebbe
rimasto in casa e sarebbe uscito il Rick Jurado che guidava i Rattlesnakes.
Paloma non aveva mai visto questa sua espressione e a volte Rick ringra-
ziava le cataratte... ma non poteva fare diversamente, se voleva sopravvi-
vere a Lockett e ai Renegades. Non osava abbassare la maschera, ma a vol-
te scordava quale fosse la maschera e quale l'uomo.
Inspir a fondo e lasci la casa. Zorro aspettava accanto all'auto e gli
gett uno spinello appena arrotolato. Rick lo afferr al volo e lo mise da
parte per dopo. Essere "fatto" - o almeno fingere d'esserlo - era l'unico mo-
do per arrivare al termine della giornata.
Rick si mise al volante. Zorro si accomod nel sedile a fianco. Il motore
della Camaro romb, quando Rick gir la chiavetta d'accensione. Il ragaz-
zo si mise un paio d'occhiali da sole con montatura nera: completata la tra-
sformazione, part.
6
La sferetta nera
Le nove erano gi passate, quando un camioncino marrone si ferm ac-
canto al veicolo in panne di Jessie Hammond. Jessie scese, imitata dal-
l'altra al volante, Bess Lucas, una donna robusta e brizzolata di cinquantot-
to anni, con vivaci occhi azzurri e viso attraente. Portava jeans, camicetta
verde chiaro e un cappello da cowboy, di paglia; guard il motore rovinato
e fece una smorfia.
- Santo cielo! - disse. -  un rottame! - Il motore si era raffreddato
e non sibilava pi. Una chiazza d'olio luccicava sotto il cofano. - Cosa
l'ha ridotto cos?
- Non lo so. L'ha colpito un frammento dell'oggetto che ci ha sfiorati.
Uno come questi. - Jessie si avvicin ai pezzi color verdazzurro, che a-
vevano smesso di mandare fumo. Nell'aria c'era ancora puzzo di plastica
fusa.
Anche Bess e Tyler avevano sentito il frastuono e avevano visto i mobili
ballare per qualche secondo. Quand'erano usciti, avevano visto tanta pol-
vere, ma nessun segno di elicotteri n di un oggetto come quello descritto
da Jessie. Bess scosse la testa: nel motore c'era un foro grande come il pu-
gno di un bambino. - Hai detto che quell'affare  passato a razzo, all'im-
provviso? Dove andava?
- Da quella parte. - Jessie indic sudovest. Una cresta bloccava la vi-
suale, ma Jessie not nel cielo nuove scie di jet. Raggiunse il frammento
conficcato nella sabbia e coperto di segni bizzarri. Emanava ancora calore:
riusciva a sentirlo sulle guance.
- Cos' quella scrittura? - domand Bess. - Greco?
- Non mi pare. - Jessie si mise in ginocchio, avvicinandosi il pi pos-
sibile. Nel punto d'impatto la sabbia si era fusa in grumi di vetro e per terra
c'erano pezzi anneriti di cactus.
- Roba da non credere. - Anche Bess aveva notato i grumi di sabbia
vetrificata. - Chiss quanto scottava! Jessie rispose con un cenno d'assen-
so e si alz.
- Bella fregatura, quando pensi ai fatti tuoi e resti in panne in pieno
giorno - prosegu Bess. Si guard intorno. - Forse qua fuori diventa
troppo affollato, eh?
Jessie quasi non la ud Fissava il frammento verdazzurro. Non era di si-
curo un pezzo di meteorite n di velivolo. Di satellite, forse? Ma i segni
non erano caratteri inglesi e nemmeno russi. Quali altre nazioni avevano in
orbita dei satelliti? Pens alla spazzatura spaziale caduta alcuni anni prima
nel Canada settentrionale e pi di recente nell'entroterra australiano. La
gente aveva scherzato sul rischio di essere colpiti da frammenti metallici,
quando la NASA aveva annunciato che un satellite difettoso sarebbe pre-
cipitato, e qualche bello spirito aveva lanciato la moda del cappello rigido
per deviare varie tonnellate di metallo.
Ma se quella roba era metallo, si trattava del metallo pi bizzarro che lei
avesse mai visto.
- Eccoli che arrivano - disse Bess. Jessie scorse due figure a cavallo:
Tyler manteneva Sweetpea quasi al passo e Stevie, in sella dietro di lui, gli
si teneva aggrappata.
Jessie torn al camioncino e si chin a guardare nel foro che trapassava
il blocco motore. L'oggetto che aveva provocato il danno non era visibile
nel mucchio sporco d'olio di metallo e di cavi: forse aveva passato di netto
il blocco motore oppure era rimasto incagliato da qualche parte. Jessie gi
vedeva la faccia di Tom, quando gli avrebbe raccontato che un velivolo
spaziale, precipitando, li aveva sfiorati e aveva fracassato...
Si blocc. Veicolo spaziale. La parola continu a ronzarle nel cervello.
Veicolo spaziale. Be', un satellite  un veicolo spaziale, no? Ma non poteva
ingannarsi da sola, sapeva benissimo a che cosa aveva pensato. Un veicolo
proveniente dalle profondit dello spazio. Un'astronave giunta da molto,
molto lontano.
Cristo, pens; e sorrise. Meglio mettersi il berretto, prima di farsi cuoce-
re il cervello! Ma con lo sguardo torn all'oggetto verdazzurro conficcato
nella sabbia e agli altri pezzi sparpagliati l attorno. Smettila, si disse; solo
perch non li riconosci, non significa che provengano dallo spazio, sant'Id-
dio! Hai visto troppi film di fantascienza nei programmi di mezzanotte.
Arrivarono Tyler e Stevie, in groppa al palomino dorato. Tyler, un uomo
dalle ossa grosse, sulla sessantina, col viso rugoso color cuoio e la chioma
ormai bianca raccolta sotto un berretto dell'esercito confederato, smont e
tir gi senza sforzo Stevie. Si avvicin al camioncino per dare un'occhiata
e mand un fischio acuto. - Nemmeno Mendoza potr metterci una pez-
za, a un buco del genere - comment. Prima di uscire di casa, avevano te-
lefonato a Xavier Mendoza, alla stazione di servizio della Texaco, e Men-
doza aveva promesso di venire a rimorchiare il camioncino nel giro di
mezz'ora.
- In giro ci sono rottami di chiss cosa - disse Bess al marito. - Hai
gi visto roba simile?
- No, mai. - Tyler aveva lasciato per limiti d'et il lavoro alla Texas
Power e scriveva western di un certo successo che avevano per pro-
tagonista un cacciatore di taglie di nome Bart Justice. Bess si accontentava
di passare il tempo compilando schede delle piante e dei fiori del deserto;
tutt'e due trattavano Sweetpea come un cucciolone troppo cresciuto.
- Nemmeno io - ammise Jessie. Stevie si avvicin. La bambina era di
nuovo a occhi sgranati e aveva l'aria incantata, ma Jessie l'aveva visitata a
casa dei Lucas e non le aveva trovato ferite. - Stevie? - la chiam piano.
La bambina era attirata dal rumore di campanelle. Era una musica pia-
cevole e consolante: doveva scoprire da dove proveniva. Pass davanti alla
madre, ma Jessie l'afferr per la spalla, prima che arrivasse al camioncino.
- Stai lontano dall'olio - disse, tesa. - Ti roviner i vestiti.
Tyler indossava la tuta e se ne fregava di sporcarsi. Si domandava, in-
curiosito, che cosa avesse provocato nel cofano e nel motore un foro di
quelle dimensioni; v'infil la mano e cominci a tastare. - Cerca di non
tagliarti, Ty - lo ammon Bess. Lui rispose con un borbottio, poi si rivol-
se a Jessie: - Doc, per caso non hai una torcia?
- S, un minuto. - Nella borsa da veterinario teneva una torcia a stilo.
- Non infastidire il signor Lucas - disse a Stevie, che annu con aria as-
sente. Dalla cabina ricuper la borsa e diede a Tyler la torcia. Lui l'accese
e punt la luce nel foro. - Oddio, che disastro! - disse.
- Non so cosa fosse, ma  penetrato nel blocco motore. Ha fatto a pezzi
le valvole.
- Riesci a capire cos'era?
Tyler mosse il raggio luminoso. - No. Ma certo era duro come palla di
cannone e veloce come un vampiro scappato dall'inferno. - Diede un'oc-
chiata a Stevie. - Ops! Scusa il linguaggio, tesoro. - Riport l'attenzione
al foro. - Si sar polverizzato. Doc, hai avuto fortuna: poteva attraversare
la parete tagliafiamma o colpire il serbatoio.
- Lo so.
Tyler si raddrizz e spense la torcia. - Sei assicurata, no? Con l'Im-
broglione?
- Esatto. - Dodge Creech (che Tyler chiamava Dodger, l'Imbroglione)
aveva un ufficio d'assicurazioni vita e auto, al primo piano dell'edificio
della banca. - Per non so come descrivere il sinistro. Non sono sicura
che rientri nelle clausole degli incidenti.
- Il vecchio Imbroglione trover il modo. Strapperebbe lacrime alle
pietre.
-  ancora l dentro, mamma - disse piano Stevie. - Lo sento canta-
re.
Tyler e Bess guardarono la bambina e si scambiarono un'occhiata. -
Credo che Stevie sia rimasta un po' scossa - spieg Jessie. - Tutto a po-
sto, tesoro. Torneremo a casa appena il signor Mendoza...
-  ancora l dentro - ripet la bambina. Stavolta, con voce ferma. -
Non lo senti?
- No - rispose Jessie. - E tu neppure. Smettila subito di fare la
commedia.
Stevie non rispose, si limit a guardare il camioncino, cercando di stabi-
lire esattamente da dove proveniva la musica. - Stevie? - disse Bess. -
Vieni qui che diamo gli zuccherini a Sweetpea, eh? - Estrasse di tasca al-
cune zollette e il palomino si avvicin, pregustando la leccornia. - Dolce
al dolce - disse Bess, mentre dava al cavallo un paio di zollette. - Vieni,
Stevie, dagliene una tu, eh?
Di norma, Stevie avrebbe fatto i salti all'idea di dare lo zucchero a Swee-
tpea: invece scosse la testa, restia a staccarsi dalla musica di campanelle.
Si accost d'un passo al camioncino, prima che Jessie la fermasse.
- Guarda qui - disse Tyler. Si chin accanto alla gomma anteriore
sgonfia. C'era una bolla, nella lamiera di protezione al pozzetto della ruota.
Accese di nuovo la torcia e illumin l'interno. - Qui c' un coso. Pare sal-
dato.
- Cos'? - disse Jessie. E poi: - Stevie! Non avvicinarti troppo!
- Non  molto grosso. Hai per caso un martello? - Jessie scosse la te-
sta. Col pugno Tyler diede un colpo alla bolla, ma l'oggetto non si stacc.
Lui infil la mano nel pozzetto della ruota e Bess disse: - Fai attenzione,
Ty!
- Questo coso  viscido d'olio. E anche ben saldato, te lo dico io. - Lo
afferr, diede uno strattone, ma perdette subito la presa. Si pul la mano sui
calzoni della tuta e riprov.
- La macchia d'olio non andr pi via! - protest Bess, stizzita.
Tyler tese i muscoli nello sforzo. Continu a fare pressione. - Si 
mosso. Mi pare - disse. - Aspetta, che ce la metto tutta. - Serr le dita
attorno all'oggetto e tir con tutta la sua forza.
L'oggetto resistette ancora per qualche secondo, poi schizz via con uno
schiocco dall'indentatura nel parafango. Tyler lo tenne sul palmo, come se
avesse estratto una perla annidata nell'ostrica. L'oggetto era perfettamente
rotondo.
- Eccolo qui - disse Tyler. Si raddrizz, col braccio e la mano sporchi
d'olio. - Doc, sono convinto che questo coso  il responsabile del danno.
Era proprio una palla di cannone, grossa per quanto il pugno di Stevie,
nera come l'ebano e all'apparenza liscia e priva di segni.
- Avr colpito anche la gomma - disse Tyler. Corrug la fronte. -
Porco mondo, non ho mai visto una cosa del genere. - Stavolta non si
scus per l'imprecazione. - Ha il formato giusto per fare un foro come
questo, per...
- Per cosa? - domand Jessie.
Tyler fece saltellare l'oggetto. - Non pesa quasi niente. Come se avesse
la consistenza d'una bolla di sapone. - Lo ripul sui calzoni della tuta, ma
sotto il nero c'era solo altro nero. - Vuoi dargli un'occhiata? - Lo porse
a Jessie.
La donna esit. Era soltanto una pallina nera, ma a un tratto Jessie non
voleva averci niente a che fare. Stava per dire a Tyler di rimetterla dove
l'aveva presa o di gettarla via il pi lontano possibile e non pensarci pi.
- Prendila, mamma - disse Stevie. Sorrideva. -  quella che canta.
Jessie prov una sorta di giramento di testa, come se stesse per svenire, a
causa del sole che ormai batteva forte. Ma tese la mano e Tyler vi mise so-
pra la pallina color ebano.
La sferetta era fredda, pareva appena uscita dal frigo. Jessie rimase
sconvolta dal senso di gelo, ma ancor pi dal peso... neanche cento gram-
mi, calcol. Pass il dito sulla superficie liscia. Vetro o plastica? - Figu-
riamoci! - disse. - Non pu avere colpito il camion. Troppo fragile!
- Direi anch'io - convenne Tyler. - Ma  abbastanza dura da am-
maccare la lamiera senza rompersi in mille pezzi.
Jessie prov a stringere la sferetta, che non cedette. Pi dura di quanto
non sembri, pens. Molto pi dura. Pareva una sfera perfetta, lavorata da
un macchinario che non aveva lasciato segni. E perch era cos fredda? Era
passata attraverso un motore bollente e adesso era esposta al sole, ma non
si era scaldata.
- Sembra un grosso uovo d'avvoltoio - not Bess. - Non te la com-
prerei nemmeno per due soldi.
Jessie guard Stevie: la bambina, trasognata, fissava la sfera. Jessie non
pot fare a meno di domandare: - Canta ancora?
Stevie annu, venne avanti e tese le mani. - Posso tenerla, mamma?
Tyler e Bess guardavano. Jessie esit, rigirando la sfera. Non presentava
segni, nemmeno un graffio. L'alz controsole, ma era completamente opa-
ca. Quando li aveva colpiti, aveva certo una velocit incredibile... ma di
che materiale era fatta? E cos'era?
- Per favore! Mamma! - Stevie saltellava, impaziente.
La sfera non pareva pericolosa. Era ancora fredda, certo, ma non le ave-
va morsicato la mano. - Non farla cadere - ammon Jessie. - Fai molta
attenzione, capito?
- Sissignora.
Per quanto di malavoglia, Jessie diede la sfera alla bambina. Stevie la
resse con tutt'e due le mani. Adesso sentiva la musica di campanelle, oltre
a udirla: le note sembravano sospirarle nelle ossa... una musica bella, ma
anche triste. Simile a un canto di cose perdute. Le dava un senso di tristez-
za, lo stesso che certo provava in quei giorni suo pap; aveva l'impressione
che il suo cuore fosse una lacrima, che tutte le cose note e amate sarebbero
svanite presto, lasciate molto, molto indietro. Cos indietro da non vederle
nemmeno dalla cima della montagna pi alta del mondo. La tristezza le en-
tr nell'animo, ma la bellezza della musica la incant. Stevie parve in bili-
co tra il pianto e lo stupore.
Jessie not l'espressione della bambina. - Cosa c'?
Stevie scosse la testa. Non voleva parlare, voleva solo ascoltare. La mu-
sica le saliva nelle ossa e le accendeva nel cervello puntini luminosi, colori
che non aveva mai visto.
E di colpo la musica cess. Senza motivo.
- Ecco Mendoza. - Tyler indic il carro attrezzi azzurro vivo che si
avvicinava lungo Cobre Road. Stevie prov a scuotere la sfera. La musica
non torn.
- Dalla a me, tesoro. La tengo io. - Jessie allung la mano, ma Stevie
si ritrasse. - Stevie! Vieni subito qui! - La bambina si gir e corse via
per una decina di metri, stringendo sempre fra le mani la sferetta color e-
bano. Jessie trattenne la collera e decise di fare i conti a casa. Al momento
aveva altro a cui pensare.
Xavier Mendoza, un uomo scuro e canuto, con un grosso paio di baffi
bianchi, spost il carro attrezzi da Cobre Road e lo sistem in modo da ag-
ganciare il camioncino. Scese per dare un'occhiata ai danni. -A. Caram-
ba! - fu la sua prima reazione.
Stevie si allontan ancora un poco e continu a scutere la sferetta nel
tentativo di far riprendere la musica. Pensava che certo si era rotta e che
forse, scuotendola con forza, le campanelle all'interno avrebbero ripreso a
funzionare. Quando l'agit di nuovo, credette di udire un debole sciaguat-
tio, come se la sferetta fosse piena d'acqua. E pareva meno fredda di prima.
Forse si scaldava o era il sole a scaldarla.
La rigir fra le mani. - Svegliati! Svegliati! - preg.
Con un sobbalzo not che la sferetta era cambiata. Vide sulla superficie
le impronte delle dita e dei palmi, delineate in blu elettrico. Premette l'in-
dice contro una zona nera: vi rimase l'impronta, che a poco a poco svan,
come risucchiata all'interno. Stevie disegn con l'unghia un viso sorriden-
te, che risalt anch'esso d'un blu cento volte pi vivido del cielo. Disegn
un cuore, poi una casetta con quattro persone: ogni disegno dur cinque
secondi, prima di svanire. Stevie alz lo sguardo per chiamare la madre e
mostrarle la scoperta.
Ma proprio in quel momento alle sue spalle ci fu un rombo che la spa-
vent. Stevie si ritrov in un turbine di polvere.
Un elicottero grigioverde gir al di sopra del carro attrezzi e del camion-
cino. Probabilmente era spuntato a tutta velocit da chiss dove, forse dalla
cresta a sudovest, e ora compiva giri lenti e costanti sopra di loro. Swee-
tpea nitr e s'impenn; Bess afferr le redini e cerc di calmarlo. La polve-
re turbin tutt'intorno e Mendoza bestemmi in spagnolo.
L'elicottero esegu qualche altro giro e poi si diresse di nuovo a sudo-
vest. Aument la velocit e scomparve in lontananza.
- Maledetto stupido! - grid Tyler Lucas. - Ti prender a calci in
culo!
Jessie vide che sua figlia era ferma in mezzo alla strada. Stevie si av-
vicin e le mostr la sferetta. -  diventata di nuovo tutta nera - disse.
Aveva il viso coperto di uno strato di polvere. - Sai una cosa? - prose-
gu, col tono di chi confida un segreto. - Si stava svegliando, credo... ma
si  spaventata.
Cosa sarebbe il mondo, pens Jessie, senza l'immaginazione dei bambi-
ni? Stava per farsi dare la sfera, ma non vide niente di male a lasciarla a
Stevie: comunque, appena in paese, l'avrebbe consegnata allo sceriffo
Vance. - Non farla cadere! - ripet e si gir a guardare il lavoro di
Mendoza.
Stevie si allontan di qualche passo e continu a scuotere la sferetta, ma
non tornarono n la musica n i contorni blu. - Non fare la morta! - dis-
se. Non ebbe risposta. La sferetta era solo tutta nera e rifletteva il suo viso.
Nel profondo, al centro di tutto quel nero, forse qualcosa cambi po-
sizione... un movimento cauto, lento: una creatura antichissima con-
templava lo splendore della luce che la toccava attraverso il buio. Poi la
creatura rimase di nuovo immobile, riflettendo, raccogliendo forza.
Mendoza agganci al carro attrezzi il camioncino. Jessie ringrazi Tyler
e Bess per l'aiuto e con Stevie sal nella cabina del carro attrezzi, accanto a
Mendoza. Si diressero verso Inferno. La sferetta nera era ancora ben stretta
fra le mani di Stevie.
A sudovest, quasi fuori vista, un elicottero li segu.
7
Nasty in azione
La campanella annunci la fine della lezione e in un istante nei silenziosi
corridoi della Preston High scoppi la baraonda. L'impianto centrale di
condizionamento era ancora guasto, i bagni puzzavano di fumo di sigarette
e di spinelli, ma le grida turbolente e le risate indicavano un gioioso ab-
bandono.
Gran parte delle risate, per, suonava falsa. Tutti gli allievi sapevano che
quello era l'ultimo anno della Preston High. Per quanto calda e brutta, In-
ferno era pur sempre casa: e non  mai facile abbandonare la casa.
Gli studenti erano storie ambulanti delle lotte che li avevano preceduti e
i loro tratti somatici erano lo specchio delle trib e delle razze giunte su dal
Messico e gi dall'interno per costruirsi una casa nel deserto del Texas:
qua i capelli lisci e neri e gli zigomi sporgenti del navajo; la fronte alta e i
penetranti occhi d'ebano dell'apache; il naso aquilino e il profilo scolpito
del conquistador; l, i capelli biondi, castani o rossi di pionieri e di gente di
frontiera, il fisico robusto di domatori di cavalli selvaggi, il passo lungo e
fiducioso di gente dell'est venuta nel Texas a cercare fortuna molto tempo
prima che in una missione chiamata Alamo si sparasse il primo colpo.
Era tutto qui, nei visi e nelle ossa, nel modo di camminare e nelle e-
spressioni e nel linguaggio degli allievi che cambiavano classe. Cento anni
di prove di forza, di spostamenti di mandrie, di risse da saloon, si muove-
vano nei corridoi. Ma gli antenati di quei ragazzi, perfino i cacciatori d'in-
diani vestiti di pelli di daino e i selvaggi con i colori di guerra che avevano
strappato loro lo scalpo, si sarebbero rigirati nella tomba, se dai beati terri-
tori di caccia avessero visto le ultime mode. Alcuni ragazzi avevano il ta-
glio militare, altri creste dai colori violenti, altri ancora il taglio alla mari-
nara con una lunga coda sulla schiena. Parecchie ragazze portavano capelli
corti come quelli dei maschi, tinti a colori anche pi vistosi; alcune esibi-
vano il taglio liscio alla Princess Di; altre avevano chiome vaporose tirate
all'indietro, bloccate col gel e decorate con piume, in un tributo inconscio
al proprio retaggio indiano.
Indossavano un miscuglio di tute sportive, tute mimetiche militari, ca-
micie di cotone a quadretti con frange di pelle di daino, T-shirt che esalta-
vano complessi musicali come gli Hooters, i Beastie Boys e i Dead Ken-
nedys, magliette multicolori da surf in sfumature elettriche che facevano
male agli occhi, calzoni in tinta, jeans sbiaditi e adorni di toppe, calzoni
larghi in vita e stretti alle caviglie con bande Day-Glo, stivali militari,
scarpe di tela dipinte a mano, mocassini da poco prezzo, sandali alla gla-
diatore e semplici ciabatte ricavate da vecchi pneumatici. All'inizio del-
l'anno scolastico era stata impartita una disposizione riguardante il modo di
vestire a scuola, ma il preside della Preston High - un latino basso di statu-
ra, che si chiamava Julius Rivera e che il corpo studentesco aveva battez-
zato Piccolo Cesare - a poco a poco l'aveva lasciata perdere, poich era
chiaro che la scuola sarebbe stata chiusa. Gli studenti della Presidio
County avrebbero fatto quasi cinquanta chilometri di bus fino alla scuola
superiore di Marfa e a settembre Piccolo Cesare avrebbe tenuto alla Nor-
thbrook High di Houston un corso di geometria per studenti del secondo
anno.
I secondi passarono e i giovani discendenti di pistoleri, manovali di
ranch e capi indiani cambiarono aula per la lezione seguente.
Nella sezione B, Ray Hammond prendeva dall'armadietto il libro d'in-
glese; assorto nel pensiero di andare nell'aula in fondo alla sezione C, non
vide che cosa accadeva alle sue spalle.
Aveva appena preso il libro, quando un calcio di stivale militare numero
quarantacinque glielo fece saltare di mano. Il libro si apr - foglietti d'ap-
punti, segnature e ritagli osceni volteggiarono in aria - e and a sbattere
contro la parete, mancando d'un pelo due ragazze ferme alla fontanella.
Ray, sorpreso e stupito, alz lo sguardo e cap che alla fine anche per lui
era giunto il momento della resa dei conti. Una mano lo afferr per il da-
vanti della camicia e lo sollev sulla punta delle scarpe da tennis.
- Ehi, stronzo - ringhi una voce rauca e strascicata. - Mi stai fra i
coglioni, amico. - Aveva parlato un ragazzo che pesava venti chili pi di
Ray e lo superava in altezza di almeno dieci centimetri: un certo Paco Le-
Grande, primo anno, faccia volpina, denti guasti e brufoli. Sul robusto a-
vambraccio spiccava il tatuaggio d'un serpente a sonagli. Paco aveva occhi
arrossati e svaniti, perch quella mattina, nei gabinetti, aveva fumato un
po' troppa erba. Ray di solito faceva in modo di non incontrare Paco, che
aveva l'armadietto accanto al suo, ma alla fine si era verificato l'invitabile.
Paco era carburato, "fatto" e pronto a dare a qualcuno una lezione memo-
rabile.
- Ehi, X-Ray! - Un altro ragazzo d'origine messicana era fermo dietro
Paco. Si chiamava Ruben Hermosa; era pi basso e meno robusto di Paco,
ma aveva lo stesso sguardo acceso. - Non ti cacare addosso, amigo!
Ray sent che la camicia di lana a disegni astratti si strappava. Stava in
equilibrio precario sulla punta dei piedi e sentiva il cuore battergli al-
l'impazzata, per mantenne la calma glaciale d'un veterano dei viaggi spa-
ziali. Altri ragazzi scantonarono per non correre rischi; non c'era in vista
nessun Renegade. Paco strinse il pugno enorme, pieno di cicatrici.
- Vuoi andare contro le regole, Paco? - disse Ray, con tutta la calma
che riusc a trovare. - A scuola, niente casini, amico.
- Me le fotto, le regole! Me la fotto, la scuola! E mi fotto anche te,
quattrocchi pezzo di...
Un libro di economia domestica, con una sorridente famigliola sulla co-
pertina azzurra, sbatt col rumore d'uno sparo sulla tempia di Paco. La for-
za del colpo gett a terra l'aggressore e Ray riusc a divincolarsi. Carponi
sul linoleum verde si allontan fino alla base della fontanella.
- Un cazzo d'illegale senza coglioni non dovrebbe parlare di fottere -
disse la voce rauca di una ragazza. - Si fa venire idee per cui non  buo-
no.
Ray riconobbe la voce. Nasty si frappose tra lui e i due Rattlers. Fre-
quentava l'ultimo anno ed era alta quasi un metro e ottanta. I suoi capelli
biondo platino, tagliati a zero ai lati del cranio, formavano in alto una cre-
sta alla mohicana. Nancy Slattery portava calzoni cachi che parevano in-
collati al sedere e alle gambe lunghe e forti; la maglietta di cotione rosa
acceso accentuava la linea delle spalle atletiche. Nancy era flessuosa e
scattante, l'anno prima aveva partecipato per i colori della Preston High a
gare d'atletica leggera e ai polsi portava come bracciale una mezza manet-
ta. Alle caviglie le scintillavano alcune catenelle da poco prezzo, sopra le
scarpe da bowling numero 42 che aveva grattato al Bowl-a-Rama di Fort
Stockton. Nancy si era guadagnata il soprannome di Nasty, Schifosa, du-
rante l'iniziazione per entrare nei Renegades: aveva bevuto il contenuto di
una tazza in cui i ragazzi avevano sputato boli di tabacco da masticare. E
aveva sorriso, mettendo in mostra i denti imbrattati di marrone.
- Tirati in piedi, X-Ray - disse Nasty. - Questi due finocchi non ti
faranno niente.
- Occhio alla lingua, puttana! - rugg Paco. - Ti faccio pisciare sotto
a pugni.
Ray si alz e si mise a raccogliere i fogli d'appunti. Con un sobbalzo
d'orrore vide che un suo ozioso disegnino - un pene enorme all'assalto d'u-
na vagina smisurata - era finito sotto il sandalo destro di una pivella del
primo anno, una biondina di nome Melanie Paulin.
- Piscer in un bicchiere per te, Paco Checca - replic Nasty e alcuni
astanti risero. Nasty era quasi carina: ma aveva il mento un briciolo troppo
appuntito, due incisivi spezzati, naso rotto per una caduta durante una gara
d'atletica. Gli occhi verde scuro mandavano lampi da sotto ciglia ossigena-
te. Ma, per Ray, Nasty - che sedeva a qualche posto da lui, nella sala di
studio - era uno schianto di pivella.
- Vieni via, amico - disse Ruben a Paco. - Dobbiamo tornare in
classe! Lascia perdere!
- Gi, Paco Checca, scappa prima che ti sculaccino. - Nasty vide il
lampo rossastro negli occhi di Paco e cap d'avere esagerato, ma se ne fre-
g altamente: andava matta per il profumo del pericolo come altre ragazze
impazzivano per quelli di Giorgio. - Vieni - disse, chiamando col dito
Paco. Aveva unghie smaltate di nero. - Vieni a prenderle, Paco Checca.
Paco divenne scuro in viso come cielo di tempesta. Strinse i pugni e si
mosse verso di lei, mentre Ruben gridava: - No, amico! - Ma era troppo
tardi.
- A botte! A botte! - grid qualcuno. Mentre Melanie Paulin si tirava
indietro, Ray raccolse il disegno incriminante e lasci campo libero a
Nasty: aveva visto cos'aveva fatto a una ragazza messicana durante una
zuffa al termine delle lezioni e sapeva benissimo che cosa avrebbe fatto
ora.
Nasty aspett. Paco le era quasi addosso. Nasty sorrise appena.
Paco mosse ancora un passo.
Nasty alz la scarpa da bowling in un calcio maligno vibrato con tutta la
forza dei suoi sessanta chili e centr in pieno l'inguine di Paco. In seguito
nessuno ricord se era stato pi rumoroso il colpo o il grido strozzato. Pa-
co si pieg in due, stringendosi le palle; senza nessuna fretta, Nasty lo af-
ferr per i capelli, con una ginocchiata gli fracass il naso e poi gli sbatt il
viso contro l'armadietto pi vicino. Schizz il sangue e le ginocchia di Pa-
co cedettero come cartone zuppo d'acqua.
Con un calcio alle caviglie Nasty lo aiut a finire lungo e disteso. Paco
rimase per terra, col naso ridotto a una massa gonfia e violacea. Il tutto era
accaduto in cinque secondi. Ruben gi si allontanava da Nasty, a mani al-
zate in gesto di supplica.
- Cosa succede?
Gli spettatori si sparpagliarono come polli davanti a un camion. La si-
gnora Geppardo, un'insegnante di storia dai capelli bianchi e dagli occhi
strabici, punt su Nasty. - Dio mio! - Si ferm di colpo, nel vedere il
massacro. Ora Paco si agitava, intontito, e cercava di tirarsi a sedere. -
Chi  stato? Voglio una risposta, subito!
Nasty si guard in giro e con lo sguardo contagi tutti con la malattia
delle tre scimmiette, sempre attuale nella Preston High.
- Hai visto chi  stato, giovanotto? - domand la signora Geppardo,
rivolgendosi a Ray, che subito si tolse gli occhiali e prese a pulirli nella
camicia. - Signor Hermosa! - chiam con voce acuta la donna, ma Ru-
ben scapp di corsa. Prima della fine dell'ora, pens Nasty, ogni Rattler
della scuola avrebbe saputo dell'incidente e nessuno sarebbe stato conten-
to. Merda dura, si disse; e attese che gli occhi strabici della Geppardo la
scoprissero.
- Signorina Slattery. - Pronunci il nome come se fosse qualcosa di
contagioso. - Sono convinta che ci sei tu, dietro questa storia! Leggo in te
come in un libro aperto!
- Davvero? - replic Nasty, con aria innocente. - Allora legga qui.
- Si gir e si pieg in due, per mostrare alla signora Geppardo che i cal-
zoni attillati si erano scuciti sul didietro. Nasty, come Ray e gli altri nota-
rono subito, non portava mutandine.
Ray quasi si sent mancare. Uno scoppio di risa infernali e di evviva
riemp il corridoio. Ray cerc goffamente di rimettersi gli occhiali e ri-
schi di lasciarli cadere. Appena li ebbe inforcati, vide la piccola farfalla
tatuata sulla natica destra.
- Oh... sant'Iddio! - La signora Geppardo arross come un pepe-
roncino piccante maturo da scoppiare. - Alzati subito!
Nasty ubbid, con una piroetta stile indossatrice. Ormai il corridoio era
nel caos: altri studenti uscivano dalle aule e i professori cercavano valen-
temente di arginare la marea. Col testo d'inglese sottobraccio e gli occhiali
di sghimbescio, Ray si chiese se per una notte Nasty l'avrebbe sposato.
- Vieni subito in presidenza! - La signora Geppardo cerc di afferrare
per il braccio Nasty, che per la scans.
- No, non vengo - replic, decisa. - Vado a casa a cambiarmi i cal-
zoni. - Con un solo passo scavalc Paco LeGrande e si diresse con deci-
sione alla porta della sezione B, natiche al vento, seguita da un coro di ri-
sate e di schiamazzi.
- Ti far sospendere! Ti mander a rapporto! - La signora Geppardo
agit il dito, con aria vendicativa.
Ma Nasty si ferm sulla soglia e fiss l'insegnante, con uno sguardo che
avrebbe fatto secco un avvoltoio. - No, non lo far. Troppa fatica. Co-
munque, mi si sono solo scuciti i calzoni. - Rivolse a Ray una rapida
strizzatina d'occhio e lui si sent come se Ginevra in persona l'avesse appe-
na investito cavaliere, anche se in termini non proprio di corte. - Non
sporcarti di merda le scarpe, ragazzo - gli disse Nasty e usc nella luce
del sole che fece risplendere come oro fuso la cresta da mohicano.
- Finirai nel carcere femminile! - farfugli la signora Geppardo... ma
la porta gi si richiudeva e Nasty era scomparsa. La donna si gir verso gli
altri. - Tornate subito in aula! - grid. I vetri delle finestre parvero tre-
mare. Mezzo secondo dopo, suon la seconda campana e ci fu un nuovo
fuggi fuggi.
Ray si sent ubriaco di libidine. La vista delle natiche scoperte di Nasty
forse gli sarebbe rimasta in mente fino a novant'anni, quando non sarebbe
pi contata. La verga gli tirava da pazzi: era una cosa su cui non aveva po-
tere, come se quella parte del corpo contenesse tutto il suo cervello e il re-
sto fosse solo inutile appendice. A volte pensava d'essere stato colpito da
un Raggio Sessuale Alieno, perch non riusciva proprio a togliersi di testa
il sesso... ma era facile che rimanesse vergine per sempre, a giudicare da
come reagiva nei suoi confronti la maggior parte delle ragazze. Cristo, se
era dura, la vita!
- Cosa fai, l fermo? - disse la signora Geppardo, sporgendo il viso
verso di lui. - Ti sei addormentato? Ray non seppe in quale occhio guar-
dare. - Nossignora.
- Allora vai dove devi andare. Subito!
Ray chiuse l'armadietto, mise il lucchetto e percorse in fretta il corridoio.
Prima di girare l'angolo, ud la signora Geppardo. - E tu, furfante, stai
male? Non riesci a camminare?
Ray guard nel corridoio. Paco, grigio in faccia, si era alzato; si strin-
geva ancora l'inguine e a passo malfermo segu la professoressa di storia.
- Andiamo in infermeria, giovanotto. - La donna prese Paco per il
braccio. - Non ho mai visto un colorito...
All'improvviso Paco si sporse e vomit la colazione proprio sul vestito a
fiori della signora Geppardo.
Ray si mise a correre e d'istinto incass fra le spalle la testa, mentre un
altro strillo faceva vibrare i vetri.
8
La domanda di Danny
Danny Chaffin, un giovanotto dal viso scuro, di ventidue anni, figlio del
proprietario dell'Ice House, aveva appena terminato di riferire allo sceriffo
Vance il risultato completamente negativo della serie di telefonate sulla
presenza di elicotteri, quando entrambi udirono lo strepito metallico di ro-
tori.
Corsero fuori dell'ufficio e si trovarono in un turbine di polvere. - Cri-
sto onnipotente! - url Vance: aveva scorto la sagoma scura del-
l'elicottero scendere proprio nel centro del Preston Park. Red Hinton, che
in quel momento percorreva in camioncino Celeste Street, sterz di colpo e
quasi fin contro la vetrina della House of Beauty di Ida Younger. Mavis
Lockridge usc dal negozio di calzature Boots 'n Plenty, tenendosi sul viso
un foulard per proteggersi dalla polvere. Alcune persone scrutavano dalle
finestre della banca e probabilmente, pens Vance, gli anziani perdigiorno
che se ne stavano seduti davanti alla Ice House a raccogliere spifferi fre-
schi se l'erano data a gambe.
Avanz, deciso, verso il parco, con Danny alle calcagna. Dopo alcuni
secondi il turbine di vento e di polvere sollevato dalle pale si calm, ma i
rotori dell'elicottero continuarono a girare lentamente. Adesso altre perso-
ne uscivano dai negozi e Vance pens che quel bordello avrebbe richiama-
to tutti gli abitanti del paese. I cani abbaiavano da farsi scoppiare i polmo-
ni. Mentre il polverone si posava, Vance vide che l'elicottero era verniciato
in grigioverde e distinse anche alcune lettere: WEBB AFB.
- Non avevi chiamato anche la base dell'aviazione, a Webb? - disse,
brusco, a Danny.
- L'ho chiamata! Hanno risposto che non avevano elicotteri in volo da
queste parti!
- Be', ti hanno raccontato una balla! Un momento, ecco che arrivano!
- Due uomini alti e magri si avvicinavano. Incontrarono Vance e Danny
quasi all'altezza della statua del mulo.
Uno dei due sconosciuti, un giovanotto con l'aria di chi passa la vita
sempre in casa, indossava l'uniforme blu scuro dell'aviazione e il berretto
da ufficiale. L'altro, pi anziano, brizzolato, coi capelli dal taglio militare,
era abbronzato e in piena forma; indossava jeans frusti e maglietta beige. Il
pilota dell'elicottero era rimasto ai comandi. Vance si rivolse all'ufficiale:
- In cosa posso esserle...
- Dobbiamo parlare - intervenne quello con i jeans, col tono frizzante
di chi  abituato a prendere il comando. Portava occhiali da aviatore e ave-
va gi notato il distintivo di Vance. - Lei qui  lo sceriffo, giusto?
- Giusto. Sceriffo Ed Vance. - Tese la mano. - Lieto di cono...
- Sceriffo, dove possiamo parlare in privato? - lo interruppe il pi
giovane, in divisa da ufficiale. L'uomo in borghese non strinse la mano a
Vance; quest'ultimo, confuso, batt le palpebre e abbass il braccio.
- Ah... nel mio ufficio. Da questa parte. - Li precedette attraverso il
parco: il sudore gli macchiava gi la schiena della camicia e formava aloni
scuri sotto le ascelle.
In ufficio, il giovanotto prese dalla tasca dei calzoni un taccuino e lo a-
pr. - Il sindaco locale  Johnny Brett?
- Gi. - Vance vide altri nomi, sul taccuino... compreso il proprio.
Cap che qualcuno aveva fatto un bel po' di indagini, su Inferno. -  an-
che il capo dei vigili del fuoco.
- Bisogna che sia presente. Vuole chiamarlo, per favore?
- Chiamalo - disse Vance a Danny e si accomod nella poltrona die-
tro la scrivania. Quei due gli davano i brividi: dritti come fusi, sembravano
fermi sull'attenti. - Brett ha l'ufficio nel fabbricato della banca - spieg.
- Avr gi visto il trambusto. - I due non reagirono. - Vi dispiacerebbe
farmi sapere cosa succede, signori?
Il pi anziano and alla porta che dava sul blocco di celle e scrut dallo
spioncino di vetro: c'erano solo tre celle, vuote. - Ci occorre il suo aiuto
per una certa faccenda, sceriffo - disse. Aveva una cadenza pi del Mi-
dwest che del Texas. Si tolse gli occhiali e mise in mostra occhi infossati,
d'un grigio chiaro e gelido. - Scusi l'esordio melodrammatico. - Sorrise
e si rilass. - A volte noi dell'aviazione esageriamo.
- Certo, capisco. - In realt non ci capiva un accidente. - Niente di
male.
- Il sindaco Brett sta arrivando - rifer Danny, posando la cornetta.
- Sceriffo, quante persone vivono qui? - domand il giovane uffi-
ciale. Si era tolto il berretto; aveva capelli castani, tagliati corti, occhi quasi
dello stesso colore e una spruzzata di lentiggini sul naso e sulle guance.
Vance gli diede al massimo venticinque anni; l'altro ne aveva forse quaran-
ta e passa.
- Quasi duemila, penso - rispose lo sceriffo. - E circa seicento a
Bordertown. Dall'altra parte del fiume.
- S. Esiste un giornale?
- Ce n'era uno. Ha chiuso bottega un paio d'anni fa. - Gir la poltrona
per osservare il pi anziano che si era accostato all'armadio a vetri con la
dotazione di armi, due fucili a pompa, due Winchester automatici, una
grossa Colt .45 con cinturone di pelle di vitello e una .38 a canna corta con
fondina ascellare, oltre a scatole di munizioni dei vari calibri.
- Un bell'arsenale - disse l'uomo. - Ha gi avuto l'occasione di usare
una simile potenza di fuoco?
- Non si pu mai dire quando se ne avr bisogno. Uno dei fucili a
pompa spara granate lacrimogene. - Nel tono mostr un orgoglio pa-
terno: aveva lottato con le unghie e con i denti, per convincere il consiglio
municipale a stanziare i fondi necessari ad acquistarlo. - Con i messicani
a un tiro di sputo, bisogna essere pronti a tutto.
- Capisco.
Entr Johnny Brett, ansimando per la corsa. Era un cinquantenne dal to-
race massiccio, ex capoturno di scavo alla miniera di rame, che portava
con s un senso di stanchezza tormentata: aveva lo sguardo di un cane pre-
so a calci troppo spesso e si rendeva conto del potere di Mack Cade sulla
comunit; anche lui, come Vance, era sul suo libro paga. Rivolse un cenno
di saluto ai due dell'aviazione; palesemente a disagio come un pesce fuor
d'acqua, attese che fossero loro a parlare.
- Sono il colonnello Matt Rhodes - si present il pi anziano. - Il
mio aiutante, capitano David Gunniston. Mi scuso per essere arrivato al-
l'improvviso, ma si tratta di una faccenda urgente. - Guard l'orologio. -
Circa tre ore fa, una meteorite di sette tonnellate  penetrata nell'atmosfera
ed  caduta una ventina di chilometri a sud-sudovest della vostra citt.
L'abbiamo seguita col radar. Pensavamo che sarebbe bruciata quasi tutta.
Sbagliavamo. - Guard prima il sindaco, poi lo sceriffo. - Cos abbiamo
un visitatore spaziale a poca distanza da qui e quindi un problema di sicu-
rezza.
- Una meteorite! - ridacchi Vance. - Vuole prenderci in giro!
Il colonnello Rhodes lo fiss con sguardo calmo e serio. - Non scherzo
mai - disse freddamente. - Il nostro amico emana una certa quantit di
calore.  radioattivo e...
- Oh, Cristo! - ansim Brett.
- ...e le radiazioni probabilmente interesseranno questa zona - prose-
gu Rhodes. - Non significa che ci siano pericoli immediati, ma  meglio
che la gente stia all'aperto il meno possibile.
- Con questo caldo, molti staranno in casa di sicuro - disse Vance.
Corrug la fronte. - Ah...  roba cancerogena?
- Non credo che in questa zona la radioattivit raggiunga il livello cri-
tico. Secondo le previsioni del tempo, il vento la disperder quasi tutta a
sud, al di l delle Chinati Mountains. Ma dobbiamo chiedere il vostro aiu-
to, signori, per un'altra faccenda. L'aviazione deve portare il nostro visita-
tore fuori di questa zona, in una localit sicura. Sono responsabile del tra-
sferimento. - Lanci un'occhiata all'orologio a parete. - Alle quattordici
zero zero, cio alle due in punto, saranno qui due autoarticolati. Uno porte-
r una gru e l'altro avr la scritta "Allied Van Lines". Dovranno attraversa-
re il paese per arrivare nella localit dell'impatto. Una volta l, i miei uo-
mini inizieranno a fare a pezzi la meteorite per caricarla e trasportarla. Se
tutto va secondo i piani, alle ventiquattro zero zero ce ne saremo gi anda-
ti.
- Mezzanotte - disse Danny. Voleva arruolarsi nell'esercito, prima
che suo padre gli facesse cambiare idea, e conosceva qualche termine mili-
tare.
- Esatto. Perci devo chiedervi aiuto per le misure di sicurezza - pro-
segu Rhodes. - La base di Webb  stata subissata di chiamate da gente
che ha visto passare la meteorite sopra Lubbock, Odessa e Fort Stockton...
ovviamente ad altezza tale da rendere impossibile stabilirne l'esatta natura.
Tutti dicono d'avere visto un UFO. - Sorrise di nuovo e strapp un sorri-
so nervoso al vice, allo sceriffo e al sindaco. - Normale, no?
- Certo! - convenne Vance. - I fanatici dei dischi volanti usciranno
dalla tana, scommetto!
- S. - Il sorriso del colonnello vacill per un istante, ma nessuno se
ne accorse. - Usciranno, eccome. Ma non vogliamo che i civili in-
terferiscano con i lavori e soprattutto non ci teniamo a essere invasi dai
giornalisti. L'aviazione non vuole che i segugi della notizia si becchino una
dose di radiazioni. Sceriffo, lei e il sindaco siete in grado di tenere sotto si-
lenzio l'intera faccenda?
- Sissignore! - rispose con entusiasmo Vance. - Ci dica solo cosa
dobbiamo fare!
- Primo, scoraggiate eventuali spettatori. Naturalmente disporremo un
nostro perimetro di sicurezza intorno alla zona, ma non voglio che arrivi
nessuno a curiosare. Secondo, mettete in risalto il pericolo di contamina-
zione radioattiva; il rischio in realt  minimo, ma non sar male spaventa-
re un poco la gente. Impedite a tutti di venirci fra i piedi, d'accordo?
- D'accordo - convenne Vance.
- Terzo, non voglio nelle vicinanze nessuno della stampa. - Lo sguar-
do del colonnello torn gelido. - Con gli elicotteri pattuglieremo la zona;
ma se riceverete chiamate dalla stampa, voglio che provvediate voi. La ba-
se di Webb non dar informazioni. Tenete la bocca chiusa anche voi. Co-
me ho detto, non vogliamo civili, nella zona. Chiaro?
- Chiarissimo.
- Bene. Penso che non ci sia altro. Gunny, hai domande?
- Solo una, signore. - Gunniston sfogli il taccuino. - Sceriffo Van-
ce, chi  il proprietario di un camioncino verde chiaro con la scritta "Clini-
ca Veterinaria di Inferno"? Targato Texas sei-due...
- Doc Jessie - rispose Vance. - Cio, Jessica Hammond.  lei, il ve-
terinario. - Gunniston si segn il nome. - Perch?
- Abbiamo visto il camioncino nella zona d'impatto - spieg il co-
lonnello Rhodes. - L'hanno rimorchiato alla stazione di servizio della Te-
xaco, un paio di vie pi avanti. Probabilmente la dottoressa Hammond ha
visto passare l'oggetto e vogliamo farle qualche domanda.
- Brava ragazza. Intelligente, anche. Non ha paura di fare il suo mestie-
re come un uomo, dia retta a me...
- Grazie. - Gunniston mise in tasca penna e taccuino. - Comin-
ceremo da qui.
- Certo. Se avete bisogno d'altro, chiedete pure. Rhodes e Gunniston si
dirigevano gi alla porta. - Certo - disse Rhodes. - Di nuovo, scusate
il trambusto.
- Niente, niente. Diavolo, avete fornito a tutti un argomento di di-
scussione a cena!
- Non troppe discussioni, mi auguro.
- Oh. S, certo. Non si preoccupi. Conti pure su Ed Vance, signore!
- Sappiamo di poter contare su di lei. Grazie, sceriffo. - Rhodes strin-
se la mano a Vance e per un attimo quest'ultimo credette che gli avrebbe
massacrato le nocche. Rhodes gli lasci la mano e Vance, con un debole
sorriso, rimase a guardare i due ufficiali dell'aviazione che uscivano sotto
il sole ardente.
- Uau. - Vance si massaggi le dita. - A guardarlo non lo diresti co-
s forte.
- Aspetta che lo racconti a Doris! - esclam il sindaco Brett, esul-
tante. - Ho conosciuto un vero colonnello! Oddio, non creder nemmeno
una parola!
Danny and alla finestra e dalla persiana rimase a guardare i due che si
allontanavano verso Republica Road. Pensieroso, si strapp una pellicina.
- Oggetto - disse.
- Eh? Cos'hai detto, Danny boy?
- Oggetto. - Danny si gir verso Vance e Brett. Era riuscito a stabilire
che cosa lo turbava. - Il colonnello ha detto che probabilmente la dotto-
ressa Hammond ha visto passare l'oggetto. Perch non l'ha chiamato mete-
orite?
Vance esit. Riflette senza fretta, con espressione vacua. - Non  la
stessa cosa? - domand infine.
- S, pens di s. Mi domando solo perch l'ha messa in quel modo.
- Be', non ti pagano perch ti poni domande, Danny boy. Abbiamo a-
vuto ordini dall'Aviazione degli Stati Uniti e faremo quel che il colonnello
Rhodes ci ha detto di fare.
Danny annu e torn alla scrivania.
- Un vero colonnello dell'aviazione! - disse il sindaco Brett. - Od-
dio, meglio che vada in ufficio, casomai la gente chiami per sapere cosa
succede. Ti sembra una buona idea? - Vance convenne che era una buona
idea e Johnny Brett usc in fretta e torn quasi di corsa nel fabbricato della
banca; l'indicatore elettrico posto sulla facciata segnava gi trenta gradi, al-
le dieci e diciannove di mattina.
9
Tris
Mentre Xavier Mendoza fermava il carro attrezzi nella stazione di ser-
vizio e spegneva il motore, Jessie aveva visto l'elicottero scendere nel Pre-
ston Park. Mendoza e il suo aiutante di giorno, un giovane apache snello e
scontroso di nome Sonny Crowfield, sganciarono il camioncino e lo spin-
sero nel garage; Stevie intanto si allontan di qualche passo, reggendo in
mano la sferetta color ebano. A lei non interessava l'elicottero, n il motivo
della sua presenza.
Una Buick un tempo rosso vivo e ora sbiadita dal sole lasci Republica
Road e si ferm davanti ai box. - Ehil, doc! - chiam l'uomo al volan-
te; scese dall'auto e Jessie trasal alla vista della giacca sportiva a quadri
verdi e arancione. Dodge Creech si avvicin a passo brioso; il suo viso,
tondo e paffuto, era tagliato in due da un gran sorriso tutto denti d'un bian-
co abbagliante. Dodge diede un'occhiata al camioncino e si blocc di col-
po. - Sangue di Giuda! Questo non  un sinistro,  un macello!
- Be', non  certo un graffio.
Creech guard il motore e mand un fischio. - Riposa in pace - e-
sclam. - O in pezzi, forse  meglio dire. - Emise una risatina strozzata,
come di gallina che si sforzi di deporre un uovo fatto a cubo. Ma si riprese
subito, accorgendosi che Jessie non condivideva il suo buonumore. - Mi
scusi, so che il camioncino le  stato utile per un mucchio di chilometri.
Per fortuna nessuno si  fatto male... ah... lei e Stevie state bene, vero?
- Io sto benissimo. - Jessie lanci un'occhiata alla figlia: Stevie aveva
trovato una fetta d'ombra, sull'angolo pi lontano dell'edificio, e pareva in-
tenta a esaminare la sferetta. - Stevie  rimasta un po' sconvolta, ma sta
bene. Voglio dire, non ha ferite.
- Mi fa piacere. - Creech tolse dal taschino un fazzoletto a disegni a-
stratti, giallo limone, e si asciug il viso sudato. Aveva calzoni di un giallo
quasi uguale al fazzoletto e portava scarpe bicolori, giallo su bianco. Pos-
sedeva un armadio pieno di vestiti in poliestere di tutti i colori dell'arcoba-
leno; per quanto leggesse avidamente Esquire e GQ, il suo senso della
moda restava rauco come un rodeo di sabato notte. Sua moglie Ginger a-
veva giurato di chiedere il divorzio, se il marito, per andare in chiesa, a-
vesse messo un'altra volta il completo rosso cangiante. Lui credeva nel po-
tere dell'immagine: lo diceva spesso, alla moglie e a chiunque avesse vo-
glia d'ascoltare. Se si ha paura di farsi notare dalla gente, sosteneva, tanto
vale sprofondare sottoterra e restarci. Era un tipo grande e grosso, bene in
carne, sui quaranta, sempre pronto a sorridere e a stringere la mano; aveva
venduto almeno una polizza a quasi tutti i residenti di Inferno. Nel viso
largo e rubizzo risaltavano due occhi azzurri come la coperta d'un neonato.
Creech era calvo, a parte una frangia di capelli rossi e un ciuffo sulla fron-
te, meticolosamente pettinati.
Tocc il foro nel motore del camioncino. - Sembra che l'abbiano preso
a cannonate, doc. Ha voglia di raccontarmi cos' accaduto?
Jessie controll che Stevie fosse nelle vicinanze e si mise a raccontare a
Dodge Creech l'intera storia.
Stevie, comoda al fresco della zona d'ombra, guardava le magie della
sferetta. Le impronte comparivano di nuovo ed erano di un azzurro brillan-
te, che le ricordava le foto dell'oceano o la piscina del motel di Dallas dove
avevano trascorso le ultime vacanze estive. Con l'unghia la bambina dise-
gn un cactus e guard il disegno svanire lentamente. Tracci cerchi e sca-
rabocchi: tutti i segni scomparvero nel cuore scuro della sfera. Era un gio-
co pi divertente dei colori da applicare col dito, si disse; non bisognava
pulire niente e non si rischiava di versare i colori... a parte il fatto che qui
ce n'era uno solo, ma non importava, perch era un bel colore.
Le venne un'idea. Tracci una griglia e cominci a riempirla di zeri e di
croci: un gioco detto tris, imparato da pap, che era assai bravo. Gioc una
partita da sola e form un tris di zeri lungo la fila inferiore. La griglia svan
e Stevie ne tracci un'altra. Stavolta vinse con le croci in diagonale. Anche
la seconda griglia svan e Stevie ne tracci una terza. Vinse di nuovo con
le croci. Ricord che il pap le diceva che lo spazio centrale era il pi im-
portante, perci inizi mettendo uno zero al centro e gli zeri vinsero.
- Cos'hai l, bambina?
Sorpresa, Stevie alz gli occhi. Sonny Crowfield la guardava: aveva i
capelli neri e lunghi fino alla spalla, occhi neri, sorpacciglia nere e folte.
- Cos'? - domand, pulendosi in uno straccio le mani sporche di gras-
so. - Un giocattolo?
Stevie annu senza parlare.
- A me sembra un pezzo di merda - borbott Sonny, con un sog-
ghigno beffardo. Mendoza lo chiam e lui torn al garage.
- Sei tu un pezzo di merda - disse Stevie, parlando alla schiena di
Crowfield... ma a voce bassa, perch sapeva che merda non era una bella
parola. Torn a guardare la sferetta e rimase senza fiato.
C'era un'altra griglia azzurra, piena di cerchi e di croci; e le croci fa-
cevano tris nella riga in alto.
Lentamente la griglia svan.
Quella griglia non l'aveva tracciata lei. E neppure quella che ora compa-
riva, formata di linee sottili e precise come colpi di rasoio.
Stevie rischi di lasciar cadere la sferetta, ma ricord l'ammonimento
della mamma. Nel giro di due secondi la griglia del tris fu completa e co-
minciarono a comparire gli zeri e le croci. Stevie pens di chiamare la
mamma, ma Jessie parlava ancora con Dodge Creech; allora guard gli
spazi che si riempivano... e poi, seguendo l'impulso, appena il dito interio-
re della sferetta complet uno zero, tracci una croce.
Non ci fu risposta. Lentamente la griglia svan.
Trascorsero alcuni secondi. La sferetta rimase nera.
L'ho rotta, pens Stevie, rattristata. Non giocher pi!
Ma qualcosa si mosse nell'interno della sferetta... un breve lampo az-
zurro, subito svanito. Affiorarono le linee nette di un'altra griglia e uno ze-
ro comparve nel riquadro centrale. Segu una pausa. Stevie sobbalz, per-
ch si rese conto che la sferetta la invitava a giocare. In un riquadro della
riga in basso tracci una croce. Uno zero comparve in alto a sinistra, segui-
to da un'altra pausa per permettere a Stevie la scelta della mossa.
La partita termin in fretta, con un tris di zeri in diagonale da sinistra a
destra.
Appena la griglia svan, ne comparve un'altra, di nuovo con uno zero
nello spazio centrale. Stevie corrug la fronte: la sferetta aveva gi impara-
to il gioco. Con coraggio affront la partita e fu sconfitta pi rapidamente
di prima.
- Stevie? Fai vedere al signor Creech cosa ci ha colpito.
Stevie trasal. La mamma e Dodge Creech erano fermi accanto a lei, ma
non si erano accorti del gioco. La giacca del signor Creech, pens Stevie,
sembrava fatta da una sarta che avesse infilato le dita nella presa di corren-
te.
- Posso dare un'occhiata, tesoro? - disse Creech, con un sorriso, ten-
dendo la mano.
Stevie esit. La sferetta era di nuovo fredda e completamente nera, senza
pi traccia di griglie. Lei non voleva lasciarla in quella manona d'un estra-
neo. Ma la mamma guardava e s'aspettava che lei ubbidisse. E Stevie sa-
peva d'avere disubbidito anche troppo, quel giorno. Diede al signor Creech
la sferetta... e appena la lasci, ud il sospiro delle campanelle che canta-
vano di nuovo per lei.
- Quest'affare ha fatto il danno? - Creech batt le palpebre, sop-
pesando la sferetta. - Doc, ne  sicura?
- Direi di s.  leggera, lo so, ma la dimensione  quella giusta. Ha fo-
rato il motore e si  incastrata nel pozzo della ruota.
- Non capisco come un coso del genere abbia forato il metallo. Sembra
vetro. O plastica bagnata. - Pass il dito sulla superficie liscia; Stevie no-
t che non lasciava impronte. La musica di campanelle era insistente, an-
siosa. Ha bisogno di me, pens Stevie. - Cos  questo l'affare espulso
dall'oggetto che vi ha sorvolato, eh? - Dodge Creech tenne controsole la
pallina, ma non riusc a vederci niente. - Mai vista una roba del genere.
Ha idea di cosa sia?
- Nessuna - rispose Jessie. - Forse gli occupanti dell'elicottero lo
sapranno. C'erano tre elicotteri che lo seguivano.
- Non so cosa scrivere sul verbale di sinistro - ammise Creech. -
Voglio dire, lei ha copertura in caso di collisione e ferite e tutto il resto, ma
non credo che la Texas Pride ammetter che una pallina di plastica abbia
forato il motore d'un camioncino. Cosa intende farne?
- La consegner a Vance, appena in paese.
- Be', le dar volentieri un passaggio. Il suo camioncino non andr pi
in nessun posto.
- Mamma? - disse Stevie. - Cosa ne far, lo sceriffo?
- Non so. Forse la mander da qualche parte per scoprire che cos'.
Forse prover ad aprirla.
Stevie sent la tensione della musica di campanelle, come se la sferetta la
supplicasse di riprenderla; certo, non capiva perch il signor Creech e la
mamma non udissero le campanelle, n capiva che cosa producesse quella
musica, ma lei la sentiva come il richiamo d'un compagno di giochi. Pro-
ver ad aprirla, pens, e si sent rabbrividire. Oh, no, sarebbe stato un erro-
re. Perch quel che c'era nella sferetta ne avrebbe sofferto, come una tarta-
ruga a cui rompano il guscio. Oh, no! Guard la mamma, con occhi implo-
ranti. - Dobbiamo proprio darla via? Non possiamo portarla a casa e te-
nerla?
- Tesoro, purtroppo non possiamo. - Jessie le accarezz la guancia.
- Mi spiace, ma dobbiamo consegnarla allo sceriffo. D'accordo?
Stevie non rispose. Il signor Creech teneva la sferetta lungo il fianco,
senza stringerla troppo. - Bene - disse - perch non andiamo subito da
Vance? - Si gir per salire in macchina.
La musica diede a Stevie un'idea e il coraggio necessario. La bambina
non aveva mai fatto niente del genere - quello era un sicuro invito a una
bella sculacciata - ma sapeva che l'occasione non si sarebbe ripetuta. Pi
tardi avrebbe spiegato perch si era comportata in quel modo... e pi tardi
pareva sempre assai lontano.
Il signor Creech mosse un passo verso l'auto. Stevie si lanci di scatto,
pass davanti alla mamma, tolse di mano a Creech la sferetta; la musica
cess di colpo. Stevie cap d'avere fatto la cosa giusta.
- Stevie! - grid Jessie, sorpresa e sconvolta. - Restituisci...
Ma Stevie si era messa a correre, stringendo al petto la pallina. Gir
l'angolo della stazione di servizio, passando dall'ombra al sole, evit per un
pelo di sbattere contro il cassone dell'immondizia e continu la corsa, pas-
sando fra due cactus alti quanto il signor Creech.
- Stevie! - Jessie gir l'angolo e vide la bambina attraversare di corsa
il cortile posteriore di una casa e puntare verso Brazos Street. - Vieni su-
bito qui! - grid. Ma Stevie non si ferm e Jessie cap che non avrebbe
ubbidito. La bambina corse lungo una recinzione di rete metallica, gir
l'angolo e scomparve in Brazos Street. - Stevie! - grid ancora Jessie,
ma senza risultato.
- Mi sa che vuole tenersela, quella roba - disse Creech, fermo dietro
Jessie.
- Non so cosa le ha preso! Da quando ha raccolto quella pallina, si
comporta da sciocca. Dodge, mi spiace. Non...
- Lasci perdere. La signorina pu anche fare quel che vuole, no?
- Sar andata a casa. Maledizione! - Era quasi troppo sconvolta per
parlare. - Mi darebbe un passaggio?
- Ma certo. Venga.
Girarono l'angolo per andare alla Buick di Creech. Due uomini, uno in
borghese e uno in divisa da ufficiale d'aviazione, erano fermi accanto al-
l'auto. - Dottoressa Hammond? - disse l'uomo dai capelli a spazzola,
avanzando d'un passo. - Dobbiamo parlarle.
10
Vuoto azzurrino
Stringendo ancora al petto la pallina nera, Stevie arriv a casa e si ferm
a cercare sotto il bovindo la pietra bianca che si spostava e nascondeva una
chiave di scorta. Era senza fiato, ancora scossa per colpa di un cane che
l'aveva inseguita mentre correva per Brazos Street; il cane, un grosso do-
bermann, si era messo a ringhiare e si era lanciato su di lei, ma era incate-
nato a un palo nel cortile e la catena l'aveva trattenuto. Lei non si era
nemmeno fermata a fargli marameo, perch sapeva che la mamma e il si-
gnor Creech l'avrebbero cercata.
Trov la chiave dietro la pietra bianca ed entr in casa. L'aria condi-
zionata le gel il sudore. And in cucina, sal su di una sedia, prese dalla
credenza un bicchiere con disegni degli Antenati e si vers un po' d'acqua
dalla bottiglia messa in frigo. La pallina era ancora fredda; se la strofin
sulle guance e sulla fronte.
Tese l'orecchio per udire se l'auto del signor Creech si fermava davanti
alla casa. Non era ancora arrivata, ma non avrebbe tardato.
- Vogliono romperti - disse al suo compagno di giochi chiuso nella
pallina. - Non  bello, vero?
Naturalmente la pallina non rispose. Forse sapeva giocare a tris, ma non
aveva voce, a parte la musica di campanelle.
Stevie port in camera sua la pallina. E se l'avesse nascosta? Di certo la
mamma non l'avrebbe obbligata a darla via, non appena le avesse spiegato
che suonava musica e che all'interno nascondeva un compagno di giochi.
Pens a vari nascondigli: sotto il letto, nell'armadio, nel cassettone, nella
scatola dei giocattoli. Nessuno pareva sicuro. Il signor Creech non era an-
cora arrivato: aveva il tempo di trovare un buon nascondiglio.
Mentre rifletteva, squill il telefono. Poich non la smetteva, Stevie de-
cise di rispondere, visto che al momento era la padrona di casa. Stacc la
cornetta. - Pronto?
- Signorina, ti meriti una buona sculacciata! - Nella voce di Jessie, ol-
tre all'ira, c'era un genuino sollievo. - Potevi finire sotto una macchina o
farti male!
- Sto bene. - Meglio non parlare del cane, si disse.
- Vorrei solo sapere cosa credi di fare! Sono stufa del modo in cui ti sei
comportata per tutto il giorno.
- Scusa - disse Stevie, con un filo di voce. - Ho sentito di nuovo la
musica e dovevo scappare dal signor Creech perch non voglio che la
rompa.
- Questa decisione non tocca a noi. Stevie, sono sorpresa di te! Non hai
mai fatto una cosa del genere.
Stevie aveva gli occhi pieni di lacrime. Sentire la mamma parlare in que-
sto modo era peggio di una sculacciata; mamma non poteva sentire la mu-
sica e non avrebbe capito il suo compagno di giochi. - Non Io faccio pi
- promise.
- Sono davvero delusa di te. Pensavo d'averti insegnato come ci si
comporta. Adesso ascoltami bene: sono ancora dal signor Mendoza, ma
vengo subito a casa. Non muoverti di l. Hai capito?
- Sissignora.
- Bene. - Jessie esit; era arrabbiata, ma non tanto da riattaccare e la-
sciare le cose a quel punto. - Mi hai spaventata, scappando via a quel
modo. Potevi farti male. Capisci perch sono sconvolta?
- S. Perch ho fatto la cattiva.
- Perch hai sbagliato - la corresse Jessie. - Ma ne riparleremo a ca-
sa. Ti voglio bene, Stevie: per questo sono arrabbiata. Capisci?
- S. Anch'io ti voglio bene, mamma. Scusa.
- D'accordo. Non muoverti di l, fra poco arrivo. Ciao.
- Ciao. - Staccarono la comunicazione quasi nello stesso istante e nel-
la stazione di servizio, Jessie si rivolse al colonnello Rhodes. - Meteorite
le palle! - disse.
Stevie smise di piangere. Torn nella sua cameretta. La pallina nera mo-
strava in superficie delle chiazze blu. Ora Stevie era infastidita dall'idea di
nasconderla, ma d'altra parte non voleva che qualcuno la rompesse. Che
fare? And alla finestra e guard la via inondata di sole, cercando di stabi-
lire quale fosse la cosa giusta: nascondere la pallina nera e disubbidire cos
alla mamma, oppure consegnarla e lasciare che la rompessero? Si ritrov
in un vicolo cieco dove non riusciva pi a pensare; allora decise di far di-
vertire il suo compagno di giochi il pi possibile, prima dell'arrivo del si-
gnor Creech.
Si accost al tavolo sul quale teneva la collezione di figurine in vetro.
Nella pallina nera c'era una linea blu, simile a una palpebra sul punto d'a-
prirsi. - Ballerina - disse Stevie e indic la ragazza in tut, la sua prefe-
rita. - Cavallo - continu. - Assomiglia a Sweetpea, ma Sweetpea  un
cavallo vero, mentre questo  fatto di vetro. Sweetpea  un pa... un pa... -
Aveva ancora difficolt con alcune parole. - Un pa'omino - concluse.
Indic un'altra figurina. - Topo. Sai cos' un topo? Mangia formaggio e
ha paura dei gatti.
Al centro della pallina c'erano piccole increspature azzurre simili a fuo-
chi d'artificio.
Stevie prese dal letto la bambola. - Si chiama Annie Laredo. Saluta,
Annie. Digli, siamo felici che sei venuto a farci visita oggi. Annie lavora ai
rodei. - Girando per la stanza, si avvicin al pannello di sughero dove il
pap l'aveva aiutata a fissare con le puntine disegni di carta colorata rita-
gliati. Indic i primi: - A... B... C... D... E... F... G... L'alfabeto. Sai cos'
l'alfabeto? - Fu colpita da un pensiero importantissimo. - Non sai nem-
meno come mi chiamo! - esclam. Tenne davanti al viso la pallina e
guard le increspature di colore al centro, simili ai movimenti d un bellis-
simo pesciolino in un acquario. - Mi chiamo Stevie. So come si scrive. S-
T-E-V-I-E. Stevie. Cio, io.
Sul pannello c'erano anche foto d'animali e d'insetti, ritagliate dalle rivi-
ste. Stevie alz la pallina in modo che il suo compagno di giochi potesse
guardare e tocc ogni fotografia, facendo il nome dell'animale. - Leone...
vive nella giungla. Stru... stru... un uccello grossissimo. Delfino (lo pro-
nunci alla francese, dofn)... i dofn nuotano nell'oceano. Aquila... vola in
alto in alto. Cavalletta... salta sempre. - Giunse all'ultima foto. - Sco...
sco... uno stinger, un insetto che punge. - Tocc la foto dello scorpione,
anche se era quella che le piaceva meno: ma pap l'aveva messa l per ri-
cordarle di non camminare scalza fuori di casa.
Quelle che parevano minuscole scariche elettriche si arricciarono al cen-
tro della sferetta e danzarono sulla superficie; toccarono per un attimo le
dita di Stevie e le diedero un gelido formicolio che le percorse la mano su
fino al gomito e subito svan. La bambina rest sorpresa, ma non sent do-
lore; guard le saette luminose pulsare dentro la pallina, al cui centro si al-
largava un grumo d'azzurro brillante.
Pi incantata che impaurila, Stevie tenne fra le mani la pallina. I mi-
nuscoli fulmini s'incresparono e le toccarono le dita; per un attimo lei cre-
dette di sentire i capelli crepitare come Krispies di riso.
Forse avrebbe dovuto posarla subito, pens. C'era una tempesta, dentro
la pallina, e peggiorava. Forse al suo compagno di giochi non era piaciuta
una delle fotografie.
Mosse due passi verso il letto, con l'intenzione di posare l la pallina e
d'aspettare l'arrivo della mamma.
Ma non mosse il terzo passo.
La pallina nera all'improvviso si accese d'un azzurro incandescente e
spaventoso. Stevie cerc di aprire le dita, di lasciarla cadere... ma era trop-
po tardi.
I minuscoli fulmini schizzarono fuori della pallina, s'intrecciarono fra le
dita, risalirono su per le braccia e le spalle, si avvolsero come fili di fumo
intorno alla gola, s'infilarono nelle narici, saltarono sopra i globi oculari,
coprirono come un bozzolo la testa e penetrarono nel cranio. Stevie non
sent dolore, ma un basso mormorio nelle orecchie, simile a tuono lontano
oppure a voce decisa e forte, come mai aveva udito. I capelli mandarono
scintille, la testa ciondol avanti e indietro, la bocca si apr per emettere
un'esalazione fioca e intontita: - Oh.
Stevie sent odore di bruciato. I capelli prendono fuoco, pens paz-
zamente e cerc di spegnerli, con mani che per non le ubbidivano pi.
Voleva urlare e aveva le lacrime agli occhi, ma quella voce possente come
tuono le crebbe nella testa e le squass i sensi; si sent sollevata come da
onde, risucchiata in un luogo azzurro e turbinante dove non esisteva n al-
to n basso. L faceva fresco e c'era quiete, la tempesta infuriava da un'al-
tra parte. Il vuoto azzurrino si chiuse intorno a lei, la imprigion, continu
a trascinarla pi a fondo. Solo che lei non era pi nel suo corpo, pareva fat-
ta di luce e pesava come una piuma nel vento. Non era una situazione spa-
ventosa e Stevie si stup di non avere paura... quanto meno, di non piange-
re. Non si ribell, perch ribellarsi pareva brutto. Era giusto librarsi in quel
luogo azzurro e riposare. Riposare e sognare, perch di sicuro quello era
un posto dove i sogni vivevano e l'avrebbero trovata, se non si ribellava.
Dorm; e le correnti azzurrine si ripiegarono intorno a lei e i primi sogni
le giunsero in forma di Sweetpea, di mamma e pap gi in groppa al caval-
lo dorato, che la incitavano a unirsi a loro per una lunga giornata priva di
tristezze, solo cielo azzurro e sole.
Stevie cadde all'indietro, tocc terra sulla spalla destra. La pallina, az-
zurra e pulsante, schizz via dalle mani gelate e rotol sotto il letto, dove a
poco a poco torn nera come ebano.
11
Trasformazione
- Non so quali stronzate voglia farci bere - disse Jessie - ma non era
una meteorite. Lo sa quanto me.
Matt Rhodes sorrise debolmente e si accese una sigaretta. Sedeva di
fronte a Jessie in un spar in fondo al Brandin' Iron Cafe di Celeste Street,
un locale piccolo ma pulito, con pareti convenientemente adorne di ferri
per marchiare il bestiame, tovaglie a quadri rossi e bianchi, sedie di plasti-
ca rossa. La specialit della casa era il Big Beef Burger, una polpetta di
carne cauterizzata col marchio privato del Brandin' Iron, la Doppia X. Nel
piatto di Rhodes c'erano i resti di un hamburger.
- E va bene, dottoressa Hammond - sospir il colonnello. - Allora
mi dica lei cos'era.
Jessie si strinse nelle spalle. - Come faccio a saperlo? Non sono nel-
l'aviazione.
- No, ma a quanto pare ha visto abbastanza chiaramente l'oggetto. Su,
esprima la sua opinione.
Sue Mullinax, una biondona dai fianchi robusti, con teneri occhi castani
da bambina e troppo trucco, port una caffettiera e vers a tutt'e due una
seconda tazza di caff. Dieci anni prima, Sue guidava la claque alla Pre-
ston High. Servito il caff, si allontan lasciando una scia di profumo.
- Era una macchina - azzard Jessie, quando Sue fu fuori portata d'o-
recchio. - Forse un aereo segreto. Come quei bombardieri Stealth...
Rhodes si mise a ridere e soffi fumo dalle narici. - Signora, lei legge
troppi romanzi di spionaggio! E poi, ormai anche gli eremiti sanno tutto
degli Stealth: non sono pi un segreto.
- Allora qualcosa di altrettanto importante - prosegu Jessie, im-
perterrita. - Ne ho visto un frammento con dei simboli. Forse erano giap-
ponese. O una combinazione di giapponese e russo. Inglese no di certo.
Cosa ne dice?
Rhodes perdette il sorriso. Guard fuori della finestra, mettendo in mo-
stra un profilo aquilino. Poco lontano, l'elicottero fermo al centro del Pre-
ston Park attirava gente. Il capitano Gunniston, seduto al banco, beveva
una tazza di caff e teneva a bada la curiosit di Cecil Thorsby, il cuoco e
proprietario del locale.
- Siamo tornati alla domanda iniziale - disse il colonnello, dopo un
momento. - Vorrei sapere cosa ha danneggiato il suo camioncino.
- E io voglio sapere cos' caduto. - Jessie aveva deciso di non parlare
della pallina nera, se prima non aveva alcune risposte. A quanto pareva,
Stevie non correva rischi, tenendo con s la pallina; non c'era fretta di con-
segnarla.
Il colonnello sospir; la fiss con occhi duri, socchiusi. - Signora, non
so chi crede di essere, ma...
- Dottoressa - rispose Jessie. - Sono dottoressa. Vorrei che la smet-
tesse di trattarmi con aria di superiorit.
Rhodes annu. - Dottoressa, va bene. - Meglio cambiare tattica, si
disse; non era tonta come un'oca, tipo lo sceriffo e il sindaco. - D'accor-
do. Se le rivelassi cos'era, dovrebbe firmare un mucchio di documenti che
le imporrebbero di mantenere il segreto; e forse dovrebbe anche andare al-
la base di Webb. Le lungaggini burocratiche bastano a far piangere un uo-
mo; presa nell'ingranaggio, sar impegnata a non rivelare niente, a scanso
d'un lunghissimo soggiorno a spese dello Zio Sam. - Esit, per lasciare
che l'idea penetrasse a fondo. -  quel che vuole, dottoressa Hammond?
- Voglio la verit, non stronzate. E la voglio subito. Poi le dir quel
che so.
Il colonnello fece crocchiare le nocche e cerc di assumere un'espres-
sione sinistra. - Alcuni mesi fa siamo venuti in possesso di un elicottero
sovietico. Il pilota era andato in Giappone e aveva disertato. L'elicottero 
pieno di armi, di congegni a infrarossi e di sensori, e possiede un sistema
di puntamento a laser sul quale da tempo volevamo mettere le mani. -
Trasse qualche boccata dalla sigaretta. Nel locale c'erano solo Gunniston,
Cecil e Sue Mullinax, ma il colonnello parlava in un bisbiglio. - I tecnici
facevano prove alla base dell'aviazione di Holloman, nel Nuovo Messico...
ma ci sono stati dei guai. Evidentemente un tecnico, che pure aveva supe-
rato i controlli di sicurezza, era una "talpa"; si  impadronito dell'elicottero
e ha preso il volo. Holloman ci ha chiesto d'intercettarlo, perch pareva di-
rigersi verso il Golfo. Forse aveva appuntamento con aerei da caccia de-
collati da Cuba. Comunque, l'abbiamo abbattuto. Non c'era scelta. L'elicot-
tero  precipitato proprio mentre sorvolava la strada che lei percorreva; ora
dobbiamo raccogliere i pezzi e filarcela prima che arrivi la stampa. -
Spense nel posacenere la sigaretta. - Ecco tutto. Forse la settimana pros-
sima legger sul Time l'intera storia, se decidiamo di renderla pubblica.
Jessie lo fiss. Il colonnello era intento a schiacciare a fondo il mozzi-
cone. Lei obiett: - Non ho visto segno di rotori.
- Cristo! - sbott Rhodes, a voce un po' troppo alta, tanto che Cecil e
Gunniston si girarono dalla sua parte. - Le ho detto quel che so, signo...
dottoressa Hammond. Prendere o lasciare. Ma si ricordi: in questo momen-
to lei nasconde al governo degli Stati Uniti informazioni preziose. Il suo
atteggiamento pu mettere in guai seri lei e la sua famiglia.
- Le minacce mi lasciano indifferente.
- E a me non piace giocare! Allora: un pezzo del velivolo ha colpito
davvero il suo camioncino? Cos' accaduto esattamente?
Jessie termin con calma il caff. Non aveva visto rotori: possibile che
fosse davvero un elicottero? Per era accaduto tutto molto in fretta. Forse
non ricordava bene che cosa aveva visto, forse i rotori si erano gi staccati.
Rhodes aspettava. Jessie cap di dovergli raccontare tutto.
- S - disse. - Il camioncino  stato colpito. Un pezzo di quel coso
ha trapassato il blocco motore. Ha visto il foro. Era una sferetta nera, gran-
de pi o meno cos.  schizzata via da quell'oggetto, dritta su di noi. Ma la
cosa davvero sorprendente  un'altra: la sferetta pesa solo un centinaio di
grammi, non  di vetro n di plastica e non ha nemmeno un graffio. Non so
molto della tecnologia sovietica, ma se sanno fare una sostanza cos dura,
dobbiamo mettere le mani su...
- Un momento, prego. - Rhodes si sporse verso d lei. - Una sferetta
nera. L'ha raccolta? Era calda?
- No, era fredda... ed  curioso, perch gli altri pezzi fumavano ancora.
- Anche la sferetta era coperta di simboli?
- No, non aveva il minimo segno.
- Bene. - C'era un fremito d'entusiasmo, nella voce. - Cos ha lascia-
to la sferetta sul posto?
- No, l'abbiamo portata con noi. Il colonnello spalanc gli occhi.
- In questo momento ce l'ha mia figlia. A casa nostra. - Non le piac-
que la sua espressione attonita, n la pulsazione alla tempia. - Perch?
Cos'? Una sorta di compu...
- Gunny! - Rhodes scatt in piedi e in un attimo Gunniston scese dal-
lo sgabello. - Paga il conto! - ordin il colonnello. Prese per il braccio
Jessie, ma lei si liber. Lui l'afferr di nuovo, con forza maggiore. - Dot-
toressa Hammond, le spiace accompagnarci a casa sua? Il pi presto possi-
bile?
Uscirono dal Brandin' Iron. Appena fuori, Jessie si liber con un gesto
rabbioso. Rhodes non cerc di afferrarla di nuovo, ma le rimase al fianco,
con Gunniston qualche passo pi indietro. Girarono intorno al Preston
Park, evitarono la gente che guardava a bocca aperta l'elicottero e infasti-
diva di domande Jim Taggart, il pilota. Jessie, col cuore che le batteva al-
l'impazzata, allung il passo mettendosi quasi a correre; i due le rimasero
accanto. - Cosa c' dentro la pallina? - domand a Rhodes, ma il colon-
nello non rispose... o non sapeva cosa rispondere.
- Non esploder, vero? - Di nuovo, nessuna risposta.
A casa, Jessie fu lieta nel vedere che Stevie si era ricordata di chiudere la
porta, ma nello stesso tempo fu costretta a perdere secondi preziosi per
trafficare col mazzo di chiavi. Infil nella serratura la chiave giusta e apr.
Rhodes e Gunniston la seguirono in casa e il capitano chiuse con forza la
porta.
- Stevie! - chiam Jessie. - Dove sei?
Stevie non rispose.
La vivida luce che filtrava dalle persiane disegnava griglie sulle pareti.
- Stevie! - Jessie entr di corsa in cucina. L'orologio a forma di gatto
ticchettava, il condizionatore ansimava per lo sforzo. Una sedia era rimasta
accanto al banco; la credenza era aperta, nel lavello c'era un bicchiere vuo-
to. La corsa le ha messo sete, pens Jessie. Ma Stevie non sarebbe uscita di
casa di nuovo... o no? Se era uscita... avrebbe passato dei bei guai! Jessie
attravers il salottino - l era tutto in ordine - e pass nel corridoio che por-
tava alle camere da letto. Rhodes e Gunniston le stavano alle calcagna. -
Stevie! - chiam ancora Jessie, che cominciava davvero a preoccuparsi.
Dove si era cacciata?
Era quasi alla porta della cameretta di Stevie, quando due mani si allun-
garono sul pavimento: le dita cercavano d'afferrarsi al tappeto beige.
Jessie si blocc di colpo e Rhodes la urt.
Erano le mani di Stevie, ovviamente. I tendini si tesero, mentre le dita si
piantavano nel tappeto per esercitare trazione; poi comparve la testa di
Stevie... i capelli biondo rame incollati per il sudore, il viso ansimante e
madido, goccioline che brillavano sulle guance. Le mani tirarono il corpo
di Stevie un poco pi avanti nel corridoio, con i muscoli che si tendevano
nelle braccia nude. La bambina continu ad avanzare, centimetro dopo
centimetro. Jessie si port la mano alla bocca. Stevie aveva perso la scarpa
sinistra e trascinava le gambe, come paralizzata dalla cintola in gi.
- Ste... - A Jessie manc la voce.
La bambina smise di strisciare. Piano piano sollev la testa: aveva occhi
privi di vita, come quelli d'una bambola.
Fu scossa da un tremito; con quello che parve uno sforzo penoso tir
sotto di s una gamba e cerc di mettersi in piedi.
- Stia indietro - disse Rhodes. Afferr il braccio di Jessie e, visto che
la donna non si muoveva, la tir via.
Stevie aveva tirato sotto di s anche l'altra gamba. Vacill e una goccio-
lina di sudore le cadde dal mento. Aveva il viso serio, remoto. E gli oc-
chi... occhi da bambola, s... ma ora Jessie vi scorse uno scintillio come di
fulmine, una ferocia, una determinazione che non le aveva mai visto. Pen-
s, follemente, che quella non era Stevie.
Per la bambina si tirava in piedi. Non cambi espressione, ma quando
finalmente si alz in tutta la sua statura, mosse le labbra in un fugace sorri-
so di sodisfazione per l'impresa appena compiuta.
Spost in avanti un piede, come in equilibrio su di un cavo teso. Poi
mosse l'altro, scalzo... e all'improvviso fu di nuovo scossa da un tremito e
cadde in avanti. Jessie non ebbe il tempo d'afferrarla al volo; Stevie cadde
bocconi sul tappeto e contorse le mani a mezz'aria come se non sapesse pi
che cosa fare.
Rimase distesa bocconi, col respiro impigliato in corpo.
- ...  ritardata? - domandGunniston.
Jessie si liber della stretta di Rhodes e si chin accanto alla figlia. Il
corpicino fremeva, muscoli si contraevano nelle spalle e nella schiena. Jes-
sie le tocc il braccio... e sent una scossa percorrerle la mano e torturarle i
nervi; si ritrasse subito, prima che la scossa le arrivasse alla spalla. La pel-
le di Stevie era fredda e umida in modo innaturale, le ricordava la sensa-
zione avuta nel toccare la sferetta nera. La bambina sollev la testa, fiss
Jessie senza riconoscerla; dalle narici le colava un filo di sangue, a seguito
dell'urto contro il pavimento.
Jessie si sent svenire: era troppo, per lei. Vide il corridoio allungarsi e
distorcersi, come quelli delle case degli specchi; poi si accorse che qualcu-
no l'aiutava a reggersi in piedi. Era Rhodes, con l'alito che puzzava di siga-
retta; stavolta Jessie non si ribell. Ud il colonnello domandarle: - Dov'
la sferetta? - e scosse la testa.
- Non  in s, colonnello - disse Gunniston. - Cristo, cos' accaduto
alla bambina?
- Guarda in camera sua. Forse la sferetta  l dentro... ma per l'amor
del cielo, fai attenzione!
- Bene. - Gunniston gir intorno al corpo di Stevie ed entr nella ca-
meretta.
Jessie si sent mancare le gambe. - Chiami un'ambulanza... chiami il
dottor McNeil.
- Lo chiameremo. Si calmi, ora. Su! - L'accompagn in salotto e
l'aiut a sedersi in una poltrona. Jessie vi si lasci cadere, pallida e in-
tontita. - Mi ascolti, dottoressa Hammond - disse Rhodes, con voce
bassa e calma. - Laggi ha preso qualcos'altro, oltre la sferetta?
- No.
- C' qualcosa che non mi ha detto? Ha visto se dentro la pallina c'era
qualcosa?
- No. Niente. Oh, Dio mio... devo chiamare mio marito.
- Resti seduta per qualche minuto. - Le imped di alzarsi, cosa non
troppo difficile, dal momento che Jessie si sentiva i muscoli flaccidi come
spaghetti scotti. - Chi l'ha trovata? E come?
- Tyler Lucas. Vive da quelle parti. Un momento. Un momento. -
C'era una cosa che non gli aveva detto, a pensarci bene. - Secondo Ste-
vie... Stevie ha detto che la sferetta cantava.
- Cantava?
- S. Ma io non ho udito niente. Pensavo... capisce, le conseguenze del-
l'incidente. - Jessie si pass la mano sulla fronte; si sentiva febbricitante,
tutto turbinava e le sfuggiva. Guard in viso Rhodes e le parve impallidito.
- Di cosa si tratta? Non c'era nessun elicottero russo, no? - Lui esit un
secondo di troppo e Jessie sbott: - Me lo dica, maledizione!
- No - rispose subito Rhodes. - Non c'era. Jessie credette di vomita-
re e si premette la fronte, quasi aspettandosi un secondo choc. - La sferet-
ta. Cos'?
- Non lo so. - Rhodes alz la mano, prima che lei protestasse. -
Glielo giuro. Per... - ese i muscoli del viso, come se lottasse contro la
decisione di parlare. Ma, al diavolo i regolamenti, la donna aveva diritto di
sapere. - Credo che si tratti d'un frammento di nave spaziale. Un'astrona-
ve extraterrestre. Quella che  scesa stamattina. Quella che seguivamo.
Jessie lo fiss, ammutolita.
- Nell'atmosfera si  incendiata - prosegu Rhodes. -  comparsa sui
nostri radar e abbiamo calcolato il punto d'impatto. Ma ha deviato verso
Inferno, come se... come se il pilota cercasse di avvicinarsi il pi possibile
al paese, prima di precipitare. La nave andava gi in pezzi. Non  rimasto
molto, solo un mucchio di roba troppo calda per avvicinarsi. Comunque, la
sferetta fa parte della nave... e voglio scoprire esattamente cos' e perch
non  bruciata anch'essa.
Jessie non riusciva a parlare. Ma quella era la verit, glielo lesse in viso.
- Non ha risposto alla domanda di Gunny - disse Rhodes. - La bam-
bina  mentalmente ritardata? Soffre di epilessia? O altro?
O altro, pens Jessie. Che modo diplomatico per chiedere se Stevie era
pazza! - No. Non ha mai avuto... - Si blocc, perch Stevie in quel
momento emergeva dal corridoio, su gambe che parevano di gomma, te-
nendo le braccia penzoloni lungo i fianchi. Mosse lentamente la testa da
una parte, dall'altra, ed entr senza una parola. Jessie si alz, pronta ad af-
ferrarla se fosse caduta di nuovo, ma ora le gambette funzionavano meglio.
Tuttavia Stevie camminava in modo bizzarro... metteva il piede esattamen-
te davanti all'altro, come se fosse sul cornicione d'un grattacielo. Jessie si
alz e Stevie si ferm col piede a mezz'aria.
- Dov' la pallina nera, tesoro? Cosa ne hai fatto?
Stevie la fiss, con la testa inclinata da una parte. Poi, con mossa lenta e
aggraziata, pos il piede e procedette come se scivolasse anzich cammi-
nare. Si accost alla parete e rest ferma l davanti, all'apparenza tutta pre-
sa dal disegno dei raggi di sole sull'intonaco.
- L non c', colonnello - disse Gunniston, entrando in salotto. - Ho
guardato nell'armadio, nel cassettone, sotto il letto, nella scatola dei giocat-
toli, dappertutto. - A disagio, diede un'occhiata alla bambina. - Ah... e
ora che facciamo, signore?
Stevie si gir, col movimento netto e preciso d'una ballerina. Fiss lo
sguardo su Gunniston e ve lo trattenne; poi lo spost su Rhodes, infine su
Jessie. Jessie si sent mancare il cuore; l'espressione della figlia rivelava
solo curiosit clinica, n emozioni n riconoscimento. Come un veterinario
guarderebbe un animale insolito. Stevie ricominci a scivolare via, con le
ginocchia ancora malferme, e si accost a una serie di foto in cornice poste
su un ripiano della libreria. Le guard una alla volta: Jessie e Tom da soli,
il gruppo di famiglia scattato durante una vacanza a Galveston un paio
d'anni prima, Ray e la stessa Stevie a cavallo nella fiera di stato, altre due
foto dei genitori di Tom e di Jessie.
Contrasse le dita, ma non cerc di adoperare le mani. Pass davanti alla
libreria e al televisore, si ferm di nuovo ad osservare una veduta del de-
serto dipinta da Bess Lucas - un quadro che aveva visto centinaia di volte,
pens Jessie - e continu per i pochi passi che la separavano dalla porta fra
salotto e cucina. Si ferm; alz il braccio sinistro, come se lottasse contro
la forza di gravit, e adoper il gomito per tastare l'intelaiatura della porta.
- Non so proprio - rispose finalmente Rhodes. Sembrava senza fiato.
- Giuro che non lo so.
- Lo so io! - grid Jessie. - Mia figlia ha bisogno d'un medico! - Si
mosse verso il telefono. L'ospedale si trovava in un piccolo fabbricato di
pietra bianca a due isolati di distanza e il dottor Earl Lee McNeil - detto
Early, il Mattiniero - era il medico condotto di Inferno da quasi quaran-
t'anni: intrattabile, brontolone, fumava sigari scuri, aveva un fuoristrada
rosso e beveva tequila liscia al Bob Wire Club, ma sapeva il suo mestiere e
avrebbe saputo anche come aiutare Stevie. Jessie prese la cornetta e inizi
a comporre il numero.
Un dito stacc la linea.
- Aspettiamo solo un minuto, dottoressa Hammond - disse Rhodes.
- Va bene? Parliamo...
- Tolga la mano dal telefono. Subito, maledizione!
- Colonnello? - disse Gunniston.
- La prego. - Rhodes afferr la cornetta. - Non coinvolgiamo nessu-
no in questa storia. Almeno per il momento, finch non sapremo con che
cosa abbiamo a che fare...
- Ho detto che chiamo il dottor McNeil! - Jessie era furibonda, sul
punto di scoppiare in lacrime o di prenderlo a schiaffi.
- Si muove di nuovo, colonnello - disse Gunniston; Rhodes e Jessie
interruppero la discussione.
Stevie scivolava verso un'altra parete, su cui il sole disegnava una gri-
glia. Si ferm l davanti e rimase a guardare. Sollev la destra, la gir a-
vanti e indietro, come se non avesse mai visto una mano; agit le dita. Poi
col pollice si tocc il naso sanguinante e per qualche istante fiss il sangue.
Guard di nuovo la parete. Spost avanti la mano e tracci una linea verti-
cale sulla parete beige. Torn a toccarsi il naso e tracci una seconda linea,
a qualche centimetro dalla prima.
Altro sangue. Una linea orizzontale tagli le due verticali.
- Cosa diavolo... - ansim Rhodes, muovendo un passo avanti.
Una seconda linea orizzontale form una precisa griglia sulla parete. Il
pollice sporco di sangue si accost allo spazio centrale e tracci un chiaro,
piccolo zero.
Stevie gir la testa. Guard Rhodes e scivol via dalla parete, posando il
piede esattamente dietro l'altro.
- La penna - disse Rhodes a Gunniston. - Dammi la penna. Presto!
Gunniston gli diede la biro. Rhodes si accost alla parete. Tracci una
croce nel riquadro in basso a destra.
Stevie s'infil nella narice il pollice e tracci uno zero rosso nello spazio
centrale di sinistra.
In penoso silenzio Jessie guard quella partita a tris. Si sentiva ribollire
le viscere e serrava i denti per non urlare. Quella creatura col naso sangui-
nante indossava la pelle di Stevie, ma non era Stevie. Ma allora che cos'era
accaduto a sua figlia? Dov'era la mente di Stevie, la sua voce, la sua ani-
ma? Jessie strinse i pugni e per un attimo credette che l'urlo le sarebbe
sfuggito e che, dopo, l'incubo sarebbe terminato. Trem, pregando che
passasse di colpo, come un brutto attacco di febbre: si sarebbe ritrovata nel
letto e Tom le avrebbe gridato che la colazione era pronta. Dio mio, Dio
mio, Dio mio...
Stevie - o la creatura mascherata da Stevie - imped il tris al colonnello.
Con la mossa seguente, Rhodes imped il tris a Stevie.
La bambina fiss per un momento Rhodes, guard di nuovo la griglia,
poi ancora Rhodes. Incresp il viso, per far funzionare muscoli insoliti.
Sulle labbra rigide e insensibili aleggi un sorriso. Stevie rise... uno sbuffo
d'aria forzato attraverso le corde vocali. Il sorriso divenne pi ampio, fino
a mostrare i denti. Illuminandosi, la faccia parve quasi tornare quella d'una
bambina.
Con prudenza Rhodes ricambi il sorriso e annu. Anche Stevie annu,
con sforzo evidente. Sempre sorridendo, si gir e scivol nel corridoio, con
quella lenta andatura da equilibrista sul cavo teso.
Rhodes aveva le mani sudate. - Bene - disse con voce tesa e rauca -
credo che qui ci sia da fare, no, Gunny?
- Direi di s, signore. - La lustra patina di Gunniston cominciava a
mostrare delle crepe. Il cuore gli rimbombava e le ginocchia gli tremavano,
perch aveva avuto la medesima intuizione del colonnello Rhodes: o la
bambina era completamente partita, oppure non era pi una bambina. E il
perch o il percome d'un simile evento andavano molto al di l della sua
mentalit logica e squadrata.
Udirono una voce... un'esalazione di fiato che formava una voce, un
suono bizzarramente stridulo di vento fra giunchi: - Ahhhhhh. Ahhhhhh.
Ahhhhhh.
Jessie fu la prima ad arrivare nella cameretta di Stevie. Stevie - la non-
Stevie - era ferma davanti al pannello: con la mano indicava i ritagli colo-
rati raffiguranti le lettere dell'alfabeto. - Ahhhhhh. Ahhhhhh - continu,
nel tentativo di riprodurre il suono che ricordava. Il viso si distorse nello
sforzo della pronuncia. Poi: - AhhhhA. A. A. - Il dito indic le lettere
seguenti. - Biiiii. Ciiiii. Diiiii. Eeeeee. Efffff. Giiiii.
- Ci fu un intoppo nella lettera seguente.
- H - disse piano Jessie.
- Chh. Achh. H. - La testa si gir, con aria interrogativa.
Dio mio, pens Jessie. Si afferr allo stipite per non cadere. Un alieno
con la pronuncia del Texas e il corpo di Stevie. Rischi di soffocare per
trattenere un urlo. - Dov' mia figlia? - disse, mandando lampi dagli oc-
chi. - Restituiscimela.
L'essere in sembianze di bambina aspettava, indicando la lettera se-
guente.
- Restituiscimela - ripet Jessie. Si lanci avanti, prima che Rhodes
potesse fermarla. - Restituiscila! - grid. Afferr quel braccio freddo e
gir la creatura, guardandola nel viso che era stato di sua figlia. - Resti-
tuiscila! - Alz la mano e le diede uno schiaffo in pieno viso.
La creatura-Stevie barcoll all'indietro, si pieg quasi sulle ginocchia.
Mantenne la schiena dritta e rigida, ma fece ciondolare la testa da parte a
parte per qualche attimo, come una di quelle buffe bambole di pezza che
annuiscono, appese al parabrezza posteriore delle auto. Batt le palpebre,
accorgendosi forse del dolore; Jessie guard, inorridita, l'impronta della
mano comparsa sulla pelle di Stevie.
Era ancora carne della sua carne, anche se un altro essere vi era strisciato
dentro. Era sempre il viso di sua figlia, il corpo di sua figlia. La non-Stevie
si tocc l'impronta rossa sulla guancia e si gir di nuovo verso le lettere
dell'alfabeto. Indic con insistenza la successiva.
- I - l'aiut il colonnello Rhodes.
- Iyi - disse la creatura. Mosse il dito.
- J. - Rhodes lanci un'occhiata a Gunniston, mentre la creatura ripe-
teva laboriosamente la lettera. - Ha immaginato, credo, che i suoni sono
la base del nostro linguaggio. Cristo, Gunny! In che cosa siamo incappati?
Il capitano scosse la testa. - Preferisco non chiedermelo, signore.
Jessie fiss la nuca di Stevie. I capelli erano gli stessi di sempre, solo
umidi di sudore. E c'erano granelli di... di che cosa? Tolse dai capelli un
frammento di sostanza rosa, simile a zucchero filato. Materiale isolante,
cap. Come mai Stevie aveva nei capelli frammenti di materiale isolante?
Lasci cadere a terra il frammento, con la mente intasata che cominciava a
perdere colpi. Era diventata cerea per lo choc.
- Portala fuori, Gunny - ordin Rhodes. Gunniston spinse Jessie fuori
della cameretta, prima che la donna perdesse i sensi.
- K - continu Rhodes, in risposta al movimento del dito.
- Chh. K - riusc a dire la creatura.
Fuori, due autoarticolati - uno con la gru e l'altro con la scritta ALLIED
VAN LINES - svoltarono da Republica Road e costeggiarono il Preston
Park lungo Cobre Road, diretti alla zona del deserto nella quale una cosa
che un tempo era stata una macchina si era fusa in melma verdazzurra.
12
Ci che muove le ruote
Suon la campanella delle tre. - Lockett e Jurado! - disse Tom Ham-
mond. - Voi due restate seduti. Gli altri possono uscire.
- Ehi, amico! - Nell'aula soffocante Rick Jurado aveva gi calzato il
fedora bianco e si era alzato dal banco nell'angolo in fondo a sinistra. -
Non ho fatto niente!
- Non ho detto che hai fatto qualcosa. Solo di restare seduto.
Altri ragazzi raccoglievano i libri e uscivano. All'improvviso, nel banco
all'angolo in fondo a destra, Cody Lockett si alz. - Al diavolo! Io esco!
- Seduto, Lockett! - Tom si alz dalla cattedra. - Voglio solo parlare
a tutt'e due, nient'altro.
- Pu parlare alla mia parte sud mentre vado a nord - replic Cody. Il
gruppo di Renegades, che gli sedeva intorno, scoppi a ridere. - La le-
zione  finita e io esco - continu Cody. Si diresse alla porta e gli altri lo
seguirono.
Tom gli sbarr la strada. Il ragazzo continu ad avanzare, come se in-
tendesse passare attraverso di lui. Tom rimase al suo posto e si prepar al-
l'urto; Cody si ferm a meno d'un metro. Proprio dietro di lui c'era un ro-
busto ragazzo dell'ultimo anno, novanta chili di muscoli, che portava sem-
pre un ammaccato casco da football dipinto a colori mimetici; si chiamava
Joe Taylor, ma Tom non l'aveva mai sentito chiamare altro che "Tank",
Carrarmato. E in quel momento Tank lo trapassava con lo sguardo d'un
paio d'occhi neri infossati in un viso scavato che solo una madre poteva
amare... una madre fuori di senno, per l'esattezza. Cody disse: - Si sposta
o non si sposta?
Tom esit. Rick Jurado aveva ripreso posto, con un debole sorriso. In-
torno a lui sedevano diversi ragazzi d'origine spagnola e indiana che appar-
tenevano ai Rattlesnakes. Gli altri studenti dell'ultimo anno, che non face-
vano parte di uno dei due "club", erano gi usciti in fretta e Tom era rima-
sto da solo con le belve. Ho cominciato io, si disse, e sar io a finire. Fiss
Cody Lockett nei boriosi occhi grigi. - No - rispose. Cody si mordic-
chi il labbro inferiore. Non riusciva a leggere il viso dell'insegnante, ma
sapeva di non avere fatto niente di male. Negli ultimi tempi. - Non mi
pu pi bocciare - lo sfid. - Ho gi superato gli esami conclusivi.
- Siediti e stammi a sentire. D'accordo?
- Ehi, ascolter io! - disse Rick. Agganci un banco vuoto, lo tir
verso di s e vi pos sopra i piedi, appoggiandosi all'indietro, con le brac-
cia incrociate sul petto. - Lockett non capisce l'inglese, signor Hammond
- disse, calcando deliberatamente sulla cadenza.
- Chiudi il becco, sputo - romb Tank.
Subito diversi Rattlesnakes scattarono in piedi; un ragazzo magrissimo,
dai capelli ricci, che sedeva accanto a Rick, salt su. Portava intorno alla
fronte una fascia rossa e al collo cinque o sei piccoli crocifissi appesi a ca-
tenine. - Vaffanculo, botte di lardo! - grid con voce acuta e stridula.
- A tua madre e tua sorella. - Tank gli mostr il medio proteso.
L'altro quasi si lanci sopra i banchi per scagliarsi contro Tank, che in
peso lo superava di almeno trenta chili... ma Rick mosse di scatto la mano
e lo afferr per il polso. - Calma, calma - disse con voce tranquilla,
senza perdere il sorriso e senza staccare lo sguardo da Cody. - Indietro,
muchachos. Pequin, datti una calmata, amico.
Pequin, il cui vero nome era Pedro Esquimelas, tremava di rabbia, ma si
lasci bloccare. Si sedette brontolando oscenit in spagnolo da marciapie-
de; gli altri Rattlers - fra cui Chris Torrez, Diego Montana e Len Penna
Rossa - rimasero in piedi, pronti per ogni evenienza. Tom ud il disastro
bussare alla porta; se non teneva sotto controllo la situazione, l'aula sareb-
be diventata un campo di battaglia. Ma almeno Pequin si era calmato. Il
ragazzo aveva un caratteraccio che lo portava ad azzuffarsi quasi ogni
giorno; il suo nomignolo era assai ben scelto, perch il pequin  un pepe-
roncino piccante che spingerebbe il diavolo a chiedere un tubetto di Pepto-
Bismol.
- Allora? - domand Tom a Cody.
Il ragazzo scroll le spalle. Nell'armadietto aveva il portacravatte appena
terminato; voleva portarlo a casa e poi lavorare un paio d'ore dal signor
Mendoza; in quanto al resto, non aveva fretta. - Se rimango io, rimango-
no anche loro - disse. Con un cenno indic il proprio entourage, sei 'Ga-
des fra i pi tosti: Will Latham, Mike Frackner, Bobby Clay Clemmons,
Davy Summers e Tank.
- D'accordo. Seduti.
Cody torn pigramente al banco. Gli altri seguirono l'esempio. Tank si
appoggi con la spalla alla parete e prese a pulirsi le unghie, con una clip
raddrizzata.
- Ad aspettare divento vecchio, amigo - annunci Rick.
Tom and alla cattedra e si sedette sul bordo. Dietro di lui, sulla lavagna,
erano segnati i punti principali d'un racconto di Robert E. Howard, con
protagonista Conan, dato da leggere agli alunni in vista di una discussione
sulle leggi di una societ barbarica. Pochissimi l'avevano letto. - Domani
 l'ultimo giorno di scuola - cominci. - Volevo...
- Oh, madre! - gemette Rick, tirandosi il fedora sugli occhi. Pequin
pos sul banco la testa e si mise a russare sonoramente. I 'Gades guardava-
no in gelido silenzio.
Tom aveva la camicia umida, appiccicata alla schiena e alle spalle. Il
ventilatore soffiava solo aria calda. All'improvviso Tank rutt, col rombo
d'un howitzer in azione, e provoc le risate dei 'Gades e il silenzio dei Rat-
tlers. Tom riprov: - Volevo dirvi che... - ma la voce gli manc. Nessu-
no lo guardava. Tutti se ne sbattevano, si erano gi ritirati dietro maschere
di noia. Al diavolo quei maledetti, pens Tom; sarebbe pi facile prendere
al laccio la luna, che costringerli ad ascoltare. Ma intanto si era infuriato...
infuriato con gli alunni per le loro pose da morti di noia, infuriato con l'o-
peraio che avrebbe dovuto aggiustare il condizionatore guasto, infuriato
con se stesso per quella stupidaggine. Sent le pareti chiudersi su di lui e
un rivolo di sudore colargli lungo il collo; l'impulso di rabbia crebbe e si
gonfi, si agit con forza... poi ruppe gli argini e lo invase.
Come prima reazione, Tom prese dalla cattedra un libro di testo, Go-
verni in transizione, e lo scagli con tutta la sua forza in fondo all'aula. Il
libr sbatt contro la parete di fondo, con rumore di fucilata. Pequin alz
di scatto la testa. Rick Jurado scost lentamente dagli occhi il fedora. Tank
smise di pulirsi le unghie e Cody Lockett si fece pi attento.
Tom era diventato tutto rosso. - Ah, questo richiama l'attenzione, eh?
Un rumore forte, un gesto di vandalismo? Muove le ruote?
- Gi - rispose Cody. - Doveva tirare quello stronzo di libro il primo
giorno di lezione.
- Ragazzi duri... e ragazze - disse Tom, con un'occhiata a Maria Na-
varre, seduta con i Rattlers. - Tosti davvero. Lockett, tu e Jurado avete un
mucchio di cose in comune...
Rick sbuff di scherno.
- Un mucchio di cose in comune - ripet Tom. - Ciascuno ha su-
perato l'altro, nel fare il duro e lo stupido, solo per impressionare i perdenti
che in questo momento vi siedono intorno. Ho visto le vostre prove d'esa-
me. So distinguere fra l'incapacit e la mancanza d'impegno. Tutt'e due po-
tevate fare molto meglio, se solo...
- Amico, spreca il fiato! - lo interruppe Cody.
- Pu darsi. - Fiumi di sudore gli colavano dalle ascelle. Doveva con-
tinuare. - So che tutt'e due potevate fare molto meglio. Ma fingete d'esse-
re tonti, o annoiati... o soltanto fottuti. - L'uso dell'ultima parola attir
l'attenzione generale. - Secondo me, siete due vigliacchi.
Segu un lungo silenzio. Lockett e Jurado mantennero un'espressione va-
cua. - Ebbene? - li pungol Tom. - Andiamo! Non posso credere che
due duri come voi non sappiano trovare qualche battuta velenosa...
- Gi, io ho una cosa da dire. - Cody si alz. - Fine della lezione.
- Bene, vattene! Esci pure! Almeno Jurado ha il fegato di stare ad a-
scoltare!
Cody sorrise freddamente. - Lei cammina su di un filo assai sottile,
mister - disse. - Star seduto ad ascoltare le sue stronzate durante le ore
di lezione, ma quando suona la campanella, il tempo  mio. - Scosse la
testa e l'orecchino a forma di teschio mand un luccichio rossastro. - A-
mico, chi si crede di essere? Pensa di avere tutte le risposte e di sputarle?
Mister, di me lei non sa un cazzo!
- So che in classe ascolti, ti piaccia o no che si sappia. E sei molto pi
intelligente di quanto vuoi far...
- Lasci perdere! Lasci solo perdere! Quando sar nei miei panni, potr
farmi la predica. Nel frattempo pu andarsene dritto all'inferno!
- Ci fu un mormorio d'assenso da parte degli altri Renegades.
Qualcuno applaud. Tom guard Rick Jurado, che batteva lentamente le
mani. - Ehi, Lockett! - sfott Rick. - Farai l'attore, amico? Forse vin-
cerai un premio!
- Non ti va? - Il tono di Cody era gelido, ma i suoi occhi mandavano
fiamme. - Sai cosa puoi fare, bastardo.
Rick smise di applaudire. Si era irrigidito, con le gambe pronte a scatta-
re. - Forse lo so, Lockett. Forse verr a dare fuoco alla tua maledetta ca-
sa, come fanno i tuoi con le nostre.
- Basta minacce - disse Tom.
- Oh, che ridere! - replic Cody, beffardo, senza badare a Tom.
- Non abbiamo bruciato nessuna casa. Cristo, le avete bruciate voi, per
darci la colpa!
- Attraversa di notte il ponte, hombre - disse Rick, a bassa voce - e
vedrai che calda accoglienza ti aspetta. - Aveva sulle labbra un ghigno
selvaggio. - Capito, pestamerda?
- Tremo tutto! - rise Cody. A dire il vero, per quanto ne sapeva, non
erano stati i 'Gades a dare fuoco a quelle case di Bordertown.
- E piantatela! - disse Tom. - Perch non lasciate perdere queste
stronzate di bande? I due lo guardarono come se fosse il pi inutile verme
della terra.
- Amico - disse Rick - lei  fuori quadro. Su questo e sulle stronzate
della scuola, pure. - Gli rivolse uno sguardo annoiato. - Almeno io ten-
go duro e basta. Conosco un mucchio di gente che non l'ha fatto.
- E cosa gli  accaduto?
- Alcuni si sono arricchiti spacciando coca. Alcuni ci sono rimasti sec-
chi, anche. - Scroll le spalle. - Alcuni si sono messi in altri rami d'affa-
ri.
- Come lavorare per Mack Cade? Non  un gran futuro. E la galera
nemmeno.
- Ma non strisciano ogni giorno per andare a fare un lavoro che odiano
e non leccano culi per mantenerselo. - Ora Rick si era stufato. Si alz. -
La gente di questo paese ha leccato il culo al vecchio Preston per cinquan-
t'anni. E cos'ha concluso?
Tom apr bocca per rispondere, ma nel suo cervello le rotelle della logica
si bloccarono. Non aveva argomenti con cui replicare.
- Non ha tutte le risposte, eh? - prosegu Rick. - Vede, lei sta in una
bella casa, in una bella via. Non deve ascoltare uno che le dice dove pu e
dove non pu camminare, come un cane col guinzaglio troppo corto. Lei
non sa cosa significa lottare per mantenere ci che si ha o che si spera di
avere.
- Il punto non  questo. Sto parlando della vostra educa...
- Il punto  proprio questo, maledizione! - grid Rick, facendo trasa-
lire Tom e zittendolo. Il ragazzo strinse i pugni, tremando di rabbia, e a-
spett che lo scatto d'ira passasse. -  questo, il punto - ripet, rigido.
- Non la scuola. Non libri scritti da gente gi morta. Non leccare il culo
ogni giorno fino a farci la bocca. Il punto  lottare finch non si ha quel
che si vuole.
- Allora dimmi cosa vuoi.
- Cosa voglio. - Rick sorrise con amarezza. - Voglio rispetto. Vo-
glio camminare in qualsiasi via mi piaccia... anche nella sua via, signor
Hammond. Nel cuore della notte, se mi va, senza che lo sceriffo mi sbatta
contro l'auto. Voglio un futuro senza che qualcuno mi rompa il culo dal-
l'alba al tramonto. Voglio sapere che domani sar meglio di oggi. Sono co-
se che lei mi pu dare?
- Io, no. Puoi dartele da solo. Per prima cosa, non rinunciare al tuo cer-
vello. Se no, perdi tutto, per quanto duro credi di essere.
- Altre belle parole - sfott Rick. - Non significano un cazzo. Be', si
legga pure i libri di gente gi morta. Insegni, se vuole. Ma non finga che
quelle storie abbiano importanza, amico, perch solo questo ha importan-
za! - Alz il pugno, con le nocche segnate da altri scontri. Si gir verso
Cody Lockett. - Tu! Apri le orecchie! Oggi la tua puttana ha fatto male a
uno dei miei. Molto male. E stamattina ho avuto una visita dell'altra putta-
na, quella col distintivo. Ti sei messo d'accordo con Vance? Lo paghi per-
ch ti lasci bruciare le nostre case?
- Sei pazzo. - Cody aveva per lo sceriffo Vance la stessa simpatia che
ha un coyote per un serpente a sonagli.
- Con te ho un debito, Lockett. Per Paco LeGrande - prosegu Rick.
- E se uno dei miei attraversa quel ponte, farai meglio a lasciarlo in pace.
- Se vengono di notte, chiedono d'essere pestati. Saremo felici di ac-
contentarli.
- Amico, non sei il re della zona! - grid Rick. Senza riflettere, af-
ferr il banco che aveva davanti e lo scagli di lato. Subito tutti i Rattlers e
i Renegades scattarono in piedi, separati solo dalla linea immaginaria che
divideva l'aula. - Noi andiamo dove ci piace!
- Ma non al di qua del ponte, di notte - replic Cody. - Non nel ter-
ritorio dei 'Gades.
- Su, piantatela. - Tom avanz fra i due. Era stato davvero un idiota, a
pensare che la sua trovata sortisse qualcosa di buono. - Litigare non ser-
vir a...
- Chiuda il becco! - intervenne Rick, brusco. - Lei non c'entra, in
questa storia, amico! - Continu a fissare con astio Cody. - Vuoi una
guerra? Continua a provocare.
- Ehi! - protest Tom. - Non voglio sentire...
Tank si mosse per lanciarsi contro Rick Jurado, ma Cody lo afferr per il
braccio. Immaginava che i Rattles avessero coltelli, come tutti quelli della
loro razza. E poi, non gli piaceva la parit di forze e inoltre quello non era
n il momento n il luogo. - Grande uomo, grandi chiacchiere - disse.
- Sar il mio stivale a chiacchierare col tuo culo! - minacci Rick;
mantenne la maschera da duro, ma nell'intimo non voleva ancora una resa
dei conti. Non gli piaceva la parit di forze e, comunque, immaginava che
tutti i 'Gades avessero coltelli. Lui lo teneva nell'armadietto e non permet-
teva agli altri Rattlers di portare coltelli a scuola.
- Sistemiamola adesso! - grid Pequin. Rick trattenne l'impulso di
dargli una sberla sul muso. Pequin si divertiva a scatenare risse, ma di rado
le concludeva.
- Dai il via, Jurado - sfid Cody; quasi trasal, quando Tank si mise a
chiocciare come una gallina per stuzzicare i Rattlers.
- Niente risse! - grid Tom, ma sapeva che non l'ascoltavano. - A-
vete sentito? Se vedo casini nel parcheggio, chiamo lo sceriffo! Capito?
- Merda allo sceriffo! - mugghi Bobby Clay Clemmons. - Rom-
peremo il culo anche a lui.
Il momento di tensione perdur. Cody aspettava che i Rattlers facessero
la prima mossa ed era pronto a colpire Jurado al plesso solare; ma Rick ri-
mase immobile come una roccia, in attesa dell'attacco.
Una figura comparve zoppicando nel vano della aporta. Si ferm di col-
po. - Oh! Rosso dice alt!
Cody diede un'occhiata da sopra la spalla, ma, dalla voce acuta e stri-
dula, sapeva gi di chi si trattava. L'uomo sulla soglia portava una sbiadita
uniforme grigia, reggeva uno straccio per pavimenti e spingeva una com-
binazione secchio-strizzatoio. Sui sessanta, aveva la faccia segnata da ru-
ghe profonde e dalle macchie scure dell'et, capelli bianchi tagliati cos
corti da sembrare un sottile strato di sabbia. Sulla tempia sinistra aveva u-
n'inconfondibile intaccatura. La targhetta sulla divisa da bidello diceva
"Sarge".
- Scusi, signor Hammond - disse l'ex sergente. - Non sapevo che
qui ci fosse ancora qualcuno. Verde dice via libera! - Si mosse per an-
darsene, usando con cautela la gamba destra che si piegava al ginocchio
come una fisarmonica.
- No, aspetta - lo chiam Tom. - Andiamo via subito. Dico bene?
- domand a Rick e a Cody.
Si ud solo Pequin far crocchiare le nocche.
Cody prese l'iniziativa. - Se vuoi una lezione, sai dove trovarmi. Quan-
do vuoi, dove vuoi. Ma stai lontano dal territorio dei 'Gades, di notte. -
Senza dare all'altro il tempo di rispondere, gir la schiena e si avvi alla
porta. Tank rimase di guardia, mentre i 'Gades seguivano il capo, poi usc
anche lui.
Rick apr bocca per gridargli una parolaccia, ma si trattenne. Non era il
momento.
Pequin url per lui: - Andate in culo, stronzi!
- Ehi! - "Sarge" Dennison lo guard di storto. - Tua mamma ti lave-
r quella boccaccia lurida! - Gli scocc un'occhiata di rimprovero, poi
tuff nel secchio lo straccio e cominci a pulire il pavimento.
-  stato un vero divertimento, signor Hammond - disse Rick. -
Forse la prossima volta veniamo tutti a casa sua per bibite e pasticcini.
Tom si sforz almeno di sembrare calmo. - Ricorda solo quel che ho
detto. Sei troppo intelligente per gettare via la vita come...
Rick sput sul linoleum. Sarge smise di passare lo straccio, con stupore
e rabbia sacrosanta. - Aspetta solo! - disse. - Scooter ti azzanner le
gambe!
- Sai che fifa. - Tutti sapevano che Sarge era matto, ma Rick lo tro-
vava simpatico. E in un certo senso ammirava il signor Hammond per il
tentativo appena compiuto, ma di sicuro non gli avrebbe dato corda. Le co-
se non andavano a questo modo, ecco tutto. - Cambiamo aria - disse a-
gli altri Rattlers; uscirono dall'aula, parlottando in spagnolo, ridendo e me-
nando colpi agli armadietti per scaricare l'energia nervosa. Nel corridoio,
Rick diede a Pequin uno scapaccione un po' troppo forte per essere solo
scherzoso, ma Pequin sogghign ugualmente, mettendo in mostra un inci-
sivo d'argento.
Tom rimase ad ascoltare il rumore che si allontanava nel corridoio come
un'onda che toccasse una spiaggia lontana. Lui non apparteneva al loro
mondo e si sent incredibilmente stupido. Peggio ancora, si sent vecchio.
Maledizione, che fiasco clamoroso! A momenti scatenava una guerra di
bande!
- Stai buono, piccolo. Se ne sono andati - disse Sarge, lavando il pa-
vimento.
- Prego?
- Parlavo a Scooter - disse Sarge. Con un cenno indic un angolo
vuoto. - Diventa nervoso, in loro presenza.
Tom annu. Sarge riprese a lavorare, concentrato al massimo. Da quel
che Tom sapeva, da giovane "Sarge" Dennison era stato ferito negli ultimi
mesi della seconda guerra mondiale e lo choc l'aveva lasciato col cervello
d'un bambino. Da pi di quindici anni faceva parte del personale addetto
alle pulizie e viveva in una casetta di mattoni cotti al sole, in fondo a Bra-
zos Street, di fronte alla chiesa battista di Inferno. Le dame di carit gli
portavano la cena e lo tenevano d'occhio per evitare che vagasse in pigia-
ma per le vie, ma per il resto era abbastanza autosufficiente. La faccenda di
Scooter, per, era diversa: Sarge t'avrebbe guardato come si guarda un
pazzo, se non ammettevi che un cane, di razza imprecisata, era accucciato
in un angolo vuoto, appollaiato su di una sedia o seduto ai suoi piedi. Certo
che c' Scooter, avrebbe detto Sarge, mettendo in rilievo il fatto che
Scooter era rapido e timido e spesso non voleva farsi vedere, ma che il ci-
bo lasciato alla sera sulla veranda nella sua scodella, all'alba era scompar-
so. Le dame di carit da tempo avevano smesso di dire a Sarge che Scooter
non esisteva, perch il vecchio piangeva facilmente.
- Non sono poi cos duri - disse Sarge, pulendo lo sputo di Jurado. -
Quei ragazzi, cio. Fanno solo scena, tutto qui.
- Pu darsi - rispose Tom. Per non era una consolazione. Tom era
irritato fino al midollo. Erano le tre e un quarto e a quest'ora Ray aspettava
in macchina. Apr il primo cassetto della cattedra e prese le chiavi. Per
chiss quale motivo, pens alle chiavi dell'auto che certo erano ancora da
qualche parte nella casa dei Perez; e si domand se il signor Perez le aves-
se mai prese in mano e soppesate in rapporto alla vita di suo figlio. Sent
passare le rapide correnti del tempo e cap che in quel momento degli av-
voltoi giravano in tondo sopra l'Ardente Gabbia di Matti. Chiuse il casset-
to. - Ci vediamo domani, Sarge - salut.
- Verde dice via libera - rispose Sarge. E Tom usc dall'aula assolata.
13
La casa di Cody
Sulla moto, svoltando in Brazos Street, Cody sent una stretta allo sto-
maco: una reazione istintiva, come l'irrigidimento di muscoli l'attimo pri-
ma di ricevere un pugno. La sua casa non era molto lontano, all'angolo fra
Brazos e Sombra Street. La gomma posteriore sollev polvere dal canale
di scolo e la Cat Lady, con una scopa fra le mani nodose, grid dalla ve-
randa: - Rallenta, microbo!
Cody non riusc a trattenere un sorriso. La Cat Lady, la vedova Stellen-
berg, a quell'ora era sempre sulla veranda a spazzare e, quando Cody pas-
sava a tutta velocit, gridava sempre la stessa frase. Era un loro gioco pri-
vato. La Cat Lady non aveva famiglia, a parte una decina di gatti: si molti-
plicavano cos in fretta che Cody non riusciva a tenere il conto, ma si aggi-
ravano per tutto il quartiere e di notte piangevano come bambini.
Il cuore gli batteva pi forte. Sulla destra la sua casa - assi grigie scolori-
te dalle intemperie, scuri chiusi a ogni finestra - diventava pi vicina. Par-
cheggiato al marciapiede c'era il macinino di suo padre, una vecchia Chevy
marrone scuro con i paraurti arrugginiti e la portiera di destra ammaccata.
L'auto aveva uno strato di polvere e si trovava nell'identica posizione della
mattina, con le gomme di destra sul cordolo. Significava che il vecchio era
andato a piedi a lavorare al Bake Shoppe di Inferno o non c'era andato
proprio. E se era rimasto da solo per tutto il giorno in quella casa soffocan-
te, fra le pareti domestiche covava tempesta.
Cody spinse la moto sul marciapiede, pass davanti alla casa dei Frazier
ed entr nel piccolo giardino. Vi cresceva solo un cespuglio di yucca dalle
foglie acuminate, ma anche quello ormai rinsecchiva. Cody ferm la moto
ai piedi dei gradini di cemento della veranda e spense il motore. L'ultimo
ruggito avrebbe messo sull'avviso il vecchio.
Smont e abbass la lampo del giubbotto di denim; all'interno teneva il
lavoro eseguito nel corso di tecnica manuale. Non era uno dei soliti porta-
cravatte: lungo circa quaranta centimetri, era stato ricavato da un pezzo di
palissandro, sabbiato e lucidato fino ad avere al tatto la consistenza del vel-
luto. Quadratini di plastica bianca, accuratamente verniciati d'argento in
modo da sembrare madreperla, incassati nel legno, formavano un grazioso
disegno a scacchiera. I bordi erano sagomati e smerlati; altri due pezzetti di
palissandro intarsiato trattenevano a incastro il piolo da cui dovevano pen-
zolare le cravatte. Il signor Odeale, l'insegnante di tecnica manuale, aveva
detto che era un lavoro grazioso, ma non capiva come mai Cody ci avesse
messo tanto tempo. Cody non poteva soffrire l'insegnante che da sopra la
spalla lo guardava lavorare; al massimo avrebbe avuto la sufficienza, ma
se ne fregava, purch fosse promosso.
Gli piacevano i piccoli lavori manuali, anche se fingeva che il corso di
tecnica fosse una gran rottura. Come presidente dei 'Gades, da lui ci si a-
spettava che mostrasse un sano disprezzo per quasi ogni cosa, soprattutto
se riguardava la scuola. Ma pareva che le sue mani risolvessero i problemi
prima del cervello: i piccoli lavori di falegnameria per lui erano bazzecole,
come pure gli interventi da meccanico alla stazione di servizio del signor
Mendoza. Cody si era ripromesso di trovare il tempo per mettere a punto il
motore della sua Honda, ma aveva sempre rimandato: un po' come la storia
dei figli del calzolaio che girano scalzi. Comunque, vi avrebbe provveduto
in uno dei prossimi pomeriggi.
Si tolse gli occhialoni e li mise in tasca. Aveva i capelli arruffati e pieni
di polvere. Non voleva salire quegli scalini di cemento tutto crepe e varca-
re la porta d'ingresso; ma era quella, la casa dove viveva.
Entro ed esco, si disse, mettendo il piede sul primo gradino. Entro ed e-
sco.
I cardini della porta a rete cigolarono col lamento d'un gatto scottato.
Cody varc la porta di legno e si trov nella penombra. Il calore catturato
dalla casa gli mozz il fiato e lui lasci aperta la porta interna, in modo che
uscisse almeno in parte. Gi sentiva l'odore aspro di Kentucky Gent, il
bourbon del vecchio.
Un ventilatore elettrico girava nella stanza d'ingresso e smuoveva aria
viziata. Sul tavolo di fronte al divano tutto macchiato c'erano carte da gio-
co, un posacenere pieno di mozziconi e un bicchiere sporco. La porta della
camera da letto del padre era chiusa. Cody si ferm ad aprire due finestre,
poi si diresse alla propria camera, tenendo sottobraccio il portacravatte.
Ma sent che l'altra porta si apriva con un cigolio. Si sent le gambe di
piombo. E poi ud la voce, rauca come il rumore d'una sega svergolata,
minacciosa e confusa. - Cosa vieni dentro di nascosto?
Cody non rispose e and avanti. La voce si alz: - Fermati e rispondi!
Cody si ferm, a testa bassa, e fiss una rosa azzurra del tappeto con-
sunto.
I passi del vecchio fecero scricchiolare il pavimento. L'odore di Ken-
tucky Gent divenne pi forte. Quello, e l'odore corporeo. E il profumo
d'Aqua Velva: il vecchio se la metteva sul viso, sul collo e sotto le ascel-
le... lo chiamava lavarsi. I passi si arrestarono.
- E allora? - prosegu il vecchio. - Non volevi che ti sentissi?
- Ti... ti credevo addormentato - rispose Cody. - Non volevo sve-
gliarti prima di...
- Stronzate e stronzate. Chi t'ha detto di aprire le finestre? Non mi pia-
ce quel maledetto sole qui dentro.
- Fa caldo. Pensavo...
- Sei troppo scemo per pensare. - I passi risuonarono di nuovo. Le
imposte furono sbattute e nella stanza la luce si ridusse a una foschia grigia
e polverosa. - Non mi piace il sole - soggiunse il vecchio. - Fa venire
il cancro della pelle.
In casa c'erano di sicuro 32 gradi. Cody sentiva il sudore colargli da tutte
le parti. I passi vennero di nuovo verso di lui e Cody si sent tirare l'orec-
chino a forma di teschio. Guard in viso il padre.
- Perch non ti metti uno di questi affari anche all'altro orecchio? -
disse Curt Lockett. Aveva occhi d'un grigio torbido, infossati in un nido di
rughe, nel viso quadrato e ossuto. - Cos tutti sapranno che sei un finoc-
chio intero, anzich un mezzo finocchio.
Cody scost la testa e suo padre lo lasci andare. - Sei stato a scuola
oggi? - domand.
- Sissignore.
- Hai preso a calci in culo un illegale oggi?
- Quasi.
- Quasi non basta. - Curt si pass sulle labbra secche il dorso della
mano e and al sof. Le molle cigolarono, quando vi si lasci cadere. Ave-
va lo stesso fisico robusto del figlio, le stesse spalle larghe e fianchi stretti.
Capelli castano scuro, brizzolati e radi in cima, pettinati all'indietro in una
rigida pompadour fissata con la brillantina. I ricci biondi Cody li aveva e-
reditati dalla madre, morta mettendolo al mondo, in un ospedale di Odessa.
Curt Lockett aveva solo quarantadue anni, ma il Kentycky Gent e le lun-
ghe notti al Bob Wire Club l'avevano invecchiato di altri dieci almeno.
Aveva grosse borse sotto gli occhi e profonde rughe ai lati del naso stretto
e regolare. Portava l'abbigliamento preferito: niente scarpe n calzini, jeans
con toppe alle ginocchia, una camicia rosso fiamma con ricami raffiguranti
cowboys che prendevano al laccio vitelli. La camicia, sbottonata, mostrava
il torace stretto e incavato. Curt tolse di tasca un pacchetto di Winston e
col fiammifero si accese una sigaretta. Cody guard la fiammella ondeg-
giare, perch le dita del padre tremavano. - Gli illegali finiranno col
prendersi il mondo - annunci Curt, mentre soffiava una boccata di fu-
mo. - Si prenderanno tutto e vorranno di pi. Non c' modo di fermarli,
se non prendendoli a calci in culo. Non  vero?
Cody tard un secondo di troppo a rispondere. - Non  vero? - ripet
con forza Curt.
- Sissignore. - Cody si avvi alla propria stanza, ma la voce del padre
lo blocc di nuovo.
- Ehi! Non ho detto che potevi andartene. Ti sto parlando, ragazzo.
- Trasse dalla sigaretta un'altra lunga boccata. - Oggi vai a lavorare?
Cody annu.
- Bene. Sono senza sigarette. Credi che quel vecchio illegale te ne dar
una stecca?
- Il signor Mendoza  un tipo a posto. Non come gli altri.
Curt rimase in silenzio. Tolse di bocca la sigaretta e fiss le braci.
- Sono tutti uguali - disse piano. - Tutti. Se la pensi diversamente,
Mendoza ti ha gi fottuto, ragazzo.
- Il signor Mendoza  sempre stato...
- Cos' questa stronzata di signor Mendoza? - Curt lanci al figlio u-
n'occhiata astiosa. Maledetto ragazzo, pens; ha sassi al posto del cervello!
- Io dico che sono tutti uguali, chiuso il discorso. Mi procuri le sigarette o
no?
A testa bassa, Cody scroll le spalle. Ma sentiva lo sguardo del padre e
fu costretto a parlare. - Te le procuro.
- Bene, allora. Siamo a posto. - Rimise all'angolo della bocca la si-
garetta e le braci si ravvivarono mentre aspirava. - Cos' quella roba?
- Quale roba?
- Quella l! - Punt il dito. - Quella che tieni sottobraccio. Che roba
?
- Niente.
- Ancora non sono cieco, ragazzo! Ti ho chiesto che roba .
Lentamente Cody tolse da sottobraccio il portacravatte. Aveva le mani
sudate, il sudore gli colava sul collo, sentiva bisogno d'una boccata d'aria
fresca. Aveva difficolt a guardare il padre, come se gli occhi non riuscis-
sero a sopportarne la vista; e ogni volta che era vicino al vecchio, qualcosa
dentro di lui pareva morta, pesante, pronta a essere seppellita. Ma, qualsia-
si cosa fosse, a volte dava un calcio a sorpresa e i becchini non venivano a
eliminarla. - Un portacravatte - spieg. - L'ho fatto a scuola.
- Piet divina! - Curt mand un fischio, si alz e si mosse verso
Cody, che arretr d'un passo, prima di dominarsi. - Tienilo su, che lo
guardo. - Curt allung la mano e Cody gli lasci toccare il portacravatte.
Dita macchiate di nicotina accarezzarono il palissandro e i quadratini di
finta madreperla. - L'hai fatto tu? Chi t'ha aiutato?
- Nessuno.
- Magnifico lavoro! I bordi sono pi lisci d'una fica gratis! Quanto
tempo ci hai messo?
Cody, non abituato a ricevere complimenti dal vecchio, s'innervos mag-
giormente. - Non so. Un bel po', credo.
- Un portacravatte. - Curt grugn e scosse la testa. - Questa le batte
tutte. Non pensavo che eri capace di fare una roba del genere, ragazzo. Chi
t'ha insegnato?
- Ho imparato. A furia di provare.
- Un bel lavoro, niente da dire. Mi piacciono quei quadratini argentati.
Sembra di lusso, no?
Cody annu. Imbaldanzito dall'interesse del padre, os scavalcare il sol-
co che avevano tracciato fra di loro molto tempo prima, nel corso di notta-
te di grida, di gelidi silenzi, di baruffe da ubriachi, di imprecazioni. - Ti
piace davvero?
- Certo.
Cody lo tese al padre. Gli tremavano le mani. - L'ho fatto per te - dis-
se.
Allibito, Curt Lockett guard il figlio. Mosse lo sguardo spiritato dal
portacravatte al viso del figlio e viceversa. Lentamente allung le mani e
prese il portacravatte; Cody glielo lasci.
- Piet divina - disse Curt, con voce bassa e rispettosa, portandosi al
petto il portacravatte. - Piet divina. Meglio di quelli che si comprano in
negozio, eh?
- Sissignore. - All'improvviso la cosa morta nel profondo di Cody si
agit.
Le dita di Curt giocarono sul legno. Il vecchio aveva le mani segnate e
ruvide di chi, da quando aveva tredici anni, ha scavato fossi, steso tu-
bazioni e costruito muri. Come un bambino cull il portacravatte, torn al
divano, si sedette. - Bellissino - mormor. - Bellissimo. - Ragnatele
di fumo di sigaretta gli velarono il viso.
- Una volta facevo lavori da carpentiere - soggiunse, con lo sguardo
perso nel vuoto. - Tanto tempo fa. Prendevo i lavori che capitavano. Tua
madre mi preparava il sacchetto col pranzo e mi diceva: 'Curt, rendimi or-
gogliosa di te, oggi' e io rispondevo: 'Certo, Treasure'. La chiamavo cos,
tua madre: Treasure, Tesoro. Oh, era una bella ragazza. La guardavi e cre-
devi nei miracoli. Era cos bella... cos bella. Treasure. La chiamavo cos,
tua madre. - Gli luccicavano gli occhi; chin la testa e tenne le mani at-
torno al portacravatte.
Cody ud il padre emettere un singhiozzo soffocato e la cosa dentro di
lui lo scalci al cuore. Aveva gi visto il vecchio versare lacrime d'u-
briachezza, ma stavolta era diverso. Quelle lacrime puzzavano di ferita,
non di whisky. Non sapeva se le avrebbe sopportate. Esit, mosse un passo
verso il vecchio. Il passo seguente fu pi facile e il terzo ancora di pi.
Cody alz la mano per toccare la spalla del vecchio.
Curt era scosso dai tremiti. Ansimava come se soffocasse. Poi a un tratto
sollev la testa e Cody vide che, anche se aveva gli occhi umidi, il vecchio
rideva. La risata divenne pi forte e pi rauca, fino a uscirgli di gola come
ringhio di bestia feroce.
- Sei il pi stupido degli stupidi! - riusc a dire Curt, fra le risa. - Il
pi stupido degli stupidi! Lo sai che non ho cravatte!
La mano tesa si chiuse a pugno. Cody la lasci ricadere lungo il fianco.
- Neppure una! - voci Curt, muovendo indietro la testa e lasciando
uscire la risata che lo soffocava. Le lacrime gli corsero tra le rughe intorno
agli occhi. - Piet divina, che scemo ho allevato!
Cody rimase immobile. Una vena gli puls sulla tempia. Le labbra serra-
te nascosero l'arrotare di denti.
- Perch non mi hai fatto uno sgabello, ragazzo? Un poggiapiedi mi
serviva. Che me ne faccio d'un portacravatte, se non ho cravatte?
Cody lasci che il padre continuasse a ridere ancora per mezzo minuto.
Poi disse, con voce chiara e ferma: - Oggi non sei andato al panificio, ve-
ro?
La risata si blocc col gorgoglio d'uno scarico intasato. Curt toss un
paio di volte, spense la sigaretta sul piano del tavolo, tutto segnato da bru-
ciature. - No. Che ti frega?
- Ti dico io cosa mi frega - rispose Cody. Teneva la schiena rigida e
gli occhi sembravano fori bruciati. - Sono stufo di sopportare la tua indo-
lenza. Sono stufo di lavorare alla stazione di servizio e guardarti pisciare i
soldi nel cesso...
- Attento a come parli! - Curt si alz, stringendo il portacravatte e
mostrando il pugno.
Cody trasal, ma non si ritrasse. Bruciava di rabbia, doveva sfogarsi. -
Mi hai sentito! Non ti copro pi! Non telefono a quel maledetto panificio
per dire che stai troppo male per lavorare! Cristo, lo sanno benissimo che
sei ubriaco! Lo sanno tutti che non vali uno stronzo di cane!
Curt mand un urlo e tir un pugno al figlio, ma Cody era molto pi
svelto di lui. Curt colp l'aria.
- S, prova a colpirmi! - Cody arretr, fuori portata. - Avanti, vec-
chio bastardo! Provaci!
Curt si avvent, inciamp, and a sbattere contro il tavolo. Vociando di
rabbia, fin lungo e disteso, sotto una pioggia di carte da gioco e cenere di
sigaretta.
- Vieni! Vieni! - lo incit Cody, correndo da una finestra all'altra e
spalancando le persiane. La luce del sole, bianca e ardente, invase la stan-
za, mettendo in mostra il tappeto sporco, le pareti crepate, i mobili di se-
conda mano tutti rovinati. Colp il vecchio, che cercava barcollando di
reggersi in piedi al centro della stanza e che si copr gli occhi urlando: -
Fuori! Fuori di casa mia, piccolo bastardo! - Tir a Cody il portacravatte,
che urt la parete e cadde a terra.
Cody non lo guard. - Me ne vado - disse, ansimando, ma con voce
gelida e occhi torbidi come quelli del padre, guardando il vecchio ripararsi
il viso dal sole. - Certo, me ne vado. Ma non ti copro pi. Se perdi il la-
voro, cazzi tuoi.
- Sono un uomo! - grid Curt. - Modera il linguaggio. Sono un uo-
mo!
Ora fu Cody a ridere: una risata amara, ferita. Dentro di lui, il peso di
quella cosa morta era diventato pi forte. - Cerca solo di ricordarlo -
soggiunse. Si gir per uscire.
- Ragazzo! - grid Curt. Cody esit. - Devi essere contento che tua
madre  morta, ragazzo - riboll Curt. - Se fosse viva, ti odierebbe
quanto ti odio io.
Cody usc di scatto; la porta sbatt dietro di lui, come una trappola che
scatti a vuoto. Cody scese di corsa i gradini e aspir l'aria del deserto per
schiarirsi la testa: per un secondo si era sentito come se gli strizzassero il
cervello in una scatoletta e ancora un grammo di pressione l'avrebbe fatto
esplodere.
- Siete impazziti, laggi? - grid dalla veranda Stan Frazier, con la
trippa che gli debordava dalla cintola dei calzoni. - Cosa sono tutte que-
ste grida?
- Vaffanculo! - gli rispose Cody, mostrandogli il medio; mont sulla
Honda e mise in moto. Frazier divenne paonazzo e barcoll gi per gli sca-
lini, con l'intenzione di raggiungerlo; ma Cody acceler con tanta forza che
la ruota anteriore della moto si alz e la gomma posteriore schizz sabbia
tutt'intorno. Attravers il prato e sterz in Brazos Street, lasciando il segno
sull'asfalto.
Dentro casa, Curt si tir in piedi e strinse gli occhi. Barcollando, si af-
frett a chiudere le persiane. Nella penombra si sent meglio: suo padre era
morto con chiazze marroni di cancro della pelle su tutto il viso e sulle
braccia, mentre un cancro pi profondo e pi scuro gli divorava le viscere;
quel ricordo gli tornava negli incubi. - Maledetto ragazzo - borbott. Lo
ripet, in un grido: - Maledetto ragazzo! - Se avesse parlato al suo vec-
chio come Cody parlava a lui, a quest'ora sarebbe stato due metri sotto ter-
ra; a dire il vero, sulla schiena e sulle gambe aveva ancora varie cicatrici,
ricordo delle nerbate meglio riuscite.
And alla porta a rete e sent aleggiare ancora il puzzo dei gas di scarico
della moto di Cody. - Lockett! - Era la voce di Frazier. - Ehi, Lockett!
Voglio parlarti! - Curt chiuse la porta interna e tir il chiavistello. Ora
l'unica luce proveniva dalle fessure delle persiane e il caldo aument. A
Curt piaceva sudare: il sudore elimina i veleni dall'organismo.
Anche nella scarsa luce Curt vide per terra il portacravatte e lo raccolse.
Un'estremit del sottile piolo di legno si era scheggiata e staccata, uno de-
gli spigoli perfettamente intagliati si era rovinato, ma per il resto il porta-
cravatte era a posto. Curt non aveva mai pensato che il ragazzo sapesse fa-
re lavori cos belli. Gli ricordava i suoi, di quando era giovane e duro e a-
veva al fianco Treasure.
Questo accadeva molto tempo prima che Curt sedesse in una sala d'atte-
sa d'ospedale e che un medico dal nome messicano venisse a dirgli che la
moglie aveva dato alla luce un maschietto. Per - e Curt sentiva ancora
sulla spalla la pressione della mano del medico messicano - gli spiaceva
venire nel suo ufficio? C'era un'altra cosa, una cosa molto importante, di
cui bisognava parlare.
Colpa della fragilit di Treasure. Il suo corpo aveva dato tutto al figlio.
Le probabilit erano diecimila contro una, aveva detto il medico messica-
no. A volte il fisico d'una donna  stanco e consumato, al punto che lo
choc della nascita risulta eccessivo. Allora sorgevano complicazioni... ma,
seor, sua moglie l'ha benedetto con il dono di un neonato in perfetta salu-
te. Date le circostanze, potevano morire tutt'e due; per la vita del bambino
doveva rendere grazie a Dio.
C'erano stati documenti da firmare. Curt non sapeva leggere molto bene,
a quello ci aveva sempre pensato Treasure. Cos si era limitato a fingere e
aveva messo uno scarabocchio dove presumeva andasse la firma.
Ora strinse fra le dita il portacravatte e a momenti lo scagli di nuovo
contro la parete. Tipico di Cody. Come poteva crescere bene, un bambino
senza madre? E a che cosa serviva un portacravatte, senza cravatte? Ma
non lo ruppe, perch era un oggetto grazioso. Lo port con s in camera,
dove il letto era disfatto, le lenzuola erano sporche e quattro bottiglie vuote
di Kentucky Gent erano allineate sul cassettone.
Accese la luce e si sedette sul letto. Da terra ricuper la mezza bottiglia
di Kentucky Gent con l'allegro colonnello sull'etichetta e svit il coper-
chio. Pieg il gomito, dischiuse le labbra e sent in gola il sapore della vita.
Si sent meglio, col whisky nello stomaco. Pi forte. Pi lucido di mente.
Poteva di nuovo ragionare; dopo qualche altra sorsata, decise che non a-
vrebbe permesso a Cody di andarsene con tanta boria. Cristo, no! Lui era
un uomo, perdio! Ed era tempo di far abbassare la cresta a quel bamboccio.
Pos lo sguardo sulla fotografia in cornice, sopra il comodino. La foto
era sbiadita dal sole, gualcita, macchiata... non ricordava pi se di whisky
o di caff. Mostrava una ragazza di diciassette anni, con un vestito azzurro
a righe e una folta massa di riccioli biondi e lucenti al sole. Sorrideva e ri-
volgeva il gesto dell'OK a Curt, che con una Istamatic aveva scattato la fo-
to, quattro giorni prima del loro matrimonio. Gi allora il figlio le cresceva
in grembo, pens Curt. Sarebbe vissuta meno di nove mesi. E ancora ades-
so lui non sapeva perch avesse tenuto con s il bambino... sua sorella l'a-
veva aiutato, prima di sposarsi per la terza volta e trasferirsi in Arizona. Il
bambino era una parte di Treasure e forse proprio per questo lui aveva de-
ciso di allevare Cody. Avevano gi scelto il nome, se il figlio fosse stato
maschio.
Pass il dito sui capelli indorati dal sole. - Non  giusto - disse piano.
- Non  giusto che a invecchiare sia rimasto io.
Una sorsata dopo l'altra, svuot la mezza bottiglia. Nelle viscere il bru-
ciore gli pulsava, simile al cuore d'un vulcano che esigesse altri sacrifici.
Quando cap che la bottiglia era vuota, ricord d'averne un'altra, sullo scaf-
fale dell'armadio. Si alz, barcoll fino all'armadio e allung la mano per
cercare la bottiglia, frugando a tentoni fra vecchie camicie, calzini e un
paio di cappelli da cowboy. L'aveva nascosta perch temeva che il male-
detto ragazzo versasse il whisky nel lavandino, appena lui gli girava le
spalle.
Fu costretto ad alzarsi sulla punta dei piedi, prima di sentire sotto le dita
la forma ben nota della bottiglia. - Ah, ti ho trovata! - borbott. La tolse
dal nascondiglio, facendo cadere una cintura di pelle, una logora camicia
azzurra e un altro oggetto che gli fin ai piedi.
Curt perdette di colpo il sorriso.
Era una cravatta, bianca a cerchietti rossi e blu.
- Piet divina - mormor.
Sulle prime non riusc a situarla. Poi gli parve di ricordare d'averla com-
prata quando i ragazzi della sicurezza federale avevano fatto il sopralluogo
alla miniera di rame e lui era aiuto caposquadra al reparto di carico sui va-
goni ferroviari. Tanto tempo fa, prima che un messicano gli fregasse il po-
sto. Curt si chin a raccogliere la cravatta, barcoll, perdette l'equilibrio e
cadde per terra, sul fianco. Nell'altra mano, si accorse, stringeva ancora il
portacravatte; con cautela pos a terra la bottiglia di Kentucky Gent, si
raddrizz e raccolse la cravatta. Ne usc una zaffata stantia di brillantina.
Fu costretto a concentrarsi, per tenere ferma la mano; appese la cravatta
al piolo di legno del portacravatte. Era davvero graziosa, contro il legno
lucido e gli intarsi argentei. Fu percorso da un brivido d'eccitazione: vole-
va che Cody vedesse. Il ragazzo era nell'altra stanza, l'aveva udito entrare
solo un momento prima, quando i cardini della porta a rete avevano cigola-
to. - Cody! - grid, cercando di tirarsi in piedi. Alla fine riusc ad alzar-
si e barcoll fino alla porta della camera da letto. - Cody, guarda qua!
Guarda cosa ho...
Quasi cadde, varcando la porta. Ma Cody non era nell'altra stanza e l'u-
nico rumore era il borbottio pigro del ventilatore. - Cody? - chiam
Curt, con la cravatta che penzolava dal portacravatte. Non ebbe risposta.
Con dita intorpidite si strofin la tempia. Ricordava d'avere litigato con
Cody. Il giorno prima, no? Oh, Cristo, si disse, in preda al panico; sar
meglio andare al panificio, prima che il signor Nolan mi scortichi vivo!
Ma si sentiva stanchissimo e non si reggeva sulle gambe, forse si era bec-
cato l'influenza. Perdere un giorno al panificio non avrebbe fatto male a
nessuno; focacce, torte e panini sarebbero stati infornati, sia che lui fosse o
non fosse presente; e, comunque, non c'era molto lavoro.
Cody mi coprir, decise Curt. L'aveva sempre fatto. Era un bravo fi-
gliolo.
Che sete, si disse; muoio di sete! Cullando contro il petto il portacravatte
con quell'unica, brutta cravatta, torn a passo malfermo in camera da letto,
dove il tempo si ripieg su se stesso e l'allegro colonnello ebbe il soprav-
vento.
14
Il desiderio di Daufin
- Cosa significa,  cambiata? - Tom batt le palpebre, smarrito.
Guard Jessie, appoggiata allo stipite, con le braccia incrociate e le mani
sui gomiti. La donna, rabbuiata e pensierosa, fissava un punto del pavi-
mento. - Jessie, di cosa sta parlando?
- Non mi riferisco a cambiamenti fisici - spieg Matt Rhodes. Cerc
di usare un tono calmo e confortante, ma non era sicuro di riuscirci, dal
momento che le sue stesse viscere gli sembravano un intrico di nodi dolo-
rosi. Aveva accostato una poltrona a un metro dal divano su cui sedeva
Tom Hammond e si era accomodato di fronte a lui. Ray, sorpreso quanto il
padre nel trovare in casa due ufficiali dell'aviazione, sedeva in una poltro-
na pi a sinistra. La luce del sole disegnava strisce bianche sulle pareti del
salotto. - Fisicamente,  sempre la stessa - prosegu Rhodes, con enfasi.
- Solo... be', c' stato un cambiamento mentale.
- Un cambiamento mentale - ripet Tom; le parole pesavano come
pietre.
- L'oggetto che stamattina ha sorvolato il camioncino di sua moglie
- disse Rhodes - pu provenire da qualsiasi punto dello spazio ester-
no. Sappiamo solo che  penetrato nell'atmosfera, si  incendiato ed  pre-
cipitato. Ora, bisogna trovare l'altra cosa che ne  uscita... la sferetta nera.
Il capitano Gunniston e io abbiamo frugato a fondo la casa, abbiamo guar-
dato in tutti i posti a portata d'una bambina; ma, quando siamo arrivati, sua
figlia era a malapena in grado di strisciare. Non riusciamo a immaginare
dove l'abbia messa. La bambina aveva ancora la sferetta, quando la signora
Hammond ha telefonato qui, verso le dieci e mezzo.
Tom chiuse gli occhi, perch la testa gli girava. Quando li riapr, il co-
lonnello non era scomparso. - Questa sferetta. Cos'?
- Non sappiamo neanche questo. Come le ho detto, pare che sua figlia
sentisse provenire dalla sferetta qualcosa che nessuno udiva... un canto,
l'ha definito. Potrebbe essere un richiamo uditivo, forse sintonizzato in
qualche modo sulle onde cerebrali della bambina; come ho detto, non sap-
piamo niente, ma il capitano Gunniston e io conveniamo che... - Esit,
cercando il modo migliore d'esprimersi. L'unica soluzione era la franchez-
za. - Tutt'e due riteniamo che ci sia stato un transfert mentale.
Tom si limit a fissarlo.
- Un transfert mentale - ripet Rhodes. - Sua figlia... non  quel che
sembra. Ha sempre l'aspetto d'una bambina, ma non lo . La creatura che
in questo momento si trova nel suo salotto, signor Hammond, non  uma-
na.
- Oh - disse piano Tom, come se gli avessero tolto il fiato.
- Riteniamo che il transfert sia stato causato dalla sferetta nera. Perch
sia accaduto, o come sia accaduto, non lo sappiamo. Abbiamo a che fare
con cose assai bizzarre... e mi sembra la dichiarazione dell'anno. - Sorri-
se, teso. L'espressione di Tom rimase vacua. - C' un motivo, per la mia
presenza qui - prosegu il colonnello. - Quando l'oggetto ha iniziato la
discesa e il computer ha verificato che non si trattava di una meteorite n
di un satellite difettoso, ho ricevuto un incarico speciale. Da pi di sei anni
lavoro nell'ambito del progetto Bluebook... indagini sugli avvistamenti di
UFO, interviste ai testimoni, esame dei luoghi degli "incontri ravvicinati"
in tutta la nazione. Quindi ho esperienza dei fenomeni UFO.
Tom si tolse gli occhiali, pul nella camicia le lenti. Gli pareva assai im-
portante che fossero pulite. Jessie era sempre persa nei suoi pensieri, ma
Ray all'improvviso usc dalla propria trance e disse: - Allora... lei ha vi-
sto un vero disco volante? Giunto da un altro pianeta?
- S, l'ho visto - rispose Rhodes, senza esitare. Questo incidente a-
vrebbe scritto un capitolo nuovo nel manuale delle procedure di sicurezza,
quindi tanto valeva raccontare la verit. - Nel novanta per cento dei casi,
gli avvistamenti riguardano frammenti di meteoriti, fulmini globulari, bur-
le, cose del genere. Ma un VET, un veicolo extraterrestre, precipit nel
Vermont, tre anni fa. Abbiamo campioni metallici e parti di corpi alieni.
Un altro precipit nella Georgia, l'estate scorsa... ma era di concezione to-
talmente diversa e il pilota era una forma di vita differente. - Aveva rive-
lato, si accorse, segreti di livello nazionale a un ragazzo con una cresta di
capelli arancione! Ma Ray stava attento, interessatissimo, mentre Tom era
mentalmente partito e puliva ancora le lenti. - Perci, considerati tutti gli
avvistamenti di VET di forma diversa, abbiamo concluso che la Terra sia
nei pressi di... be', di una superstrada spaziale. Una sorta di corridoio fra
due diverse parti della galassia. Alcuni VET, come le nostre automobili, si
guastano, sono risucchiati nell'atmosfera terrestre e precipitano.
- Uau - mormor Ray, a occhi sgranati.
Rivelare senza autorizzazione queste notizie significava passare la vita
in galera, si disse Rhodes; ma le circostanze richiedevano una spiegazione
e poi nessuno credeva a storie del genere, a meno d'avere avuto di persona
un incontro ravvicinato. Il colonnello torn a guardare Tom. - La mia
squadra ripulisce il punto dell'atterraggio. Per mezzanotte avremo termina-
to e potremo andarcene. E io... io dovr portare con me la creatura.
-  mia figlia - protest Jessie, con voce debole che riprese subito
forza. - Non  una creatura!
Rhodes sospir: ne avevano gi parlato e riparlato. - Non abbiamo altra
scelta, se non portarla alla base di Webb e da l al laboratorio di ricerca in
Virginia. Non possiamo assolutamente lasciare libera una creatura come
questa. Non sappiamo quali intenzioni abbia, ignoriamo tutto della sua bio-
logia, della sua chimica, della sua...
- Psicologia - termin Tom per lui. Con dita tremanti si rimise gli oc-
chiali. Aveva ripreso a ragionare, anche se ogni cosa gli pareva ancora
confusa come in un sogno.
- Infatti. Per il momento non si  mostrata minacciosa, ma non si sa
mai cosa pu accadere.
- Roba da sballo! - disse Ray. - Mia sorella l'alieno!
- Ray! - sbott Jessie e il sorriso del ragazzo svan. - Colonnello
Rhodes, non intendiamo lasciarle prendere Stevie. - La voce le manc.
-  sempre nostra figlia.
- Ha l'aspetto di vostra figlia.
- D'accordo. Quel che c' in lei potrebbe andarsene! Se il suo corpo
non ha subito danni, allora la mente potrebbe tornarle...
- Colonnello! - Nel vano della porta tra il soggiorno e il salotto com-
parve Gunniston, pi pallido di prima. Pareva proprio quel che era: un ra-
gazzo di ventitr anni, in divisa dell'aviazione, spaventato a morte. -  ar-
rivata all'ultimo volume.
- Ne parleremo dopo - disse Rhodes a Jessie. Si alz e and in fretta
nel salotto, con Ray alle calcagna. Tom circond col braccio le spalle della
moglie e insieme li seguirono.
Ma, varcata la porta, Tom si blocc come se l'avessero colpito. Ray ri-
mase a guardare a bocca aperta.
Nella stanza erano sparpagliati i volumi della loro enciclopedia. Anche il
Webster's Dictionary, l'Atlante mondiale, il Roget's Thesaurus e altri libri
di consultazione erano sparsi per terra. Stevie, seduta in mezzo a tutta
quella confusione, reggeva tra le mani il volume WXYZ della Britannica.
Seduta sui talloni, china in avanti, pareva un uccello. Sotto gli occhi di
Tom, apr il volume e si mise a girare le pagine, al ritmo di una ogni due
secondi.
- Ha gi terminato il dizionario e il Roget - disse Rhodes. Per quanto
aliena, sembrava proprio una bimbetta in jeans e T-shirt. I suoi occhi non
erano pi privi di vita: scintillavano, concentrati sulle pagine. - Sono ba-
stati trenta minuti perch capisse il nostro alfabeto. Dopo, ha aperto la cac-
cia nella vostra libreria.
- Dio mio... stamattina sapeva appena leggere - disse Tom. - Voglio
dire... non ha ancora fatto la prima!
- Stamattina, appunto. Mi sa che ormai  pronta per l'universit. Le pa-
gine continuavano a girare. Si ud uno sgocciolio e Tom vide del liquido
inzuppare il tappeto sotto la figlia.
- Evidentemente il corpo continua le normali funzioni - disse Rhodes.
- Almeno sappiamo che una porzione del cervello umano  ancora all'o-
pera, per quanto solo a livello inconscio.
Jessie afferr strettamente per il braccio il marito: l'aveva visto vacillare
e temeva che crollasse lungo e disteso. Stevie era ancora totalmente assorta
nel libro e girava le pagine con velocit maggiore di prima.
- Ha ingranato la quinta! - disse Ray. Avanz d'un passo, ma il co-
lonnello lo prese per la camicia e gli imped di accostarsi.
- Ehi, Stevie! - disse il ragazzo. - Sono io, Ray! La bambina alz la
testa. La gir verso di lui. Lo fiss, con sguardo incuriosito e penetrante.
- Ray! - ripet il fratello. Si tocc il petto. Lei pieg la testa. Batt
lentamente le palpebre. Poi disse: - Ray - e si tocc il petto. Riprese a
leggere.
- Be', forse non  pronta per l'universit, ma impara - disse Rhodes.
Tom guard i libri sparsi in giro. - Se... se davvero non  pi Stevie...
se  una creatura diversa, come mai conosce i libri?
- Li ha trovati e avr capito a cosa servono - disse Jessie. - Imparato
l'alfabeto, ha girato per la casa esaminando ogni cosa. Una lampadina l'ha
affascinata. E lo specchio... continuava a cercare d'infilarci la mano. - Si
rese conto di parlare con tono distaccato, come Rhodes. - Ma  sempre
nostra figlia! - Per, guardandola girare le pagine dell'enciclopedia, cap
che Stevie... e cosa la rendeva Stevie? La mente? L'anima?... era chiss
dove, ma non nel corpo accovacciato davanti a loro, che assorbiva dati so-
pra una pozza d'orina.
Arrivata all'ultima pagina, la bambina chiuse il volume e lo mise da par-
te, con cura, quasi con riverenza. Ora Tom cap sul serio che quella creatu-
ra non era Stevie: la loro figlia le cose le gettava, non le posava con cura.
La creatura si alz, con movimento fluido e controllato, non pi incerto,
come se si fosse abituata alla gravit. Guard i cinque che la fissavano e li
esamin attentamente in viso. Sollev le mani e le studi, paragonandole a
quelle degli altri. Si interess in particolare agli occhiali di Tom e di Ray;
si tocc il viso, come se s'aspettasse di trovarne un paio anche l.
- Ha in testa l'alfabeto, due dizionari, un atlante, un'enciclopedia -
disse piano Rhodes. - Cerca d'imparare il pi possibile su di noi. - La
creatura osserv i movimenti delle labbra e si tocc le proprie. - Questo
momento  buono quanto un altro, no? - prosegu Rhodes. Avanz di un
passo, ma si ferm, per non avvicinarsi troppo e spaventarla. - Il tuo no-
me - disse, cercando di pronunciare le parole nel modo pi chiaro possi-
bile. - Qual  il tuo nome?
- Il tuo nome - rispose lei. - Qual  il tuo nome?
- Il tuo nome. - Rhodes punt su di lei il dito. - Il tuo.
Lei parve riflettere, fissandolo. Lanci un'occhiata a Ray e lo indic.
- Ray - disse.
- Uau! - esclam il ragazzo. - Un alieno sa come mi chiamo!
- Sst! - Jessie gli diede un pizzicotto al braccio.
Rhodes annu. - Giusto. Lui si chiama Ray. Qual  il tuo nome?
La creatura si gir e con passo aggraziato scivol nel corridoio. Si fer-
m, torn a girarsi verso di loro. - Nome - disse. Percorse il corridoio.
Jessie si sent balzare il cuore. - Vuole che la seguiamo, credo.
La seguirono. La creatura aspettava nella cameretta di Stevie. Col brac-
cio sollevato, indicava qualcosa.
- Il tuo nome - ripet Rhodes, senza capire. - Come ti chiami.
Lei rispose: - Dau-fin.
E tutti videro che il dito indicava la fotografia del delfino, appesa sul
pannello di Stevie.
- Sballo triplo! - esclam Ray. -  Flipper!
- Dau-fin. - ripet la creatura, con inflessione infantile. Allung la
mano, sfior la fotografia, mosse le dita sull'acqua turchese. - Dau-fin.
Rhodes non era sicuro che indicasse proprio il delfino o l'oceano. In ogni
caso, era certo che la creatura davanti a loro era molto pi d'un delfino in
pelle umana. Con lo sguardo la bambina gli chiese se aveva capito e lui
annu. Le piccole dita si trattennero per qualche secondo sulla foto, fecero
un movimento ondulatorio. Poi la creatura spost l'attenzione su di un'altra
foto e Rhodes la vide trasalire.
- Stin-ger - disse la creatura, come se sentisse in bocca un sapore
nauseante. Tocc lo scorpione, ritrasse in fretta le dita, quasi per paura
d'essere punta.
-  solo una foto - disse Rhodes, dandovi un colpetto. - Non  reale.
Lei l'esamin ancora per un momento... poi tolse gli spilli colorati che la
fissavano al pannello di sughero e la guard da vicino; mosse le dita lungo
la coda segmentata dello scorpione. Alla fine cominci a piegare la foto,
dandole una forma diversa.
Jessie strinse la mano di Tom. Guard Stevie - o Daufin, o quel che era -
piegare e ripiegare la foto, con dita ora rapide e abili. La creatura impieg
solo qualche secondo a costruire una piramide di carta; la fece girare e la
piramide vol per la stanza e rimbalz contro la parete.
Gunniston la raccolse. Era il pi assurdo aeroplano di carta che avesse
mai visto.
La creatura si gir in modo da averli tutti di fronte. C'era aspettativa, nei
suoi occhi, e un'aria interrogativa, ma nessuno sapeva quale fosse la do-
manda.
La creatura mosse un passo verso Jessie, che si ritrasse. Ray indietreggi
contro la parete.
Daufin sollev la mano, se la pose sul petto. - Tua - disse.
Jessie cap che cosa chiedeva la creatura. - S. Mia figlia. Nostra figlia.
- Serr le dita, rischiando di stritolare quelle di Tom.
- Fi-glia - ripet con cura Daufin. - Pro-ge-nie fem-mi-ni-le degli
es-se-ri u-ma-ni.
- La definizione del Webster - mormor Gunniston. - Sapr cosa si-
gnifica?
- Zitto! - gli disse Rhodes. Daufin and alla finestra, col mento al-
zato. Rimase in quella posizione per pi d'un minuto. Pareva incantata alla
vista della fetta di cielo azzurro tra le persiane. Jessie riusc a sbloccare le
gambe: and alla finestra e sollev la tapparella. La luce del pomeriggio
aveva una sfumatura dorata e il cielo sereno era d'un vivido azzurro.
Daufin rimase a guardare intensamente. Allung le mani e si alz in
punta di piedi, tutta tesa verso il cielo. Il suo viso ebbe un cambiamento,
non fu pi una maschera vuota e inespressiva. Mostrava desiderio, un mi-
sto di gioia e di tristezza, che superava la comprensione di Jessie. A un
tratto il viso fu quello di Stevie, con la sua innocenza e la sua fresca curio-
sit; e nello stesso tempo fu un viso antico... il viso, forse, d'una vecchia,
sciupato dalle preoccupazioni, perso nel sogno di quel che sarebbe potuto
essere.
Le manine si tesero verso il vetro, ma Stevie era troppo piccola per arri-
varci. Daufin sbuff d'impazienza, scivol davanti a Jessie, trascin sotto
la finestra la sedia posta dietro il tavolino di Stevie; sal sulla sedia, si
sporse verso la finestra e con la fronte urt il vetro. Sond la barriera invi-
sibile, muovendo le dita come falene che cerchino di varcare una porta a
rete. Alla fine, abbass le braccia e le lasci penzolare lungo i fianchi.
- Io... - disse. - Io... de-si-de-ro...
- Cosa dice? - domand Gunniston. Rhodes si port il dito alle lab-
bra.
- Io de-si-de-ro... - Daufin gir la testa e i suoi occhi (che velavano
qualcosa d'antico, qualcosa di terribilmente bisognoso) trovarono quelli di
Jessie. - Io de-si-de-ro pe-ro-ra-re le tue o-rec-chie.
Nessuno parl. Daufin batt le palpebre, attese una risposta.
- Vuole che la portiamo dal nostro capo - disse Ray. Tom gli diede
una gomitata.
Daufin riprov. - Far vi-bra-re il tuo tim-pa-no.
Jessie credette di capire. - Vuoi dire... parlarci?
Daufin corrug la fronte, rimuginando le parole appena udite. Emise un
lieve trillo curiosamente musicale e scese dalla sedia. Pass davanti a Jes-
sie e usc dalla stanza. Subito Rhodes e Gunniston la seguirono.
Quando Jessie, Tom e Ray entrarono nel salottino, videro Daufin acco-
vacciata per terra, intenta a rileggere da cima a fondo il dizionario.
15
Karma oscuro
Mentre Daufin cercava d'imparare le sfumature della lingua, in un box
della stazione di servizio del signor Mendoza Cody Lockett azionava il
ponte idraulico per sollevare una Ford alla quale andavano cambiati i tam-
buri dei freni. Indossava un paio di logori jeans sbiaditi e una maglietta da
lavoro verde oliva col suo nome sotto la stella della Texaco; aveva le mani
e la faccia sporche di grasso e si rendeva conto d'essere molto diverso dai
meccanci tirati a lucido della pubblicit televisiva, ma a stare puliti non si
faceva il lavoro. Nell'ultima ora aveva cambiato l'olio a due auto, candele e
puntine a una terza. L'officina era il suo territorio: gli utensili, appesi in
bell'ordine alle pareti, brillavano come strumenti chirurgici; una rastrelliera
di pneumatici mandava odore di gomma nuova; un assortimento di cavi,
cinghie di radiatore e manichette, pendeva dalle travi metalliche del soffit-
to. La porta del box era sollevata e un grande ventilatore faceva circolare
l'aria, ma il caldo era intenso ugualmente, dove le cromature riflettevano il
sole e i motori erano accesi di continuo.
Cody sollev il ponte al punto giusto e lo blocc. Inser nella presa la pi-
stola elettrica per svitare bulloni e inizi a smontare le ruote. Lavorare in
officina lo aiutava a dimenticare il vecchio. Quel giorno c'era di che tener-
lo pi che occupato - compresa la rimozione del motore rovinato di quel
camioncino verdemare nel box accanto - e a una certa ora del pomeriggio
voleva trovare il tempo per armeggiare col carburatore della sua moto ed
eliminarne i capricci.
Suon la campanella, indicando che un'auto si era fermata alle pompe
esterne; ai clienti avrebbe badato il signor Mendoza. Sonny Crowfield se
n'era andato poco prima che Cody arrivasse al lavoro... ed era un bene,
perch Cody non lo poteva soffrire: secondo lui, Crowfield era un mezzo-
sangue pazzo e un Rattler fatto e finito, che continuava a dire stronzate su
come un giorno avrebbe preso a calci Jurado e sarebbe diventato presiden-
te. Da quel che Cody sentiva dire, perfino i Rattlers non davano molta cor-
da a Crowfield, che viveva al limitare del cimitero d'auto, tutto solo con la
sua collezione di scheletri d'animale... e nessuno sapeva n dove n come
se li procurava.
Suon un clacson. Cody alz gli occhi dal lavoro.
Davanti alle colonnine era ferma una Mercedes cabriolet blu metal-
lizzato, lucida come uno specchio. L'uomo al volante portava occhiali da
sole e un panama di paglia. Sollev la mano, coperta da un mezzo guanto
in pelle marrone e con un gesto chiam Cody. Nel sedile accanto a lui c'era
un dobermann; un secondo se ne stava accucciato sul sedile posteriore.
Mendoza usc dall'ufficio a gir intorno all'auto per parlare all'uomo al
volante. Cody riprese il lavoro... ma il clacson della Mercedes suon con
impazienza una serie di colpi brevi.
Mack Cade era insistente come una zecca. Cody sapeva che cosa voleva.
Il clacson suon di nuovo, anche se Mendoza era fermo accanto al finestri-
no e cercava di spiegare che Cody aveva un lavoro da fare. Mack Cade non
lo degnava d'attenzione. - Merda! - disse Cody tra s; mise da parte la
pistola ad aria compressa e si pul le mani in uno straccio, prendendosela
comoda; poi usc nel sole accecante.
- Fammi il pieno, Cody! - disse Mack Cade. - Sai quanto beve.
- Cody, hai da fare in officina! - protest il signor Mendoza, in un
tentativo di coprire il ragazzo... perch anche lui sapeva qual era il gioco di
Cade. - Lascia perdere le pompe! - Mendoza aveva occhi neri e impau-
riti; con i capelli brizzolati e i baffi ispidi pareva proprio un vecchio
grizzly pronto per l'ultimo scontro a colpi di zanna e d'artiglio; se non ci
fossero stati quei maledetti cani, forse avrebbe tirato Cade gi dalla mac-
china e l'avrebbe riempito di botte.
- Ehi, sono schizzinoso su chi tocca la mia macchina - disse Cade,
con una cantilena liscia come seta; era abituato a essere ubbidito. Sorrise a
Mendoza, mettendo in mostra una fila di denti bianchi e piccoli che risal-
tavano nel viso assai abbronzato. - Qui intorno ci sono cattive vibrazioni,
amico. Hai davvero un karma oscuro.
- Non m'interessano i tuoi affari n le tue stronzate! - replic Mendo-
za, alzando la voce: Typhoid, il cane seduto davanti, s'irrigid e mand un
ringhio. Il cane sul sedile posteriore, Lockjaw, guatava, immobile, con l'u-
nico orecchio appiattito contro il cranio; la mancanza d'un orecchio a Lo-
ckjaw e la maggiore larghezza di spalla di Typhoid erano le uniche diffe-
renze fra i due animali.
- Ne sei sicuro? Posso far venire i miei camion di benzina, se vuoi.
- Gi, forse sarebbe addirittura me...
- Basta! - lo interruppe Cody. - Non  il mio cane da guardia. So
badare a me stesso. - And alla colonnina del diesel, stacc la pompa e
azzer il contatore.
- Diamo un'opportunit alla pace, Mendoza - disse Cade, mentre
Cody iniziava a fare il pieno. - D'accordo?
Mendoza sbuff con rabbia e lanci un'occhiata a Cody; con un cenno il
ragazzo gli indic che tutto era sotto controllo. - Sono in ufficio - gli
disse Mendoza. - Non lasciarti insultare da lui, capito? - Gir sui tacchi
e si allontan. Cade alz il volume del mangianastri. La voce rauca di Tina
Turner tuon Better be good to me!
- Pulisci anche il parabrezza - disse Cade, appena Mendoza fu in uf-
ficio.
Cody si mise al lavoro col tergivetro manuale; nelle lenti opache degli
occhiali da sole di Cade vedeva la propria immagine distorta. Il panama di
Cade era trattenuto da un cinghiolo di pelle; l'uomo indossava una camicia
a maniche corte, color sangra, e jeans in tinta. Intorno al collo gli ciondo-
lavano alcune catenine d'oro: a una era appeso il simbolo della pace; a u-
n'altra, uno di quei lingottini d'oro con parole straniere. Al polso sinistro
aveva un Rolex con diamanti incastonati nel quadrante e al destro un brac-
ciale d'oro con inciso "Mack". Tutt'e due i dobermann fissavano Cody,
mentre il tergivetro andava su e gi sul parabrezza.
Cade abbass il volume. - Hai sentito parlare della meteorite, penso.
Eccezionale, eh?
Cody non rispose. Certo, aveva visto l'elicottero posarsi nel Preston
Park, ma aveva saputo che cosa c'era in ballo solo quando il signor Men-
doza gliene aveva parlato. Se il signor Hammond avesse saputo che il ca-
mioncino di sua moglie era stato sfiorato da una meteorite, riflett Cody, di
sicuro non avrebbe perso tempo a scuola, dopo la fine delle lezioni.
- Gi. Dicono pure che la meteorite scotta.  radioattiva. Dovrebbe es-
sere un segreto, ma l'ho sentito dalla Balena, al Brandin' Iron. Lei l'ha sa-
puto dal vicesceriffo. Secondo me, un po' di radiazioni potrebbe ravvivare
il maledetto paese, eh?
Cody si concentr nel togliere dal parabrezza le interiora di una falena
spiaccicata.
- Sento altre vibrazioni maligne, Cody. Oggi qui intorno c' davvero un
velo funereo, amico.
- Lei sta comprando benzina, non conversazione.
- Ehi! Faccia di pietra parla! - Cade gratt la testa di Typhoid e guar-
d il ragazzo lavorare. Aveva trentatr anni e un viso liscio da angioletto...
ma, dietro le lenti, gli occhi erano d'un azzurro gelido, pieni di scaltrezza.
Cody li aveva gi visti: gli ricordavano l'acciaio azzurrino delle trappole
per conigli. Sotto il panama, i capelli di Cade erano biondi e radi, pettinati
all'indietro sulla fronte spaziosa e priva di rughe. Due brillantini gli lucci-
cavano nel lobo sinistro. - Domani  l'ultimo giorno di scuola - disse
Cade; aveva lasciato perdere la cantilena. - Un gran giorno, per te, amico.
Un giorno importante. - Gratt Typhoid sotto il muso. - Avrai gi pen-
sato al tuo futuro, immagino. E ai soldi, anche. Non rispondergli, si disse
Cody; non accettare i suoi suggerimenti!
- Come se la passa, tuo padre? Ne ho sentito la mancanza, l'ultima vol-
ta che mi sono fermato a comprare ciambelle.
Cody termin di pulire il parabrezza e lanci un'occhiata alla pompa die-
sel: il contatore ticchettava ancora.
- Mi auguro che stia bene. Sai, con il paese che chiude i battenti e tutto
il resto, non mancher molto alla chiusura del panificio. E allora lui cosa
far, Cody?
Cody and a fermarsi accanto alla colonnina. Mack Cade gir la testa
per seguirlo, con un sorriso bianco come una cicatrice. - Ho un posto va-
cante per un meccanico - disse. - Un meccanico bravo e veloce. Il posto
rester libero per una settimana o poco pi. La paga parte da seicento al
mese. Conosci qualcuno a cui fanno comodo?
Cody rimase in silenzio a guardar girare i numerini del contatore. Ma
nella testa continuava a sentire seicento al mese e queste tre parole gua-
dagnavano forza a ogni ripetizione. Dio santissimo, pens, quante cose po-
trei fare, con tutti quei soldi!
- Ma non c' solo il denaro - continu Cade, fiutando sangue nel si-
lenzio del ragazzo. - Ci sono anche altri vantaggi, amico. Posso farti ave-
re un'auto come questa. O una Porsche, se vuoi. Del tuo colore preferito.
Che ne dici di una Porsche rossa, cinque marce, centottanta all'ora? Con gli
optional che preferisci.
Il contatore si ferm. Il serbatoio era pieno. Cody tolse il boccaglio,
chiuse lo sportello del serbatoio, riagganci la pompa alla colonnina. Sei-
cento al mese, pensava. Una Porsche rossa... centottanta all'ora...
- Si tratta di lavoro notturno - prosegu Cade. - L'orario dipende da
quel che c' in cortile e m'aspetto sedici ore di lavoro continuato, se c'
fretta. I miei contatti pagano un mucchio di verdoni per lavori qualificati,
Cody... e penso che tu sia all'altezza.
Cody strizz gli occhi verso Inferno. Era iniziata la lunga discesa del so-
le e, per quanto non avrebbe fatto buio prima delle otto, lui gi sentiva le
ombre strisciare alle sue spalle. - Forse s, forse no.
- Ho visto come lavori qui. Vai benissimo. Hai il dono della meccanica
e non dovresti buttarlo via, giusto?
- Non so.
- Cosa c' da sapere? - Dal taschino della camicia Cade tolse uno
stuzzicadenti d'oro massiccio e inizi a pulirsi un molare inferiore. - Se
fai il difficile per la legge... be', questo  sotto controllo.  un affare, Cody.
Tutti capiscono questo linguaggio.
Cody non rispose. Pensava a quel che poteva comprare, con seicento
dollari al mese, e a quanto poteva allontanarsi da Inferno, con una Porsche
rossa. Al diavolo il vecchio: per quel che gliene importava, marcisse pure e
diventasse una fabbrica di vermi. Ovviamente Cody conosceva il genere
d'affari di Cade. Aveva visto autoarticolati lasciare la Statale 67 e fermarsi
al deposito di Cade, nel cuore della notte, e sapeva che trasportavano auto
rubate. Sapeva altrettanto bene che, ripartendo verso nord, i grossi camion
trasportavano veicoli senza storia. Quando gli operai di Cade avevano ter-
minato, motori, radiatori, sistemi di scarico, la maggior parte del corpo
macchina, perfino i mozzi delle ruote e le decorazioni erano cambiati, so-
stituiti, tanto che le auto sembravano appena uscite dal salone del conces-
sionario. Dove finivano, Cody non lo sapeva, ma immaginava che fossero
rivendute da commercianti disonesti oppure adoperate per il parco vetture
di bande organizzate. Chiunque le usasse, pagava a Cade denaro sonante; e
Cade riteneva Inferno il posto perfetto per nascondere un'operazione del
genere.
- Non vorrai finire come il tuo vecchio, Cody. - Il ragazzo vide il
proprio riflesso negli occhiali da sole di Cade. - Dalla vita tu vuoi otte-
nere qualcosa, no?
Cody esit: non sapeva nemmeno lui che cosa voleva. Della legge se ne
fregava, ma non aveva mai compiuto azioni criminose. Forse aveva rotto
qualche vetrina e piantato casino, ma l'offerta di Cade era un'altra faccen-
da. Una faccenda molto diversa. Come varcare una linea che Cody aveva
costeggiato per un mucchio di tempo... ma, una volta varcata quella linea,
era impossibile fare marcia indietro. Per sempre.
- L'offerta dura una settimana. Sai dove trovarmi. - Cade aveva ri-
preso a sorridere a trentadue denti. - Quanto ti devo?
Cody controll il contatore. - Dodici e settantatr.
Cade apr lo scomparto del cruscotto e Typhoid gli lecc la mano. Nello
scomparto c'era un'automatica cal. 45 e un caricatore di riserva. Cade e-
strasse un biglietto da venti, arrotolato, e chiuse lo scomparto. - Ecco a
te, amico. Tieni il resto. C' anche un piccolo extra. - Accese il motore e
la Mercedes mand un rombo basso e vibrante. Nel sedile posteriore Lo-
ckjaw, innervosito, s'irrigid sulle zampe e abbai in viso a Cody. L'alito
puzzava di carne cruda.
- Pensa alle mie parole - prosegu Cade; con un gemito di gomme ac-
celer e lasci la stazione di servizio.
Cody lo guard allontanarsi verso sud. Srotol il biglietto da venti. Al-
l'interno c'era una fialetta di vetro, tappata, che conteneva tre cristalli gial-
lastri. Anche se non aveva mai usato quella roba, Cody sapeva com'era fat-
to il crack.
- Tutto bene?
Sorpreso, Cody s'infil nel taschino la fiala, nascondendo sotto la stella
della Texaco i cristalli di cocaina. Mendoza era fermo a un metro da lui. -
S - rispose Cody e gli diede il biglietto da venti. - Ha detto di tenere il
resto.
- E cos'altro ha detto?
- Chiacchiere e basta. - Cody pass davanti a Mendoza, diretto ai
box, cercando di mettere ordine nei propri pensieri. Sentiva il richiamo dei
seicento dollari al mese. Si domand quali fossero le difficolt. Qualche
ora di lavoro notturno, gli sbirri gi unti, la possibilit di fare strada nell'o-
perazione di Cade, se lo desiderava. Perch non aveva detto subito di s?
- Sai dove vanno a finire le sue auto, vero? - Mendoza aveva seguito
Cody e ora se ne stava appoggiato alla parete del box.
- No.
- Ma s che lo sai. Un paio d'anni fa, su a Fort Worth, un procuratore
distrettuale fu trovato nel portabagagli di un'auto, con la gola tagliata e una
pallottola fra gli occhi. L'auto era parcheggiata davanti al municipio. Natu-
ralmente non aveva numeri di serie. Da dove credi che proveniva?
Cody si strinse nelle spalle, ma sapeva.
- Prima ancora - prosegu Mendoza, a braccia conserte - a Houston
salt in aria un camioncino bomba. Secondo gli sbirri, doveva uccidere un
avvocato che lavorava a un arresto per droga... ma ridusse a pezzi una
donna e suo figlio. Da dove credi che provenisse quel camioncino?
Cody prese la pistola per avvitare bulloni. - Non ha bisogno di farmi la
predica.
- Non volevo darti quest'impressione. Ma non credere nemmeno per un
minuto che Cade non sappia a cosa servono le auto che rivende. E quelli
sono fatti accaduti nel solo Texas... ma lui le manda in tutto il paese!
- Gli parlavo solamente. Nessuna legge lo vieta.
- So cosa vuole da te - replic Mendoza, deciso. - Ormai sei un uo-
mo e puoi comportarti come meglio credi. Ma ho il dovere di ripeterti
quello che mio padre mi disse tanto tempo fa: l'uomo  responsabile delle
proprie azioni.
- Lei non  mio padre.
- No, infatti. Ma ti ho visto crescere, Cody. Oh, so tutto su quelle
stronzate dei Renegades. Ma sono stupidaggini, a confronto della si-
tuazione in cui pu cacciarti Cade...
Cody premette il grilletto della pistola e il sibilo acuto echeggi fra le
pareti. Gir la schiena a Mendoza e riprese il lavoro.
Mendoza brontol, rabbuiato e pensieroso. Aveva preso in simpatia
Cody, lo considerava un giovanotto intelligente in grado di divenire qual-
cuno, se si applicava. Ma Cody era ostacolato da quel bastardo di suo pa-
dre e aveva lasciato che il veleno del vecchio gli si insinuasse nelle vene.
Mendoza non sapeva che cosa il futuro aveva in serbo per Cody, ma teme-
va per il bene del ragazzo. Lui aveva visto un mucchio di vite sprecate per
lo scintillio del falso oro di Cade.
Torn in ufficio e sintonizz la radio sulla stazione che trasmetteva mu-
sica spagnola da El Paso. Intorno alle nove sarebbe passato l'autobus della
Trailways in servizio da Odessa a Chihauhau. Il conducente si fermava
sempre alla stazione di Mendoza per dare modo ai passeggeri di comprare
ai distributori bevande analcoliche e dolciumi. Poi, a parte un camion di
tanto in tanto, la Statale 67 sarebbe rimasta vuota, l'asfalto si sarebbe raf-
freddato sotto la distesa di stelle e Mendoza avrebbe chiuso per la notte.
Sarebbe andato a casa in tempo per la cena a tarda ora e per un paio di par-
tite a scacchi con suo zio Lazaro, che abitava con lui e la moglie nella First
Street di Bordertown, finch il ticchettio dell'orologio non l'avesse spinto a
letto. Forse quella notte avrebbe sognato d'essere un pilota d'auto da corsa,
di rombare lungo le piste di terra battuta della sua giovent. Ma, pi pro-
babilmente, non avrebbe fatto sogni.
E sarebbe stata un'altra notte passata via, un altro giorno in arrivo; Men-
doza sapeva che proprio in questo modo scorre via la vita d'un uomo.
Alz il volume della radio e ascolt gli ottoni striduli di un complesso
popolare itinerante; cerc con tutte le sue forze di non pensare pi al ra-
gazzo in officina, fermo a un bivio dove nessuno al mondo poteva aiutarlo
a fare la scelta.
16
Il polso di Inferno
Le ombre si allungarono.
Davanti alla Ice House, i vecchi sedevano sulle panchine, fumavano si-
gari e pipe di granturco, parlavano della meteorite. L'ho sentito da Jimmy
Rice, disse uno di loro; Jimmy l'ha saputo dallo sceriffo in persona. Diavo-
lo, non sono arrivato a settantaquattro anni per farmi ammazzare da un ma-
ledetto sasso piovuto dallo spazio! Quella porcheria a momenti ci cadeva
dritta in testa!
Tutti convennero che c'era mancato poco. Parlarono dell'elicottero anco-
ra fermo nel Preston Park, si domandarono come facesse a volare un coso
del genere e se avrebbero avuto il coraggio di salini a bordo. Diavolo, no,
non sono mica matto, fu l'unanime risposta. Poi i discorsi si spostarono
sulla nuova stagione di baseball e su quando una squadra del sud avrebbe
vinto una qualificazione. Quando il tempo scorrer all'indietro e i cavalli
cammineranno su due zampe, brontol uno di loro; e riprese a masticare il
mozzicone di sigaro.
Nella House of Beauty in Celeste Street, Ida Younger fece la messa in
piega ai capelli grigio topo di Tammy Bryant e discusse non della me-
teorite, n dell'elicottero, ma dei due bei pezzi d'uomo che ne erano scesi.
Anche il pilota  un bel fusto, disse Tammy. L'aveva visto quando era en-
trato nel Brandin' Iron a prendersi un hamburger e un caff... e naturalmen-
te lei e May Davis non avevano potuto fare a meno d'entrare per un tra-
mezzino. E dovevi vedere come quella smorfiosa di Sue Mullinax si  data
da fare, per quel caff, confid Tammy; davvero una vergogna!
Ida convenne che Sue era la pi sfacciata puttana che si fosse mai legata
alla schiena un materasso e che il sedere di Sue continuava a ingrossare e
che a furia di sesso anche Tammy avrebbe fatto la stessa fine.
 ninfomane, disse Tammy; una ninfomane fatta e finita.
Gi, convenne Ida; fatta male e finita peggio.
Risero tutt'e due.
In Cobre Road, pi in l del negozio d'abbigliamento Smart Dollar, del-
l'ufficio postale, della panetteria e del Paperback Kastle, un uomo di mez-
z'et, con occhiali dalla montatura metallica, socchiuse gli occhi e si con-
centr per infilare uno spillo nell'addome di un piccolo scorpione color
sabbia che nella notte aveva inalato il Raid ed era morto in cucina. L'uomo
si chiamava Noah Twilley; magro e pallido, aveva capelli neri e lisci, flo-
sci e brizzolati. Infil lo spillo e aggiunse lo scorpione alla sua collezione
di "signore e signori": scarafaggi, vespe, mosche e altri scorpioni, tutti
spillati su velluto nero e tenuti sotto vetro. Era nel salotto della sua casa di
pietra bianca, trenta metri dietro l'edificio di mattoni con una finestra di
vetro istoriato, una statua di stucco raffigurante Ges in piedi fra due cac-
tus e un'insegna che proclamava: IMPRESA DI POMPE FUNEBRI DI
INFERNO.
Suo padre era morto sei anni prima e gli aveva lasciato l'impresa... onore
assai dubbio, dal momento che Noah aveva sempre desiderato fare l'ento-
mologo. Si era assicurato che il padre fosse seppellito nel punto pi caldo
di Joshua Tree Hill, il cimitero.
- Nooooaaaahhh! Noah! - L'urlo stridulo gli irrigid la spina dorsale.
- Portami una Coca-Cola!
- Un attimo solo, mamma.
- Noah! Lo show  iniziato!
Noah si alz stancamente e percorse il corridoio fino alla camera della
madre. La donna indossava una sottoveste bianca di seta e sedeva, appog-
giata a guanciali di seta bianca, in un letto dal baldacchino bianco. Il suo
viso era una maschera di polvere bianca; i capelli erano tinti rosso fiamma.
Nel televisore a colori girava la Ruota della Fortuna. - Portami una Coca-
Cola - ordin Ruth Twilley. - Ho la gola secca come polvere.
- S, mamma - rispose Noah e si diresse alla scala interna. Meglio ac-
contentarla e farla finita, si disse.
- Quella meteorite fa qualcosa all'aria! - lei gli voci dietro, con voce
alta come ronzio di vespa. - Mi soffoca! - Noah aveva iniziato a scen-
dere, ma la voce lo insegu. - Scommetto che la vecchia Celeste l'ha sen-
tita cadere! Scommetto che se l' fatta sotto!
Ci siamo, pens lui.
- Quella puttana piena di s vive laggi, piena di boria, e se ne sbatte di
tutti, succhia solo il sangue al paese.  stata lei, lo so. Avr ammazzato il
povero Wint, ma lui era troppo furbo per una del suo stampo! Sissignore!
Wint ha nascosto tutti i soldi, cos lei non ha potuto metterci le mani! L'ha
fregata, lui! Bene, quando verr da Ruth Twilley a chiedere denaro e a stri-
sciare in ginocchio, la tratter come se fosse una lumaca! Mi ascolti, No-
ah? Noah!
- S - rispose lui, dal piano inferiore. - Ti ascolto.
La donna continu a borbottare e Noah consider come sarebbe stata la
vita, se la meteorite fosse caduta proprio sul tetto della camera da letto del-
la madre. A Joshua Tree Hill non c'era un posto abbastanza caldo per lei.
A Inferno e a Bordertown, altre vite continuarono come al solito: nella
chiesa cattolica Sacrificio di Cristo, padre Manuel LaPrado ascolt le con-
fessioni, mentre nella chiesa battista di Inferno il reverendo Hale Jennings
scriveva il sermone domenicale. Sarge Dennison dormicchiava sulla ve-
randa, seduto su di una sedia da giardino; di tanto in tanto trasaliva a ricor-
di spiacevoli e con la destra accarezzava la testa dell'invisibile Scooter.
Rick Jurado impilava scatole nel magazzino del negozio di ferramenta in
Cobre Road; la Zanna di Ges gli pesava nella tasca dei jeans e la mente
girava intorno alle parole del signor Hammond. Nei corridoi del fortino dei
'Gades, in fondo a Travis Street, un mangianastri diffondeva musica he-
avy-metal; Bobby Clay Clemmons e alcuni altri 'Gades fumavano spinelli
e si facevano; in un'altra stanza, Nasty e Tank giacevano sopra un materas-
so nudo, madidi e allacciati in uno strascico sessuale... l'unica attivit per
cui Tank si toglieva il casco da football.
Il giorno volgeva al termine. Un camioncino postale lasci il paese, di-
retto a nord, a Odessa, con il suo carico di lettere... fra le quali c'era un'alta
percentuale di richieste di lavoro, di domande d'impiego, di suppliche a pa-
renti per un lungo periodo d'ospitalit. Fra tutti, il postino conosceva il pol-
so di Inferno e vedeva la morte scarabocchiata sulle buste.
Il sole tramontava e l'insegna elettronica della First Texas Bank segnava
33 gradi alle 5 e 49.
17
La tifosa di baseball
- So che  una linea aperta - disse Rhodes all'ufficiale di servizio del-
la base dell'aviazione di Webb. - Non sono attrezzato per trasmissioni
protette e non ho neppure tempo. Il mio codice di riconoscimento  Blue-
booker. Dia un'occhiata. - Rimase al telefono, mentre l'ufficiale di servi-
zio verificava. Intanto ud che nel salotto avevano cambiato di nuovo cana-
le televisivo: la risata in scatola di un conduttore. Quasi subito si sent la
voce di un telecronista di baseball e stavolta il programma dur un po' di
pi.
- Sissignore. Verifica effettuata, Bluebooker. - L'ufficiale di servizio
pareva giovane e nervoso. - Cosa posso fare per lei?
- Mi occorre un velivolo da trasporto, priorit uno, con carburante di
scorta. Comunicher la destinazione appena in volo. Avvisi il colonnello
Buckner che porter un pacco dal luogo dell'incidente. Mi occorrono an-
che telecamere e registratori. Arriver a Webb fra le due e le tre zero zero.
Capito?
- Sissignore.
- Ripeta. - Nel salotto cambiarono canale: un notiziario che parlava di
ostaggi nel Medio Oriente. L'ufficiale di servizio ripet correttamente gli
ordini ricevuti e Rhodes disse: - Bene. Confermo. - Appese la cornetta
e torn nel salotto.
Daufin sedeva per terra... a gambe incrociate, stavolta, come se avesse
scoperto che la posizione acquattata stanca le giunture del ginocchio uma-
no.
Teneva il viso a trenta centimetri dallo schermo del televisore e guar-
dava un servizio sulle alluvioni in Arkansas.
- Ce l'avessimo qui, un po' di quella pioggia - disse Gunniston, be-
vendo dalla lattina una sorsata di Pepsi.
Daufin allung la mano e tocc lo schermo del televisore. L'intero qua-
dro si distorse: ci fu un crack! e il canale cambi: i cartoni animati di Wo-
ody il Picchio.
- Mitico! - disse Ray, seduto per terra, n troppo vicino n troppo
lontano da Daufin. - Ha nelle dita il telecomando!
- Probabilmente ha emesso un impulso elettromagnetico di qualche
sorta - disse Rhodes. - Forse usa la carica elettrica del corpo di Stevie,
oppure la genera lei stessa.
Crack! Sullo schermo comparve un western: Steve McQueen ne I ma-
gnifici sette.
-  lo sballo pi fantastico che abbia mai...
- Piantala! - Jessie perdette infine l'autocontrollo. - Sta' zitto! -
Negli occhi le luccicavano lacrime e di rabbia. Ray parve intontito. - Non
c' niente di "fantastico", in questa storia! - lo sgrid Jessie. - Tua sorel-
la  non c' pi! Non lo capisci?
- Non... non intendevo...
- Non c' pi! - Jessie avanz verso Ray, ma Tom si alz in fretta dal-
la poltrona e la prese per il braccio. Lei si liber, con il viso teso e soffe-
rente. - Non c' pi, di lei rimane solo questa! - Indic Daufin, che con-
tinuava a fissare lo schermo, senza badare alle parole di Jessie.
- Dio santo... - La voce le manc. Si copr con le mani il viso. - Od-
dio... oddio... - Si mise a singhiozzare e a Tom non rest che tenerla
stretta, mentre lei piangeva lacrime amare.
Crack! Comparve una gara di surf e Daufin spalanc un poco gli occhi,
seguendo l'accavallarsi delle onde.
Rhodes si rivolse al suo aiutante. - Gunny, voglio che tu vada sul luogo
del disastro a dica a tutti d'affrettarsi. Dobbiamo andarcene di qui al pi
presto.
- Bene. - Gunniston termin la Pepsi, butt nel cestino la lattina e u-
sc, diretto all'elicottero.
Rhodes avrebbe voluto essere in qualsiasi altro posto, ma non l; pens
alla fattoria dove viveva con sua moglie e due figlie, nelle vicinanze di
Chamberlain, South Dakota. Nelle notti serene guardava le stelle, dal suo
piccolo osservatorio, oppure prendeva appunti per il libro che intendeva
scrivere, sulla vita al di fuori della Terra; in quel momento avrebbe voluto
fare l'uno o l'altro... invece aveva l'obbligo di portare al laboratorio di ri-
cerche quella creatura, anche se aveva l'aspetto d'una bambina. - Signora
Hammond - disse. - So che per lei sar dura. Voglio che sappia...
- Sappia cosa? - Jessie, ancora furibonda, aveva il viso bagnato di la-
crime. - Che nostra figlia  ancora viva? Che  morta? Cosa devo sapere?
Crack: una replica di "Mork e Mindy". Crack: un programma di notizie
finanziarie. Crack: un'altra partita di baseball.
- Che mi spiace - prosegu Rhodes, risoluto. - Ho due figlie anch'io,
per quel che vale. Capisco benissimo come si sente. Se capitasse qualcosa
a una delle mie bambine... non so cosa faremmo, Kelly e io. Kelly  mia
moglie. Ma almeno lei ora capisce che quella... quella creatura non  sua
figlia. Quando la squadra avr terminato il lavoro sul luogo del disastro, ce
ne andremo. Porter la... porter Daufin a Webb e da l in Virginia. Chie-
der a Gunny di stare con voi.
- Con noi? - disse Tom. - Perch?
- Solo per un poco. Vogliamo registrare le vostre dichiarazioni, passare
al Geiger tutta la casa, cercare ancora la sferetta nera. E non vogliamo che
la notizia trapeli. Vogliamo controllare...
- Non volete che trapeli - ripet Tom, incredulo. - Magnifico davve-
ro! - Sbott in una risata breve e rauca. - Nostra figlia ci  stata strappa-
ta da chiss quale maledetta cosa aliena e voi non volete che la notizia tra-
peli. - Si sent avvampare. - Cosa dovremmo fare? Continuare come se
niente fosse accaduto?
Crack: stavolta non un cambio di canale, ma il colpo d'una mazza da ba-
seball. Ruggito della folla.
- Capisco che vi  impossibile, ma cercheremo di offrirvi tutti i mezzi
per superare questa situazione: consulenze, ipnosi...
- Non ci servono! - lo interruppe Jessie. - Vogliamo solo sapere do-
v' Stevie! Se  morta o se ...
- Illesa - intervenne Daufin.
Jessie si sent bloccare la gola. Guard la creatura. Daufin fissava la par-
tita di baseball, dove un giocatore era appena arrivato alla casa base. La
palla fu tirata di nuovo al lanciatore e Daufin segu con grande interesse la
traiettoria.
E poi gir la testa verso Jessie, con un movimento esitante e lento, come
se fosse ancora insicura del funzionamento di muscoli e ossa. - Illesa -
ripet. Fiss Jessie negli occhi. - Ste-vie  illesa, Jes-sie.
La donna riusc ad alitare: - Cosa?
- Illesa. Non ha subito danno fisico ed  al al sicuro da pericoli. Non 
la corretta inter... - Esit, con un'occhiata mentale alle pagine del dizio-
nario nella vasta e perfettamente organizzata libreria della sua memoria. -
...inter-pre-ta-zione?
- S - rispose subito Rhodes. Aveva provato un sussulto: era la prima
volta, da pi di un'ora, che la creatura parlava, dopo la storia del "far vibra-
re il timpano". Era rimasta occupata con i canali TV, passando in conti-
nuazione dall'uno all'altro, come una bambina con un giocattolo nuovo. -
La definizione  giusta. Se  illesa, dove si trova?
Con movimenti goffi Daufin si alz. Si tocc il petto. - Qui. - Si toc-
c la testa. - Altrove. - Mosse le dita in un gesto che indicava lon-
tananza.
Nessuno parl. Jessie avanz d'un passo: il viso della sua bambina la
guardava, con occhi lucidi. - Dove? - domand Jessie. - Ti prego...
devo saperlo.
- Non lontano. Un luogo sicuro. Ti fidi di me?
- Come... posso?
- Non sono qui per fare male. - Era la voce di Stevie, certo, ma sus-
surrata ed eterea, simile al sibilo d'un vento gelido fra le canne. - Ho scel-
to questa... ma non per fare male.
- L'hai scelta? - domand Rhodes. - Come?
- Ho chia-ma-to questa. Questa ha ri-spo-sto.
- Cosa significa, chiamato?
Sul viso di Daufin pass un lampo di frustrazione. - Io... - Pass
qualche istante a cercare il termine esatto. - Ho musica-to.
Rhodes non stava pi nella pelle. Aveva di fronte un alieno nel corpo
d'una bambina e conversava con lui. Dio mio, pens; chiss quali segreti
conosce! - Sono il colonnello Matt Rhodes, Aviazione degli Stati Uniti
- disse, con voce scossa. - Ti porgo il benvenuto sul pianeta Terra. -
Nel suo intimo, si fece piccolo piccolo: era una frase trita e ritrita, ma gli
pareva quella giusta.
- Pia-ne-ta Terra - ripet lei, con cura. Batt le palpebre. - Forme
paz-ze-sche, qui, scu-sa i termini. - Indic lo schermo TV, dove un alle-
natore di baseball, a faccia in su, dava all'arbitro una strigliata coi fiocchi.
- Do-man-da: perch questi esseri sono cos piccoli?
Tom cap a cosa si riferiva. - No, quelle sono solo figure. In TV. Le fi-
gure vengono nell'aria da molto lontano.
- Da al-tri mondi?
- No, da questo. Da altri luoghi.
I suoi occhi parvero trafiggerlo. - Le fi-gu-re non sono reali?
- Alcune s - disse Rhodes. - Come quelle della partita di baseball.
Altre si limitano a... a recitare. Sai cosa significa? Lei riflett un attimo. -
Fin-ge-re. Falsa rap-pre-sen-ta-zione.
- Giusto. - Alla fine Rhodes, e anche gli altri, si erano resi conto che
a Daufin ogni cosa appariva bizzarra. La televisione, data per scontata da-
gli esseri umani, meritava una spiegazione; ma per farlo, bisognava spiega-
re l'elettricit, le trasmissioni via satellite, gli studi televisivi, i telegiornali,
gli sport, gli attori: un argomento su cui parlare per giorni interi sensa e-
saurire le domande di Daufin.
- Non avete la TV? - domand Ray. - O una specie di TV?
- No. - Daufin lo esamin per qualche secondo, poi guard Tom. Si
port le mani intorno agli occhi. - Cosa sono? Stru-menti?
- Occhiali. - Tom se li tolse e batt il dito sulle lenti. - Aiutano a
vedere.
- Capisco. Occhiali. S. - Annu, mettendo insieme i concetti. - Non
tutti i pre-senti vedono? - Indic Rhodes e Jessie.
- Noi non abbiamo bisogno di occhiali. - Anche quel concetto era dif-
ficile da spiegare, si disse Rhodes; riguardava ingrandimento, molatura di
lenti, optometria, una discussione del senso della vista... altra conversazio-
ne di giorni. - Alcune persone non vedono bene, senza occhiali.
Daufin corrug la fronte e per un attimo ebbe un'aria da vecchietta irrita-
ta. Capiva gli assoluti, eppure pareva che l non ci fossero assoluti. Qual-
cosa c'era, eppure non c'era. - Questo  un mondo di fin-zioni - osserv,
riportando l'attenzione sul televisore. - Partita di baseball - disse, tro-
vando nella memoria il termine esatto. - Gio-ca-ta con una mazza e una
palla da due squadre in un campo con quattro basi di-spo-ste a rom-bo.
- Ehi! - esclam Ray, entusiasta. - Nello spazio hanno il baseball!
- Ha recitato la definizione del dizionario - disse Rhodes. - Pare che
abbia una memoria simile a una spugna.
Daufin guard un altro lancio. Non capiva lo scopo del gioco, ma sem-
brava una gara di angolazioni e di velocit basate sulla fisica del pianeta.
Sollev il braccio destro, imitando il lanciatore, e sent la bizzarra trazione
e il peso dell'anatomia aliena. Pareva un movimento semplice, ma era pi
complesso del previsto, decise. Si interess all'apparente base matematica
del gioco: meritava ulteriori riflessioni in futuro.
Cominci a camminare per la stanza, toccando a volte le pareti o altri
oggetti, quasi per assicurarsi che fossero reali e non invenzioni fantasiose.
Jessie era ancora in equilibrio su di un cavo sottile, dal quale era spa-
ventosamente facile cadere. Lo spettacolo di una creatura con il corpo di
Stevie, i capelli e la faccia di Stevie, che camminava per il salotto come se
facesse una visita domenicale a un museo, le colpiva febbrilmente la men-
te. - Come faccio a sapere che mia figlia  illesa? Dimmelo!
Daufin tocc una fotografia incorniciata della famiglia, posta su di uno
scaffale. - Per-ch - disse - pro-teg-go.
- La proteggi? E come?
- Pro-teg-go - ripet Daufin. - Basta sapere questo. - Spost l'inte-
resse su di un'altra fotografia, poi usc dal salotto e and in cucina.
Rhodes la segu, ma Jessie ne aveva abbastanza: si lasci cadere su di
una poltrona, mentalmente esausta, lottando per trattenere altre lacrime.
Tom rimase accanto a lei, le accarezz le spalle e cerc di ragionare; ma
Ray segu il colonnello e Daufin.
La creatura guardava gli occhi dell'orologio a forma di gatto muoversi
avanti e indietro. Sorrise ed emise una sorta di trillo argentino: una risata.
- Penso che abbiamo un mucchio di cose di cui parlare - disse Rho-
des, con voce ancora malferma. - Immagino che ti piacer sapere un bel
po' di cose su di noi... sulla nostra civilt, intendo. E anche noi vogliamo
sapere tutto della vostra. Fra qualche ora faremo un viaggio. Andrai a...
Daufin si gir. Sparito il sorriso, era di nuovo seria. - De-si-de-ro il vo-
stro aiuto. De-si-de-ro ab-ban-do-nare questo pianeta, presto se pos-si-bile.
Mi oc-cor-re un... - Medit sulla scelta delle parole. - Un ve-i-co-lo in
grado di ab-ban-do-nare questo pianeta. Pu essere ap-pron-tato, vero?
- Un veicolo? Intendi... un'astronave?
- Uau! - esclam Ray, fermo sulla soglia.
- Astro-nave? - Il termine le riusc nuovo, non compariva nella sua
memoria. - Un ve-i-co-lo in grado di ab-ban...
- S, ho capito cosa vuoi dire - la interruppe Rhodes. - Un veicolo
per il volo interstellare, come quello sul quale sei arrivata. - Gli venne in
mente una domanda. - Come sei uscita dall'astronave, prima che precipi-
tasse?
- Io... - Un'altra pausa per meditare. - Mi sono e-spul-sa.
- Nella sferetta nera?
- La mia cap-sula sgan-cia-bile - spieg lei, con una nota di pazienza
e di rassegnazione. - Posso a-spet-tarmi di andare via, quando?
Oh, grande, pens Rhodes. Aveva capito dove la conversazione andava a
parare. - Mi spiace, ma non ti sar possibile andartene.
Daufin non rispose, ma lo trapass con lo sguardo.
- Qui, su questo pianeta, non abbiamo veicoli adatti al volo inter-
stellare. La cosa pi simile a un'astronave  quella che chiamiamo navetta
spaziale, ma pu soltanto orbitare intorno al pianeta, prima di tornare a terra.
- De-si-de-ro ab-ban-do-nare - ripet lei.
- Non c' alcun modo. Non possediamo la tecnologia necessaria a co-
struire un veicolo del genere.
Daufin batt le palpebre. - Nessun... modo?
- Nessuno. Mi spiace.
In un attimo Daufin cambi espressione, contorse il viso in una smorfia
di dolore disperato. - Non posso restare! Non posso restare! - disse con
enfasi. - Non posso restare! - Si mise a girare per la stanza, irrequieta,
con occhi sgranati e sconvolti, andatura incerta. - Non posso! Non posso!
Non posso!
- Ci prenderemo cura di te. Ti metteremo a tuo agio. Per favore, non
c' motivo di...
- Non posso! Non posso! Non posso! - ripet Daufin, scuotendo la te-
sta. Agit le mani abbandonate lungo i fianchi.
- Per favore, ascolta... ti troveremo un luogo dove vivere. Ti... - Rho-
des le tocc la spalla, vide la testa girarsi verso di lui, con occhi ardenti
come laser. Ebbe il tempo di pensare: Oh, merda...
Fu spinto all'indietro e scivol sul linoleum, mentre una scarica d'energia
gli pulsava su per il braccio, gli ustionava i nervi, gli faceva ballare i mu-
scoli. Si sent mancare i piedi, urt il tavolo della cucina, gett a terra il
contenuto d'una fruttiera. Quando riusc di nuovo a ragionare, si accorse
che Tom Hammond era chino su di lui.
- L'ha stecchito! - diceva Ray, eccitato. - L'ha appena toccato e lui 
volato per la stanza.  morto?
- No, si sta riprendendo. - Tom lanci un'occhiata a Jessie, che fis-
sava la creatura. Stevie era immobile al centro della stanza, con la bocca
socchiusa, gli occhi vitrei, come se l'entit aliena fosse passata in ani-
mazione sospesa.
- L'ha mandato gambe all'aria! - continu Ray. - L'ha spazzato via!
Un rivolo d'urina corse lungo le gambe di Stevie e form una pozza sul
linoleum.
- Chi sei? - grid Jessie alla creatura; Daufin rimase immobile come
roccia, impassibile.
- Gunny, voglio che tu vada sul luogo del disastro - disse Rhodes,
cercando di mettersi a sedere. Era sbiancato e un filo di saliva gli colava
dal labbro inferiore. Aveva gli occhi iniettati di sangue. - Ho due figlie
anch'io. L'hai scelta? Come? - Il suo cervello cambiava pista con velocit
tremenda. - Ti porgo il benvenuto sul pianeta Terra. Noi non abbiamo bi-
sogno di occhia... eh? - Si scosse come un cane bagnato, con i muscoli
che ancora gli guizzavano sotto la pelle. Fu quasi sopraffatto da un conato
di vomito. - Cos' stato? Cos' accaduto? - Aveva un mal di testa da
spezzare il cranio. Le gambe gli si muovevano a scatti, come dotate di vo-
lont propria.
Daufin torn in s. Ritrov espressivit, parve preoccupata. - Ho ar-re-
cato dolore. Ho ar-re-cato dolore. - Lo disse con irritazione verso se stes-
sa; se fosse stata un essere umano, si sarebbe strappata i capelli. - Ancora
amici? S?
- S - disse Rhodes, con un sorriso a denti stretti sul viso che pareva
madido e un po' gonfio. - Ancora amici. - Si alz sulle ginocchia e fu il
massimo che riusc a fare senza l'aiuto di Tom.
- Non posso stare - disse Daufin. - Devo ab-ban-do-nare questo
pianeta. Devo avere un veicolo. Non desidero che venga il dolore.
- Che venga il dolore? - Ora Jessie era padrona di s. Per il meglio o
per il peggio, doveva fidarsi di quella creatura. - Da dove? Da te?
- No, da... - Scosse la testa, non trovando i termini esatti. - Se non
posso abbandonare, ci sar grande dolore.
- Come? Chi lo subir?
- Tom. Ray. Rhodes. Jessie. Stevie. Tutti. - Spalanc le braccia in un
gesto che parve includere l'intero paese. - Anche Dau-fin. - And alla
finestra della cucina, allung la mano verso la corda della tapparella, come
aveva visto fare a Jessie; diede uno strappo di prova, poi alz la serranda.
Socchiuse gli occhi, parve esaminare il cielo arrossato dal tramonto. -
Presto il dolore inizier - disse. - Se non posso abbandonare, fatelo voi.
Andate lontano. Molto lontano. Subito. - Lasci la corda e la tapparella
ricadde con acciottolio d'ossa secche.
- Non... non possiamo - disse Jessie, innervosita dall'avvertimento
pratico di Daufin. - Viviamo qui. Non possiamo andarcene.
- Allora portatemi via. Subito. - Guard Rhodes, piena di speranza.
- Ti porteremo via. Appena la squadra di ricupero avr terminato.
- Subito - ripet Daufin, con forza. - Subito, altrimenti... - Lasci
morire la frase, incapace di trovare le parole adatte per il concetto che vo-
leva esprimere.
- Non posso, finch non torna l'elicottero. Il mio veicolo volante. Allo-
ra ti porteremo alla base dell'aviazione. - Si sentiva ancora come se l'elet-
tricit gli percorresse i nervi. Era stato colpito da una scarica d'energia
concentrata, forse la versione pi potente di quella usata per cambiare i ca-
nali TV.
- Dev'essere subito! - Daufin l'aveva quasi gridato. La luce del tra-
monto filtrava dalle tapparelle e le disegnava in viso strisce rossastre. La
creatura cerc una frase significativa. - Par-lo a-ra-bo?
- Mi spiace. Non possiamo andarcene finch il mio aiutante non torna.
Daufin trem, di collera o di frustrazione. Jessie pens che la creatura
stesse per avere un attacco di nervi, proprio come una normale bambina...
o una vecchietta. Ma Daufin irrigid di nuovo il viso e rimase immobile, in
piedi, una mano stretta a pugno lungo il fianco, l'altra protesa verso la fine-
stra. Passarono cinque secondi. Dieci. Daufin non si mosse. Trenta secondi
dopo, era ancora in quella sorta di trance.
E vi rimase.
Forse era il suo equivalente di un attacco di nervi, pens Jessie. O forse
si era estraniata per riflettere intensamente. In ogni caso, pareva che per un
poco non sarebbe tornata in s.
- Posso toccarla per vedere se cade? - disse Ray.
- Vai in camera tua - lo sgrid Jessie. - Fila. Resta l finch non ti
chiamo.
- Via, mamma, scherzavo! Non avrei mai...
- Vai in camera tua - ordin Tom. Ray smise di protestare: quando
suo padre gli dava un ordine, era meglio ubbidire in fretta.
- D'accordo, d'accordo - disse. - Mi sa che stasera non faremo cena,
eh? - Raccolse da terra una mela e un'arancia, s'avvi alla porta.
- Lavala, prima di mangiarla! - disse Jessie. Ray, ubbidiente, and in
bagno per lavare la mela, prima di sparire con l'aria del proscritto condan-
nato all'isolamento.
Anche Daufin rimase in solitario isolamento.
- Ho bisogno di sedermi - disse Rhodes. Spost una sedia e vi si ac-
comod. Si sentiva pieno di lividi anche nella spina dorsale.
Tom si accost alla creatura. Mosse lentamente la mano davanti al viso
di Daufin, che non batt ciglio. Tom vide per il movimento del torace e
allung la mano per tastarle il polso, ma ricord la fine fatta da Rhodes e si
blocc. Chiaramente la creatura era ancora viva e le funzioni fisiche di
Stevie non parevano pregiudicate. Un velo di sudore le luccicava sulle
guance e sulla fronte.
- Cosa intendeva? - domand Jessie. - Parlando di dolore.
- Non so. - Rhodes scosse la testa. - Le orecchie mi ronzano ancora.
A momenti mi faceva sfondare la parete.
Jessie fu costretta a passare davanti a Daufin per arrivare alla finestra;
Daufin non si mosse. Jessie alz la tapparella per scrutare il cielo. Il sole al
tramonto lo rendeva scarlatto come un altoforno. Non c'erano nuvole.
Ma Jessie colse un movimento. Allora li vide e li cont: almeno dieci
avvoltoi volavano in tondo sopra Inferno, simili a bandiere scure. Forse
cercavano carogne nel deserto. Quelle bestiacce fiutavano a chilometri di
distanza la morte imminente. Non erano uno spettacolo piacevole: Jessie
lasci ricadere la tapparella. Non le restava che aspettare... che Daufin u-
scisse dallo stato di trance o che Gunniston tornasse con l'elicottero.
Accarezz i capelli biondo rame della figlia. - Fai attenzione! - l'am-
mon Tom. Ma Jessie non prov nessuno choc, nessuna scarica d'energia,
solo la sensazione dei capelli che aveva lisciato mille volte. Gli occhi di
Daufin - di Stevie - rimasero fissi e spenti.
Jessie le tocc la guancia. Pelle fredda. Pos l'indice sulla giugulare per
sentire le pulsazioni. Lente, lente in modo anormale, ma costanti. Non a-
veva scelta: doveva fidarsi e credere che la vera Stevie era viva e illesa.
Ogni altra possibilit l'avrebbe fatta impazzire.
Decise allora che se la sarebbe cavata. Qualsiasi cosa accadesse, lei e
Tom l'avrebbero superata. Ritrasse la mano. - Be' - disse - ora preparo
una tazza di caff. - Si sorprese di parlare con tanta calma, anche se si
sentiva le viscere come gelatina. - Va bene per tutti?
- Forte, per favore - disse Rhodes. - Un bel caff forte, ne ho bi-
sogno.
- Certo. - E Jessie cominci a muoversi nella cucina, con qualcosa da
fare, mentre l'aliena indicava rigidamente la finestra, l'orologio a forma di
gatto segnava con un ticchettio il trascorrere dei secondi e gli avvoltoi si
radunavano in silenzio sopra Inferno.
...
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...
FINE Parte 1.